Biennale di Venezia: i Padiglioni in città

L'accademismo e il déjà-vu appesantiscono alcune proposte, ma non mancano le sorprese

Il padiglione della Lituania. Foto Andrea Avezzù. Cortesia La Biennale di Venezia
 |

Venezia. I muri si alzano, si abbattono, si rialzano, si riabbattono. La memoria è breve, le generazioni passano. Quello che è successo diventa la storia di qualcun altro e i ricordi si indeboliscono. Poco importa se custoditi nel cyberspazio o in polverosi archivi cartacei. Corsi e ricorsi della storia. L’uomo ripete i propri errori e l’arte va in loop, guarda al passato, nella speranza di guardare al futuro. Una sensazione di déjà vu pervade alcune opere dei padiglioni nazionali in città.

Per esempio quelle di Rada Boukova (1973) e Lazar Lyutakov (1977) nel Padiglione della Bulgaria. Scaffali in plexiglas e bicchieri acrilici con piccole imperfezioni e pannelli verde acqua si interfacciano lungo tutto lo spazio espositivo. Idea del riciclo e modularità industriale privata della sua funzionalità, in dialogo con il settecentesco Palazzo Giustinian Leonin, sede della mostra. Un’operazione
...
(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

© Riproduzione riservata Una veduta del Padiglione dell'Iran. © M. Smith