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Mostre

C’era una volta il sogno americano

Le Deichtorhallen di Amburgo ospitano i fotografi Matt Black e Jerry Berndt

«Allensworth, California, Usa», 2014, di Matt Black. © Matt Black/Magnum Photos

Le Deichtorhallen inaugurano l’autunno amburghese con due mostre fotografiche di qualità, dedicate agli Usa e a due fotografi americani di diversa generazione: «Matt Black - American Geography» e «Jerry Berndt - Beautiful America» (dal 25 settembre al 3 gennaio alla Haus der Photographie).

La scelta cade al momento giusto, considerati i recenti sconvolgimenti sociali e i moti antirazzisti scoppiati in America all’indomani dell’omicidio del cittadino afroamericano George Floyd perpetrato ancora una volta dalle forze di polizia: è cambiata la società statunitense dagli anni eroici di Rosa Parks, Martin Luther King o Malcolm X?

Il fotografo documentarista californiano Matt Black (1970) arriva ad Amburgo con una prima mondiale, inserendosi in un filone tematico socio-politico che ha già visto ospiti recenti delle Deichtorhallen Lauren Greenfield e Paolo Pellegrin. Da anni è impegnato a documentare una «geografia americana» fatta soprattutto di migrazione, povertà e paesaggi: ha già percorso oltre 100mila miglia partendo dalla sua California e attraversando 46 Stati. 

Le sue immagini in bianco e nero e grande formato quadrato mostrano un Paese afflitto dalle piaghe della diseguaglianza e di una ormai cronica mancanza di prospettive. Il sogno americano è tramontato da tempo, rimangono povertà, fallimenti politici e città deserte, un tempo motore di un’economia che pareva invincibile soprattutto nel Midwest e nel Nordest della nazione.

Il suo predecessore Jerry Berndt (1943-2013), originario del Wisconsin, ha raccontato soprattutto l’America degli anni ’60-80 con un linguaggio del tutto personale: fotogiornalista di strada, faceva parte egli stesso del movimento di protesta per i diritti civili e dei cittadini afroamericani, contro le disuguaglianze, le retoriche patriottiche, la guerra in Vietnam, l’utilizzo di energia nucleare. I suoi paesaggi urbani sono malinconici e disperate le condizioni di vita di chi li popola.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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