Brandi nei luoghi dell’Isis

Stefano Miliani |

Rievocava rovine e templi scampati a saccheggi e corrosione, Cesare Brandi (1906-88), quando pubblicò le sue Città del deserto nel 1958.
Con sguardo analitico e curioso scrutava teatri e urbanistica romani a Sabratha, nella conturbante Leptis Magna o tra i mausolei di Ghirza in Libia; con occhio stupito scopriva una moderna Beirut in un Libano arcaico per poi ravvisare, tra i bassorilievi di Palmira in Siria incroci inebrianti tra civiltà greco-romana e mediorientale.
Con drammatica tempestività, Elliot ha ripubblicato il libro in cui lo storico dell’arte e teorico del restauro descriveva luoghi oggi feriti o già devastati da bande incontrollate o dall’Is. E quando taluni giudizi di questo scrittore sensibile e razionale verso la cultura araba (a pagina 94 ne irride la musica) tradiscono incomprensione, misurano quanta distanza correva allora e corre oggi tra Occidente e Islam. Il che non toglie a queste
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