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Gallerie

Bonacossa come Churchill: «Attaccheremo ovunque»

Artissima va nei musei per resistere al Covid19 e all’alienazione delle viewing room digitali

Ilaria Bonacossa. Foto Giorgio Perottino | Artissima

«Quando ci siamo resi conto che non avremmo potuto garantire la presenza di gallerie dall'estero e di un certo tipo di pubblico (leggi collezionisti e addetti ai lavori, Ndr), abbiamo capito che dovevamo attuare un piano B»: così Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima, ha aperto la conferenza stampa con cui ha ufficializzato le «misure urgenti» per la fiera d’arte contemporanea di Torino durante l’emergenza sanitaria.

Già in luglio si era deciso di convertire nella formula online, attraverso la piattaforma XYZ Artissima, le tre sezioni curate: «Back to the Future», dedicata ad autori storicizzati, «Present Future», incentrata su artisti under 40 e «Disegni». Questo per garantire il necessario distanziamento anti-Covid agli stand e ai visitatori della «Main Section» di quella che all’epoca era ancora pensata come edizione ridotta, ma in presenza, della rassegna all’Oval presso il Lingotto.

L’esponenziale aumento dei contagi dopo l’estate ha però costretto a un cambio di rotta. «Dovevamo salvaguardare gli interessi delle gallerie, ha spiegato la Bonacossa, ma anche della città e degli enti pubblici che sostengono la fiera». In sostanza, evitare un bagno di sangue per gli espositori, che inevitabilmente avrebbero dovuto fare i conti con l’assenza di molti collezionisti, e non solo internazionali, e nel contempo salvare il salvabile dell’indotto generato dalla «settimana dell’arte» a Torino, animata dalla compresenza di mostre-mercato come Artissima, Flashback e The Others.

Si dice che la capacità di un capo si valuti soprattutto nei periodi di ordinaria amministrazione; ma sono quelli di emergenza che ne rivelano il carattere e il talento. Sebbene almeno fisicamente Ilaria Bonacossa non condivida nulla con Winston Churchill, di sicuro ha fatto proprio il suo celebre proclama: «Non ci arrenderemo mai». E, come il Primo Ministro inglese, ha deciso di «combattere ovunque». Quindi combatterà online, con un eccellente catalogo digitale e la citata formula XYZ evitando però la noiosa e artificiosa formula delle viewing room e proponendo, insieme alle opere e alle indicazioni dei loro prezzi (la trasparenza è uno dei pochi vantaggi del ripiegamento sul web) contenuti speciali e approfondimenti.

Del resto, l’andamento delle fiere online durante il 2020 è stato tutt’altro che esaltante. «Prima del Covid, ha spiegato la direttrice, si parlava di “fair fatigue”, di stress da troppe fiere, ora nessuno nasconde quanto sia faticoso stare davanti a uno schermo facendo scorrere una sequenza di viewing room». Ma combatterà anche in presenza, portando la fiera in tre sedi della Fondazione Torino Musei (cui del resto fa capo Artissima): Palazzo Madama, il Mao-Museo d’Arte Orientale, e la Gam, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea.

Qui, gratuitamente (restano a carico degli espositori soltanto le spese di spedizione delle opere) i galleristi potranno esporne e venderne alcune, una piccola selezione di quanto avrebbero presentato negli stand al Lingotto. Una novantina di gallerie hanno già aderito a questa formula, ma la lista è ancora in fase di completamento. La fiera diffusa avrà una sua inaugurazione in presenza, il 5 e il 6 novembre in maniera da preservare, sotto le Luci d’Artista, l’atmosfera dei grandi eventi, ma ci sarà tempo sino al 9 gennaio per visitarla in tutta calma e sicurezza.

«Sarà un’edizione più italiana del solito, ha continuato Ilaria Bonacossa: se in genere il 60% delle gallerie di Artissima sono straniere e il 40% italiane, questa volta le percentuali saranno invertite». Confermato il fondo acquisizioni garantito dal partner Fondazione Crt per l’arte moderna e contemporanea (destinato a opere per il Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea e per la stessa Gam), Artissima ha incassato anche il sostegno di Intesa Sanpaolo, determinante per la parte digitale della fiera e della sua organizzazione.

Questa è, nelle intenzioni della direttrice e del nutrito staff curatoriale, «Artissima Unplugged», espressione musicale in cui gli strumenti sono le gallerie e le voci gli artisti. Quanto ai temi, inevitabili i riferimenti al presente: l’arte «di resistenza e di sopravvivenza» è il tema della sezione Present Future, curato da Ilaria Gianni e Fernanda Brenner; «When the Sky is Low and Heavy» (letteralmente, «quando il cielo è basso e pesante»), titolo di un’opera di David Lamelas (di proprietà del MuHKA, Museo d’arte contemporanea di Anversa) in cui protagonisti sono alberi in crescita e attualmente a rischio di sopravvivenza, è anche quello della sezione «Back to the Future», curata da Lorenzo Giusti e da Mouna Mekouar che riunisce opere dal 1960 al 1999 sul rapporto uomo-natura.

La «Stasi frenetica», ovvero l’accelerazione imposta dalle limitazioni determinate dall’emergenza sanitaria, ha ispirato infine Ilaria Bonacossa per la parte in presenza della fiera. «La più piccola delle grandi fiere e la più grande delle piccole fiere», come lei la definisce, ancora una volta fa appello alla sua vocazione sperimentale.

La Bonacossa, del resto, non poteva fare altrimenti, se si considera che è a capo di una fiera sostenuta finanziariamente anche con denaro pubblico e che una risposta al suo «datore di lavoro», la Fondazione Torino Musei (quindi la città) era dovuta. E sicuramente dovrà attingere alla sua autorevolezza e alle sue doti diplomatiche per mediare tra le due parti: la città che vuole la kermesse e i galleristi che vogliono vendere senza disperdere energie preziose.

Né mancano, fra loro, le perplessità su quella che viene percepita come un ibrido tra una mostra collettiva e una fiera ridotta, in cui sarà difficile fare mercato con una sola opera esposta e per di più in un contesto problematico in fatto di allestimento. I più espliciti tra loro parlano di «fiera spezzatino».

La direttrice è conscia di ciò che potrebbe essere in agguato mettendo in primo piano i musei cittadini attraverso «i mercanti nei templi» (in una fase in cui, peraltro, l’espressione appare desolatamente priva di senso). La strategia applicata ha qualche analogia con il progetto di Eike Schmidt, il direttore degli Uffizi che vorrebbe renderne più fruibili le opere riportandole nelle sedi originarie; la Bonacossa fa lo stesso (e un po’, ma solo per il carattere delle sedi, il contrario) rifiutando di rassegnarsi alla pigrizia del digitale come unica soluzione possibile e portando la fiera nei musei cittadini.

Palazzo Madama, il Mao e la Gam non sono solo rifugi antiCovid dove mettere al sicuro le opere e i visitatori, cioè la fiera stessa, ma anche sedi per fare ciò che la pandemia ci ha insegnato, ad esempio riscoprire il valore civico della collettività, guardare (e scoprire) casa nostra, guardarci dentro.

E magari riflettere su ciò che la crisi ha impietosamente rivelato: la vulnerabilità di un mercato basato in larga parte sul nomadismo fieristico; la sempre difficile conciliazione tra cultura, impresa e mercato; ma anche una «contemporary art fatigue» causata da modalità di esposizione e proposta alterate da un ritmo insostenibile e, per citare il titolo di Artissima 2020, «frenetico» (in tempi normali e in tempi di emergenza) che, passata la tempesta, sarà inevitabile correggere.

Franco Fanelli, edizione online, 13 ottobre 2020



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