Bilancio positivo per le fiere d'autunno

Da Miart a Miami, da Basilea ad Artissima, da Frieze a Roma, i dati dimostrano che la ripresa avviene in continuità con il pre pandemia. Ma ora che Londra paga la Brexit, Parigi torna regina del mercato

Giò Marconi Massimo de Carlo Alessandro Pasotti e Fabrizio Padovani della P420 «Moving Up» (2021) di Yinka Shonibare esposta ad Art Basel Miami © Shonibare CBE 2021. Cortesia dell’artista e di James Cohan. Foto Stephen White & C Flavia Frigeri e Ursula Casamonti (proprietaria di Tornabuoni)
Michela Moro |

Basilea, Londra, Milano, Parigi, Roma e Torino. In ordine di apparizione: Miart/Milano, ArtBasel/Basilea, Frieze/Londra, Fiac/Parigi, Artissima/Torino, Roma Arte in Nuvola/Roma, Art Cologne/Colonia e dal 2 al 4 dicembre Art Basel Miami Beach: da settembre ad oggi, il ritorno delle fiere in presenza è stato scandito da due appuntamenti al mese. Pre pandemia si discuteva molto della necessità di questa girandola internazionale continua, che fagocita energie e investimenti da parte delle gallerie e che richiede un costante nomadismo da parte dei collezionisti.

È cambiato qualcosa tra prima e dopo? Il mercato dell’arte non pare proprio in difficoltà e i numeri di fine fiera sono in linea con le edizioni precedenti. Miart: 142 gallerie, 40mila visitatori; Art Basel: 272 gallerie, 60mila visitatori; Frieze: 276 gallerie (Frieze+Frieze Masters) 80mila visitatori; FIAC: 171 gallerie, 46.655 visitatori; Artissima: 155 gallerie, 31.500 visitatori, Roma Arte in Nuvola: 120 gallerie, 24mila visitatori.

Miart è la fiera perfetta per i milanesi, un mix di contemporaneo e moderno, dove molti acquirenti trovano proprio quello che vogliono, a prezzi accessibili, al netto dei collezionisti importanti che utilizzano i rapporti diretti stabiliti da tempo con i galleristi. Alcuni galleristi e visitatori esperti, off the record, non sono stati generosi con l’edizione 2021 di Miart, reputata modesta, altri non ne perdonano, a loro dire, la sciatteria curatoriale.

Un navigato espositore addirittura sostiene che il sistema fiere, ancora troppo affollato, collasserà presto e che basterebbe una fiera per nazione, di qui e di là dall’oceano per soddisfare il mercato. Certamente Miart ha pagato l’essere apripista della stagione, con i dubbi del caso per il mercato e le incertezze per la salute. Ma secondo una ricerca recentemente pubblicata da Nomisma, l’indotto delle tre fiere italiane più rilevanti (Miart, Artissima e ArteFiera Bologna) nel 2019 è stato di 26,42 miliardi di euro, dato troppo interessante per cancellare in fretta e furia queste realtà.

ArtBasel rimane regina incontrastata delle fiere d’arte moderna e contemporanea, pur avendo scelto un atteggiamento cauto e conservativo, e muovendosi in solchi già tracciati, senza alcun rischio. Un po’ deludente, quest’anno, per alcuni galleristi che hanno sofferto la mancanza dei clienti d’oltreoceano, sia americani sia orientali. La versione «europea» era però tranquillizzante per tutti, grazie anche a un braccialetto che testimoniava l’avvenuto controllo anti pandemia, permettendo così l’ingresso ovunque in città senza ulteriori limitazioni o controlli.

Frieze ingrandisce internazionalmente lo schema di Miart: fiera per tutti, anche per i non collezionisti che desiderano un pezzo interessante, ma la ricerca che l’ha segnata agli esordi è ormai lontana. Londra in piena Brexit la rende meno attraente, anche se, accoppiata con Frieze Masters, produce buoni numeri e buoni risultati economici. Una certezza sarà comunque la presenza della Deutsche Bank, che ha annunciato l’estensione di diciotto anni della sponsorizzazione di Frieze come GlobalLead Partner.

Stella del momento è la Fiac. La Francia dell’arte sta approfittando della Brexit occupando i vuoti e offrendo nuovi scenari e nuove istituzioni, come la Bourse de Commerce, sede permanente della collezione Pinault. Si contano sulle dita di una mano le gallerie internazionali importanti senza una sede francese; la nuova versione della fiera, il Grand Palais Ephémère, che sostituisce lo storico Grand Palais chiuso per lavori di ristrutturazione fino al 2024, è piaciuta. La struttura dell’edificio è modulare, riutilizzabile e riconfigurabile; il legno proviene da «foreste generate in modo sostenibile»; la sua capacità di assorbimento del carbonio è pari a 1.956 tonnellate.

Inaugurata in un’atmosfera di cauto ottimismo, la Fiac ha ottenuto un ampio consenso grazie all’energia palpabile e al desiderio di superare la pandemia. Il dato che emerge è che la partecipazione alle fiere resta un appuntamento imprescindibile per i galleristi e il pubblico, magari con modalità diverse. Come dice Roberto Casamonti, fondatore nel 1981 della Tornabuoni Arte, «Se si fa una fiera si corre il rischio di vendere un quadro, se non la si fa siamo certi che non lo vendiamo».


P420: benissimo!
Alessandro Pasotti e Fabrizio Padovani, fondatori nel 2010 nella P420 di Bologna, con l’esclusione di Roma, hanno partecipato a tutte le fiere della stagione e hanno in programma Bologna, Ginevra, Bruxelles e Dubai, oltre a entrambe le fiere di New York, Frieze e Armory. «Abbiamo scelto, in maniera un po’ coraggiosa, di partecipare a tutte le fiere e credo sia stata la scelta giusta, dice Padovani. Da settembre in poi c’è stato di nuovo movimento, prima a Miart con la gente che non osava troppo sull’acquisto, infatti lì sotto i 10mila euro si è venduto abbastanza bene, dai 10 ai 25 si è fatto fatica, sopra i 25mila euro pochissimo. È stata la prima fiera, c’era una gran voglia ma ci si guardava in giro con circospezione.

Poi siamo andati ad Art Basel e ha funzionato. È stata una fiera europea, ma l’Europa non è piccola, è una bella vetrina lo stesso. Quindi abbiamo partecipato a Frieze e Fiac, molto bene entrambe. Abbiamo portato due programmi diversi, a Frieze la parte più giovane, Rodrigo Hernández, June Crespo, Adelaide Cioni e li abbiamo venduti tutti. A Parigi sono venuti tutti, tutti hanno venduto, noi i pezzi più importanti dello stand. La migliore fiera italiana è Artissima. Lì abbiamo venduto più di 30 opere. Si può dire che sono brutte da vedere, le opere non si apprezzano come in una mostra, ma per una galleria come la nostra non c’è nulla come le fiere per incontrare collezionisti, curatori e vendere. Partecipare a tante fiere comporta un lavoro enorme che in pochi capiscono. Vuol dire, tra l'altro, avere molti artisti diversificati. E poi il ricavato al 70% viene dalle fiere
».

Giò Marconi: affari anche in sede
«A Roma ho detto di no: la location può essere meravigliosa ma non ero convinto del progetto, dichiara Giò Marconi di Milano. Quest’anno non ero a Miart, ma sono rientrato nel comitato di selezione della fiera per l’anno prossimo, quindi vi tornerò con uno stand. Ho partecipato a Basilea e a Frieze Masters a Londra, presentando lo Studio Marconi con autori storici della galleria: come Valerio Adami, Enrico Baj, Hsiao Chin, Lucio Del Pezzo, Antonio Dias ed Emilio Tadini. Nonostante l’affluenza minore, il business c’è stato, così come c’è ancora in galleria. Adesso vorrei andare negli Stati Uniti, ma ad Art Basel Miami non mi sono trovato bene e sto esplorando nuove possibilità. Le fiere cui ho partecipato quest’anno sono state sufficienti per fare pubblicità alla galleria e avere un riscontro in sede. Forse tornerò alla Fiac».

Tornabuoni: meglio le fiere delle aste
Tornabuoni Art è una macchina internazionale con sedi a Firenze, dove opera anche Tornabuoni Arte Antica, Milano, Forte dei Marmi, Crans Montana, Svizzera, Parigi e Londra. Sono presenti a tutte le fiere, incluso Tefaf. Da Roma, dove hanno partecipato alla prima edizione di Arte in Nuvola, la gallerista Ursula Casamonti dichiarava: «Roma per la prima edizione va bene, qui una fiera serve. Per noi il lavoro in galleria non può essere disgiunto dall’incontro con il pubblico della fiera, che ha un potere diverso. In un momento di crisi dobbiamo esserci, per questo non ne abbiamo persa una. Grandi costi, però alla fine il lavoro paga.

Per la prima volta abbiamo partecipato ad Artissima; è stata un’ottima fiera, i clienti avevano energia e voglia di comprare. Vengono ad Artissima per fare l’affare e trovare l’artista giovane, e poi da noi hanno comprato Isgrò, Dorazio e Boetti. Miart è un po’ debole in questo momento, ma è stata la prima subito dopo il Covid. Tre anni fa aveva superato la vecchia Bologna: ArteFiera è calata ma ha dalla sua, e riesce a sostenerla, l’eredità di trent’anni di fiera. Basilea, dove abbiamo presentato una personale di Castellani, è andata abbastanza bene. È stata una fiera a marcia ridotta. Le fiere rappresentano il 70% del nostro fatturato». Il padre Roberto corregge «è 50% e 50%» e aggiunge «io sono favorevolissimo alle fiere e contrario alle aste perché lì bisogna battere tutti i mercanti e i privati del mondo. Un affare buono alle aste non lo fai mai, specialmente se sei un gallerista. Il divertimento è trovare il quadro bello a un prezzo onesto e rivenderlo guadagnandoci qualcosa, come si fa nelle fiere».

Massimo De Carlo: a caccia di energie
Massimo De Carlo ha approfittato di Artissima per utilizzare come luogo espositivo una palazzina Liberty, Villa Chiuminatto, all’interno della quale lo spazio era notevolmente maggiore di quello di uno stand. «Abbiamo partecipato ad Art Basel e Westbund a Shanghai, resistendo alla tentazione di farle tutte, poi abbiamo capito che c’è anche un modo diverso per fare le fiere. Stiamo cercando di reimmaginare l’operatività delle fiere, un tassello importantissimo del mercato, quante se ne fanno e come si fanno. Per esempio negli anni pre pandemia andavamo a Shanghai in sette o otto persone, quest’anno l’ha gestita il team cinese: stiamo sperimentando dei team locali per le fiere. È chiaro che le fiere creano un’opportunità: a Torino, per esempio, ritorneremo anche extra fiera, con dei pop up in momenti specifici. Cerchiamo di capitalizzare sulle energie degli spostamenti altrui, anche se in questo momento sono minori del solito. Si cerca di cogliere le energie dove ci sono».

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