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Biennale di Venezia: i Padiglioni in città

L'accademismo e il déjà-vu appesantiscono alcune proposte, ma non mancano le sorprese

Il padiglione della Lituania. Foto Andrea Avezzù. Cortesia La Biennale di Venezia

Venezia. I muri si alzano, si abbattono, si rialzano, si riabbattono. La memoria è breve, le generazioni passano. Quello che è successo diventa la storia di qualcun altro e i ricordi si indeboliscono. Poco importa se custoditi nel cyberspazio o in polverosi archivi cartacei. Corsi e ricorsi della storia. L’uomo ripete i propri errori e l’arte va in loop, guarda al passato, nella speranza di guardare al futuro. Una sensazione di déjà vu pervade alcune opere dei padiglioni nazionali in città.

Per esempio quelle di Rada Boukova (1973) e Lazar Lyutakov (1977) nel Padiglione della Bulgaria. Scaffali in plexiglas e bicchieri acrilici con piccole imperfezioni e pannelli verde acqua si interfacciano lungo tutto lo spazio espositivo. Idea del riciclo e modularità industriale privata della sua funzionalità, in dialogo con il settecentesco Palazzo Giustinian Leonin, sede della mostra. Un’operazione minimal, esteticamente gradevole, che rischia di ridurre l’arte a un esercizio di stile.

Lo stesso Palazzo ospita anche il Padiglione del Portogallo, con le sculture di Leonor Antunes (1972). Anche in questo caso il punto di partenza sono oggetti quotidiani, perlopiù di design, trasformati in sculture verticali, astratte, monumentali e leggere. Lampadari, tende, finestre ed elementi verticali si rincorrono nelle stanze dando la sensazione di trovarsi in un piacevole giardino, dove forme moderniste sono reinterpretate anche con materiali naturali, come il legno o la corda. Il legame con l’architettura e il design è molto forte.

Esteticamente gradevoli, ma un po’ ingessati, i lavori nel Padiglione dell’Iran. Samira Alikhanzadeh (1967) ha stampato fotografie di donne su tessuti trasparenti, appesi su attaccapanni. Ciascuna è accompagnata da una storia e da un paio di scarpe argentate, tutte in fila, tutte uguali. Reza Lavassani (1962) ha realizzato una grande tavola pietrificata, carica di oggetti che alludono alla transitorietà della vita, senza commensali. Il sapore è un po’ celebrativo. È un’assenza che fa percepire una mancanza, ma di qualcosa, più che di qualcuno. Ed è comprensibile visti i limiti della libertà di espressione di un Paese messi in luce, per esempio, dal recente episodio della pugile Sadaf Khadem (che non può tornare in patria per aver combattuto in Francia senza lo hijab).

Chi ha trovato il modo di affrancarsi dalle ideologie di regime è il curdo-iracheno Serwan Baran (1968). Per la prima volta l’Iraq è rappresentato da un unico artista. Soldato e pittore di guerra negli anni Ottanta e Novanta, Baran è passato da uno stile celebrativo e propagandistico a un espressionismo cupo, con cui ha dato voce all’orrore della guerra maturato intimamente e nel silenzio, un gemito privo di retorica e colmo di dignità. «L’ultimo pasto» è un dipinto monumentale, in cui una veduta dall’alto di una moltitudine di soldati morti diventati parte del suolo con cui si confondono per le uniformi mimetiche, arricchite di frammenti di oggetti donati dalle famiglie. C’è anche una scultura in argilla grezza; è la salma di un generale, «L’ultimo generale», sullo scafo di una scialuppa affondata. Ha medaglie appuntate sul petto in decomposizione.

L’arte non è necessaria, ma sgorga dalla necessità di esprimersi: ne è convinto Vesko Gagovic, che sostiene: «Oggi l’artista si deve comportare come un produttore, un regista, un curatore. Ma nonostante tutto, credo che sia più importante esprimere se stessi e assumere un atteggiamento attivo e impegnato nei confronti dell’attuale situazione sociale». Le sue sculture inedite nel Padiglione del Montenegro, ispirate al film di Stanley Kubrick «2001: Odissea nello spazio», sono parallelepipedi monocromatici, neri o dorati, sospesi e con una base di luce al led. Forme semplici ed essenziali, cariche di spiritualità, che hanno un’origine lontana: «Le forme geometriche sono apparse nel mio lavoro nel periodo tragico e turbolento del conflitto bellico scatenatosi dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Sono ideali di compostezza, concentrazione e autonomia dell’arte».

Dunque, in primo luogo, l’artista deve esprimere se stesso. Se questo manca l’opera rischia di essere un’operazione studiata a tavolino per esprimere grandi temi, da quelli universali a quelli politicamente corretti, come si ha l’impressione che accada nel lavoro di Dane Mitchell (1976) per il Padiglione della Nuova Zelanda, dove non manca certo un atteggiamento impegnato (nei confronti dell’ambiente e della perdita della memoria). Una grossa stampante in una biblioteca vuota è collegata a cinque alberi sparsi per Venezia. La stampante genera ininterrottamente nomi di specie estinte che gli alberi declamano (per otto ore al giorno per i sette mesi della Biennale), trascrivendoli su un lungo foglio di carta bianca. Il titolo «Post hoc» è l’abbreviazione del sofismo latino (dopo di questo e quindi a causa di questo) secondo cui ogni avvenimento precedente è la causa del successivo.

Diverso approccio alla natura nel progetto interdisciplinare del Padiglione della Mongolia, dove un'installazione ambientale di Jantsa, artista che vive a Los Angeles, pervade lo spazio con accumulazioni di materiale nero simile a lava o bitume, un paesaggio da attraversare illuminato da una luce rossa. Funziona come una scenografia, che «si accende» quando il canto laringeo di performer mongoli, realizzato in collaborazione con l’artista tedesco Alva Noto, pervade lo spazio. Il canto di gola è stato per millenni l’unica forma d’arte trasmissibile nella popolazione nomade della Mongolia. La sua modulazione interagisce con il paesaggio circostante, che però, in questo caso, rischia di assumere una funzione accessoria.

Tra i debutti ci sono quelli di Pakistan e Malesia. Il Pakistan, in un padiglione presentato dalla Foundation Art Divvy e dal Pakistan National Council of the Arts, è rappresentato da Naiza Khan (1968), attiva tra Londra e Karachi. Il suo è un progetto su Manora Island, a sud del porto di Karachi, la maggiore città del Paese. Video, piccole sculture e bassorilievi dorati analizzano la geografia alternativa frutto delle interazioni di passato, presente, istanze post coloniali e cambiamenti climatici, restituendo la complessità di un mondo nuovo e diverso. La Malesia ha scelto invece quattro artisti (Anurendra Jegadeva, H.H. Lim, Ivan Lam e Zulkifli Yusoff) per offrire un quadro complessivo della produzione artistica e degli intrecci religiosi e culturali del Paese, che le opere (video, dipinti, disegni e sculture) rispecchiano appieno. Ma c’è una voce fuori dal coro, ed è la videoinstallazione di Ivan Lam (1979), una stanza nera e buia con una serie di schermi accesi con il monitor girato verso la parete. Tutto ciò che si percepisce sono un bagliore colorato e un brusio. Ready made, Minimalismo, Concettualismo, Astrattismo, Optical art, Video arte: niente di tutto questo e un po’ tutte queste cose insieme. È uno stato di attesa, di contemplazione, e funziona. L’opera d’arte non può essere un esercizio su un tema. È un big bang. Un punto finito nel tempo e nello spazio che conduce la mente verso l’infinito, il particolare all’universale.

Nel Padiglione della Bosnia Erzegovina Danica Dakic (1962) presenta una trilogia sulla città di Zenica. Nella prima sala c’è un video, «The Cleaner». Un anziano signore, profugo della ex Jugoslavia, ogni mattina, prima fa la dialisi e poi si reca spontaneamente a pulire il parco cittadino. Tutti i giorni ripete le stesse azioni. Zenica è una città industriale la cui economia e il cui skyline sono legati alla produzione dell’acciaio. Il paesaggio è ripetitivo, monotono, con ciminiere, palazzoni e fumo nero. Ma insieme al fumo ci sono le nuvole, tra le ciminiere la luna piena. Nel cielo buio rami scossi dal vento e uccelli che lo attraversano. Una canzone swing accompagna il protagonista in una passeggiata per la città, cambiando il senso di ciò che con lui osserviamo. Il fumo delle ciminiere è il respiro di una città viva e felice, in cui il ricordo della guerra è presente e nulla è dato per scontato, nemmeno la fuliggine dinanzi a una distesa di lapidi ricoperte di candida neve. «Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale» scriveva Marcel Proust. L’opera degli artisti nei Padiglioni in città esprime nel complesso la visione che Ralph Rugoff ha della sua mostra centrale (spiegata in un’intervista a Ben Luke, pubblicata su «Vernissage»): «Si rivolge al presente e non a chi si dovrebbe trovare nei libri di storia». In fin dei conti, come si dice, tutta l’arte è stata contemporanea. Ma non tutta è poi diventata antica.

Jenny Dogliani

edizione online, 20 maggio 2019


  • Una veduta del Padiglione dell'Iran. © M. Smith

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