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Opinioni

Bologna, dove la cultura è «saper fare»

Ciò che manca alla città però è il giusto riconoscimento del proprio ruolo nazionale

Veduta a volo d'uccello su Bologna, con San Petronio e piazza Maggiore. Foto Szs

Bologna. L’Emilia-Romagna è da diversi anni ai primi posti dei più importanti indicatori relativi a benessere collettivo, attività economiche, capacità competitive nelle sfide tecnologiche e qualitative, richieste dal mondo globalizzato. Eppure simili esiti possono apparire sorprendenti per un territorio privo di risorse energetiche, per nulla generoso di una naturale fertilità che ne consentisse accumulo di ricchezze produttive primarie dai propri campi: anzi, da conquistarsi questo con l’ingegnoso lavorio dell’irreggimentazione delle acque, della bonifica degli acquitrini e della messa a coltura dei boschi. È proprio qui che comincia a percepirsi il formarsi di quelle attitudini di vita, vere e proprie affinità culturali delle popolazioni: il rapporto con una visione fatta di arcigno impegno per assicurarsi sostentamento, dove le difficoltà da superare obbligavano a una versatilità operativa individuale non meno che a un impegno collettivo. Radici per tutti, ben affondate nella terra e nella sua risposta produttiva, tenute insieme idealmente da elementi richiamantisi a cammini verso orizzonti lontani, il Po, la via Emilia, collante di un territorio vocato da sempre a essere transito tra Oriente e Occidente, non meno che lungo le invitanti aperture vallive scavalcanti gli Appennini, da sud a nord. Un dato oggettivo derivante dalla collocazione geografica che ne ha fatto una terra di incontri di uomini, cose, idee, culture, aperta a conoscenze molteplici, a esperienze pratiche in tutti i settori del vivere, indisponibile a rinchiudersi in pretese di autosufficienza. Da qui quell’energia costruttiva e inventiva necessaria a misurarsi con i limiti intravisti, frutto della volontà di cogliere il meglio di quanto proveniente dall’esterno e amalgamarlo con le proprie esperienze, sì da assicurarsi un percorso di sviluppo.

La cultura qui è «saper fare»
E fu dunque impegno di conoscenza approfondita e di lavoro assiduo per trasformare in meglio la propria realtà; creare condizioni di rapporti civili, economici e sociali disponibili a dar seguito a una comune progettualità di crescita collettiva. Si snodò in tal modo il definirsi di un atteggiamento culturale che alimentò il sedimentarsi di un «saper fare», dove splendide costruzioni urbane e architettoniche accoglievano bellezze artistiche di ogni tipo; ardite intuizioni tecnologiche sfidavano e segnavano il futuro in costante equilibrio tra concretezza sperimentale e aperture agli stimoli dall’esterno (esemplificare con gli esperimenti di Guglielmo Marconi è fin troppo facile!); una diffusa imprenditoria, in particolare meccanica, si imponeva nel mondo per il costante collegamento tra funzionalità del prodotto e dimensione estetica, inevitabile esito di una simile storia culturale (come si fa a non pensare alla Ferrari?). Così, a esito di tale percorso secolare, ecco la regione presentare ora se stessa attraverso (tra l’altro) una fitta rete di biblioteche (quasi 700), di musei (541), teatri storici (116), castelli (almeno 130 visitabili), dove si entra in relazione con tali lineamenti culturali. Di questa fisionomia Bologna è da sempre sintesi esemplare.

E dall’XI secolo l’Università
Bologna «porto di terra», come fu definita nel ’500, «piattaforma semovente», come fu detto più recentemente, confluenza di tutti i percorsi commerciali ed esperienze umane che fin dall’antichità etrusca portavano le preziosità balcaniche alle corti celtiche dell’Occidente e del Nord. Con un di più fondamentale: la presenza dall’XI secolo dell’Università, per eccellenza luogo di scambio di idee, saperi, valori ricevuti e ritrasmessi da docenti e studenti di tutta Europa che accorrevano a Bologna per formare le indispensabili competenze giuridiche utili allo sviluppo avviatosi nel nuovo millennio. Competenze dove la teoria scientifica si traduceva in pratiche capacità di intervento sul reale, dando un ulteriore contributo dalle aule e dai laboratori universitari al consolidarsi di una cultura aperta ai più diversi contributi, in grado di collegare perfezione stilistica e formale con concretezza d’azione migliorativa dell’esistente. Di tale attitudine diede prova il mondo del lavoro cittadino, realizzando per secoli tessuti di seta esportati nel mondo, avvalendosi dell’innovazione del mulino a ruota idraulica e della presenza di una rete di canali sotterranei, frutto del lungimirante collegamento tra pubblica amministrazione e privati.

Il centro è ancora qui
Una dimensione culturale ben compresa da Roberto Longhi, che seppe farne modalità interpretativa della grande pittura bolognese da Vitale ai Carracci, da Reni a Domenichino (tra i tanti), non eclettica sommatoria di stili, come si era affermato per troppo tempo, ma intreccio evocativo di tutti i percorsi culturali giunti nella città, così piantata fra i suoi paesaggi padani e proiettata verso orizzonti lontani con cui rapportarsi e nutrirsi in termini di uomini, di culture, di traffici mercantili. Del resto la stessa spettacolarità teatrale delle sue vie del centro, costeggiate dai quasi 40 km di portici, sembra offrire solide quinte alla rappresentazione di un possibile dialogo tra le persone trasportate in una sorta di solenne palcoscenico di pietre. Si deve a questo processo di ininterrotta definizione di un siffatto connotato culturale, se Bologna seppe risollevarsi nel dopoguerra dalle drammatiche ferite subite, ricomponendo saperi manifatturieri antichi con avventure aperte sul futuro e con gli influssi provenienti d’ogni dove. Maturò tra anni Cinquanta e Sessanta quell’attitudine a una mai perduta specializzazione produttiva, dove confluivano i lontani saperi pronti a misurarsi con l’atualità. Come, pure, superando le tensioni ideologiche della guerra fredda, la città ritrovò il senso di convivenza comunitaria tipico dei suoi momenti alti, che favorì la confluenza su una progettualità urbana, sociale, economica partecipata anche da settori politici contrapposti. Una modalità perduta nello sfilacciarsi ideale di una realtà che pare oggi allontanata da un senso di appartenenza civica, di un comune obiettivo da raggiungere con la concreta collaborazione di tutti, di un dialogo con l’altro che non era la folclorica bonomia «alla bolognese», ma un senso della vita fatta del severo lavoro di costruzione di un avvenire migliore da raggiungere con la serena consapevolezza di condividere ideali e sogni da affidare alle future generazioni.

Cineteca e auto solare
Continua invece a manifestarsi il vigore dell’intreccio di sempre tra dimensione culturale e realizzazione pratica. Basta pensare ai successi nei campi più diversi dei giovani universitari stimolati da un ambiente innovativo, che hanno saputo realizzare, ad esempio, l’auto solare, vincitrice dell’American Solar Challenge, competizione tra tutti gli Atenei del mondo. O la collocazione internazionale della nostra Cineteca, luogo di altissima divulgazione culturale, aggregazione sociale, impegno civile e applicazioni tecnologiche al restauro delle pellicole cinematografiche, che ripropongono, aggiornate alle tecniche d’oggi, le capacità manifatturiere e inventive delle antiche botteghe artigianali.

Ma non abbastanza riconoscimento

Fino a quando la città resterà fedele a questo equilibrio tra le radici di sempre e gli sguardi verso le lontananze più ardite sarà  portatrice di una cultura della qualità in tutti campi dell’arte e del sapere, con il solo, pur grave, rammarico (paradossale a ben guardare le statistiche), di non riuscire a trovare il giusto riconoscimento del proprio ruolo nazionale, che meriterebbe ben maggiore considerazione nelle scelte della politica culturale messa in campo da sempre dalle istituzioni centrali e dalle reti comunicative da esse ispirate.

Angelo Varni, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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