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Restauro

Betlemme: è tutto italiano lo scavo della Natività

Le importanti scoperte durante i lavori avviati nel 2013

Particolare degli angeli a mosaico all'interno della Basilica della Natività a Betlemme

Betlemme (Palestina). Nel corso dei restauri e degli scavi che l’équipe italiana della ditta Piacenti sta svolgendo nella Basilica della Natività, patrimonio Unesco, un’inattesa sorpresa ha premiato gli archeologi: esattamente nell’angolo tra la facciata dell’edificio più antico, di epoca costantiniana, e il basamento delle colonne di quello successivo, del tempo di Giustiniano, è emersa una serie di reperti vitrei, probabilmente delle lucerne, sigillate nel punto di contatto tra la prima e la seconda basilica.

Alessandro Fichera, archeologo della Piacenti Spa, ha formulato sui reperti un’ipotesi affascinante: la loro collocazione non sarebbe casuale, potrebbero essere stati depositati lì al momento della costruzione del nuovo edificio, secondo un rituale apotropaico che trova diversi confronti nei Paesi del bacino mediterraneo. L’avventura dell’équipe italiana nella Natività conta ormai 10 anni, da quando, nel 2009, fu emanato un bando dall’Autorità Nazionale Palestinese per la realizzazione di un vasto programma di indagini conoscitive multidisciplinari, finalizzato a fornire dei criteri di intervento in vista del necessario restauro delle coperture della Basilica e, in generale, per tutti i futuri restauri.

Il bando allora fu vinto dal Consorzio Ferrara Ricerche, dell’Università di Ferrara, coordinato dal professor Claudio Alessandri del Dipartimento di Ingegneria. Per l’analisi archeologico-architettonica, un ruolo rilevante è stato svolto dall’Università di Siena, con la professoressa Giovanna Bianchi e i suoi collaboratori.

Fondamentale è stato anche il contributo fornito dai laboratori di ricerca del Cnr di Trento e di Sesto Fiorentino, che hanno eseguito sui materiali analisi costitutive e datanti. È insomma una storia tutta italiana in terra di Palestina, che continua nel 2013 quando i lavori di restauro, gestiti dal Comitato presidenziale e finanziati dallo Stato Palestinese, sono stati affidati alla ditta Piacenti di Prato, in una realtà difficile, dove alle indiscutibili competenze scientifiche delle diverse équipe è stato necessario affiancare tanta paziente diplomazia, per armonizzare le istanze della ricerca con quelle delle diverse comunità religiose custodi del sito.

La Basilica è il cuore di un vasto complesso formatosi tra i primi secoli del Cristianesimo e l’epoca delle crociate e suddiviso, nella sua gestione liturgica e devozionale, tra le comunità francescana, ortodossa e armena. Attraverso la piccola Porta dell’umiltà si accede al nartece e da questo al maestoso interno (54 x 26 metri) costituito da una navata centrale e due minori per lato. I colonnati sono sormontati da architravi lignei (tecnica utilizzata anche a Roma nella Basilica sistina di Santa Maria Maggiore). Sopra gli architravi si impostano i muri della navata centrale e le coperture delle navi minori.

Le pareti della navata di mezzo sono traforate da una serie di finestre e ricoperte nel corso dei secoli da strati di intonaco e mosaici datati al 1169 grazie all’iscrizione che ne menziona i committenti nell’imperatore bizantino Michele Comneno, nel re di Gerusalemme Amalricus e nel vescovo latino di Betlemme Raoul. Le colonne presentano resti di decorazioni a olio databili ai primi decenni del XII secolo.

Secondo una tradizione molto antica, già risalente agli scritti di Giustino e di Origene, il luogo in cui Gesù nacque e fu deposto nella mangiatoia andrebbe localizzato nelle grotte della seconda collina sopra il Wadi el-Charubeh. Eusebio di Cesarea attesta che l’imperatore Costantino, poco dopo il concilio di Nicea del 325, fece erigere una Basilica sulla grotta della Natività, che un anonimo pellegrino proveniente da Bordeaux descriveva già ultimata nel 333. Dopo una rivolta dei Samaritani, che causò all’edificio gravi danni, la Basilica sarebbe stata ricostruita nelle forme attuali per volere di Giustiniano nel VI secolo.

Gli studi e i limitati scavi effettuati a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo non hanno però chiarito definitivamente il ruolo svolto dalle due committenze imperiali e la datazione delle diverse componenti architettoniche, portando a un vivace dibattito tra gli studiosi. Per chiarire, almeno in parte, tali questioni, le recenti ricerche sono state di fondamentale importanza. La prima fase delle attività è stata strettamente correlata al restauro della copertura e, dal punto di vista archeologico, è stata segnata dalla cosiddetta «archeologia dell’architettura», un approccio conoscitivo che mutua la metodologia stratigrafica orizzontale dallo scavo archeologico per l’analisi degli elevati dell’edificio, aiutando a comprenderne il divenire storico.

Tale lettura ha consentito di chiarire una stretta connessione nella realizzazione dei muri dell’edificio, in grossi conci di pietra. Grazie alle analisi dendrocronologiche e al radiocarbonio, le coperture lignee sono risultate riconducibili a vari interventi databili tra il XII e il XVIII secolo, mentre gli architravi delle navate, risultati di legno di cedro del Libano, sono stati datati con precisione tra il 545 e 665. Da tali evidenze è quindi possibile affermare che l’edificio attuale sia stato avviato durante il regno di Giustiniano per essere ultimato entro la fine del VI secolo o nei primi anni del VII, epoca in cui furono rese anche accessibili e quindi inserite in un ampio progetto devozionale, le numerose grotte esistenti nel sottosuolo, tra cui, oltre a quella della Natività sottostante l’area presbiteriale, quelle di san Giuseppe, di san Girolamo, del Lavacro, degli Innocenti e altre ancora.

Dopo l’analisi degli elevati e il restauro dei rivestimenti musivi parietali e delle colonne, attualmente l’attività di ricerca si è spostata nello scavo dei piani pavimentali per il restauro dei mosaici già parzialmente visibili da quando gli inglesi avevano scavato agli inizi del Novecento. Nel corso delle indagini sono emersi i resti della prima Basilica di epoca costantiniana, nonché lacerti musivi raffiguranti ortaggi, frutta e racemi vegetali.

Nell’autunno 2018, poi, la sensazionale scoperta delle lampade vitree. Gli importanti risultati dei ricercatori italiani della Natività saranno certamente valorizzati nel 2020, quando Betlemme sarà capitale della cultura del mondo arabo: un’occasione da non perdere per trasformare, anche grazie all’apporto delle diverse comunità religiose, l’attuale fruizione turistica mordi e fuggi di questo piccolo centro palestinese in una più completa esperienza di conoscenza e di fraternità spirituale.

Raffaella Giuliani, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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