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Musei

Bethenod, il ministro degli esteri di Pinault

Il funzionario lascia dopo 10 anni le sedi veneziane della Fondazione per dirigere la nuova Bourse de Commerce

Martin Bethenod. Foto di Vincenzo Pinto

Venezia. È stato per dieci anni il «ministro degli Esteri» di François Pinault in laguna, gentile e discreto quanto efficiente. Prima del suo arrivo, la fondazione del magnate e collezionista francese che gestisce Palazzo Grassi e Punta della Dogana era come separata da Venezia da un velo trasparente di distacco e diffidenza. Ma è stato proprio Martin Bethenod (54 anni, direttore dei due spazi espositivi dedicati al contemporaneo, dopo essere stato tra l’altro per sei anni alla guida della Fiac, la Fiera dell’arte Contemporanea di Parigi, contribuendo a rilanciarla) con la sua sincera voglia di dialogare e di aprirsi alla città, a contribuire a squarciarlo. Grazie soprattutto all’apertura del Teatrino di Palazzo Grassi, divenuto progressivamente un punto di riferimento permanente per incontri ed eventi legati alle arti, alla musica, al cinema, alla letteratura che ormai coinvolgono regolarmente istituzioni e associazioni cittadine.

Adesso per Bethenod è arrivato il momento, sofferto, dell’addio a Venezia e del ritorno a Parigi. Per occuparsi della direzione nella nuova sede espositiva della Fondazione Pinault della Bourse de Commerce, che si aprirà a giugno. «Per tre anni, spiega, mi sono occupato sia dell’attività di Palazzo Grassi e della Punta della Dogana, sia dell’avvio del progetto della Bourse de Commerce, ma ora il doppio impegno non era più sostenibile e ho dovuto scegliere. Il rischio, altrimenti, con un impegno diluito, sarebbe stato quello che anche il lavoro di squadra e la rete di rapporti e relazioni che abbiamo creato in questi anni a Venezia si indebolissero, e questo non potevo assolutamente permetterlo».

Al suo posto, in Laguna, arriverà Bruno Racine, già direttore di importanti istituzioni culturali tra cui il Centre Georges Pompidou e la Bibliothèque Nationale de France a Parigi e l’Accademia di Francia di Villa Medici a Roma. Scrittore, è un profondo conoscitore dell’Italia, a cui ha dedicato numerosi libri. «Ci conosciamo molto bene, commenta Bethenod, anche se non abbiamo mai lavorato insieme. Lo faremo ora, io da Parigi e lui da Venezia. La decisione non è mia, ma, potendo scegliere, avrei indicato proprio lui. Porterà ulteriore prestigio all’istituzione ed è un amico dell’Italia».

Signor Bethenod, com’è cambiata Venezia per lei in questi dieci anni?

Molto. Non parlo di aspetti come la crescita del turismo di massa che possono avere anche risvolti negativi, ma di ciò che mi riguarda più da vicino. La città ha rafforzato la sua vocazione di luogo del contemporaneo di rilievo internazionale, anche grazie alla crescita del prestigio della Biennale, sia per la Mostra Internazionale di Arti Visive, sia per quella del Cinema. Nuove fondazioni e istituzioni legate all’arte e alla ricerca artistica sono sorte su questa scia. Dieci anni fa non c’erano, ad esempio, la Fondazione Prada, le Stanze del Vetro alla Fondazione Cini, la V-A-C Foundation alle Zattere, la TBA21-Academy con il suo Ocean Space a San Lorenzo. Una volta per iniziative di questo tipo, si diceva in città: «Belle, ma che cosa c’entrano con Venezia?». Ora non è più così. Il contemporaneo, non solo nell’arte, ma anche nella musica, nell’architettura e in altre discipline, è entrato a far parte a tutti gli effetti del patrimonio e della cultura di questa città, convive felicemente con la sua dimensione storicizzata.

A volte si ha l’impressione però che tutte queste grandi istituzioni culturali presenti a Venezia siano un po’ come delle repubbliche autonome, ciascuna con la sua politica indipendente da tutte le altre. È giusto così o servirebbe un maggior dialogo?

Ogni istituzione culturale presente a Venezia, e in assoluto ovunque, deve avere una propria identità precisa, il più originale possibile. È il bello della diversità e un sistema culturale scaturisce proprio da questa pluralità di voci. Detto questo, non c’è incompatibilità tra di noi, anzi siamo in costante dialogo e ci confrontiamo e comunichiamo le rispettive iniziative in programma per evitare anche sovrapposizioni di date. Per quanto riguarda la condivisione, da qualche anno presentiamo al Teatrino di Palazzo Grassi una giornata dedicata alle attività educative rivolte al mondo della scuola, insieme alle altre istituzioni della città e in piena collaborazione con esse per offrire agli insegnanti una visione unica delle proposte: dalla Fondazione Musei Civici di Venezia all’M9 di Mestre, in modo che gli insegnanti che vengono a Venezia possano conoscere nell’arco di una sola giornata tutta la programmazione educativa delle istituzioni culturali attive.

Negli ultimi due anni anche realtà solide come i Musei Civici e la Collezione Guggenheim hanno perso un numero non indifferente di visitatori e in diversi hanno messo in relazione il fenomeno con l’oggettivo abbassamento della qualità del turismo a Venezia, con l’esplosione del fenomeno dei «giornalieri» rispetto a ospiti più stanziali e più attenti all’offerta culturale complessiva della città.

Personalmente credo che questi due tipi di turismo rispondano a logiche diverse. Chi viene a Venezia solo per fare un giro in giornata tra Rialto e Piazza San Marco non mette in preventivo anche una visita ai musei o a Palazzo Grassi, non ne ha il tempo e la necessità. Così come chi viene per la prima volta a Parigi va a vedere la Tour Eiffel e, al massimo, il Louvre ma certo non visita il Centre Pompidou. Lo farà, magari, la seconda volta, tornando. È un pubblico, quello del turismo giornaliero, poco interessato all’arte contemporanea e non a caso per noi luglio e agosto sono mesi di bassa frequenza a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, mentre ottobre e novembre sono i periodi migliori. Per questo non credo che la crescita del turismo giornaliero a Venezia vada a scapito di quello che visita i musei o le mostre: sono appunto pubblici differenti.

Com’è cambiata in questi dieci anni la politica espositiva di Palazzo Grassi e poi anche di Punta della Dogana?

Attraverso progressivi aggiustamenti per rendere pienamente leggibile il progetto della Collezione Pinault. La mostra di inaugurazione di Punta della Dogana è stata tenuta aperta per due anni e ha occupato entrambe le sedi. Poi, nel 2012, abbiamo provato a impostare una programmazione primaverile e una autunnale, ma gli esiti non sono stati soddisfacenti per noi. Quindi si è pensato a un evento espositivo a Punta della Dogana ogni due anni e a uno all’anno per Palazzo Grassi, ma anche questa cadenza non era ottimale. Infine si è giunti al tipo di programmazione espositiva attuale, con una mostra a Palazzo Grassi e una a Punta della Dogana nello stesso anno e aperte in contemporanea, presentando così nello stesso momento circa 4.500 metri quadrati di spazi espositivi alla città, impostando su questa base anche una vera dinamica didattica e culturale. Dal 2014-15 questo è il nostro ritmo espositivo, a cui si affianca anche l’attività del Teatrino di Palazzo Grassi. L’obiettivo è offrire una visione in movimento dell’arte contemporanea dal punto di vista di una collezione privata. Spesso si ha un’immagine dell’arte contemporanea legata anche alle grandi manifestazioni come l’occasione per fare una sorta di «zapping» visivo, sempre alla ricerca della novità. La nostra filosofia è diversa, legata a un impegno e a una coerenza nel tempo della collezione, basata anche sul rapporto che François Pinault ha creato con gli artisti che ne fanno parte. Da qui sono nate iniziative espositive come «Carte Blanche», affidando a un unico artista lo spazio espositivo di Palazzo Grassi e nel caso di Damien Hirst anche quello di Punta della Dogana. O come il coinvolgimento diretto degli artisti come curatori di mostre, come è già avvenuto con Danh Vo e come sarà quest’anno a Punta della Dogana con Thomas Houseago.

Il velo di diffidenza che inizialmente aveva accolto a Venezia l’arrivo della Collezione Pinault a Palazzo Grassi e Punta della Dogana si è poi dissolto con l’apertura del Teatrino di Palazzo Grassi, che è divenuto un punto di riferimento per l’attività anche di molte istituzioni e associazioni veneziane. Se ne prende il merito, visto che è stato aperto sotto la sua direzione?

No, è stato un lavoro di squadra e comunque è stato François Pinault a sposare l’idea di farne, anziché un nuovo spazio espositivo aggiuntivo a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, un «motore» di iniziative ed eventi aperti alla città. Fu lui in occasione della Biennale del 2011 a incontrare l’allora sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la soprintendente Renata Codello per comunicare loro l’intenzione di riaprire il Teatrino alla città due anni più tardi, in occasione della Biennale 2013, e così è stato. Da allora a oggi sono stati programmati nel Teatrino circa 700 eventi, un centinaio all’anno, circa uno ogni tre giorni, senza considerare la chiusura estiva. È stata un’opportunità straordinaria che ha avuto però una risposta immediata ed entusiasta da parte della città e delle sue istituzioni per iniziative che vanno dall’arte al cinema, alla letteratura, alla musica, fino agli aspetti sociali, come per esempio alcuni progetti che hanno visto il coinvolgimento dei migranti.

Un minimo comune denominatore della Collezione Pinault a Venezia è stata anche la presenza di un grande architetto come il giapponese Tadao Ando. A lui è stata affidata la «rilettura» in chiave minimalista degli spazi di Palazzo Grassi, poi della Punta della Dogana e infine del Teatrino. E ancora a lui ci si è affidati per ridisegnare gli spazi espositivi nella nuova sede parigina nella Bourse de Commerce. Perché sempre Ando?

Molto è legato alla sua personalità. È un architetto autodidatta, un uomo di poche parole ma di grande qualità ed efficienza. In questo è molto simile a Pinault, a cui è piaciuto subito. Inoltre c’è questo suo gusto architettonico minimalista, radicale ma allo stesso tempo molto rispettoso del passato. Si sono trovati subito in sintonia. Non si è cercata l’archistar all’ultima moda perché progettasse l’intervento più estroso del momento, ma un architetto come Ando con una visione, capace di relazionarsi con l’arte e di lavorare sui tempi lunghi, dialogando con lo stesso Pinault. Un po’ come lui ama fare da anni con gli artisti che segue nel tempo attraverso la sua collezione, da Rudolf Stingel a Martial Raysse, da Damien Hirst a Sigmar Polke. In più c’è il segno di Ando. All’interno della Punta della Dogana ha creato un cubo in un triangolo. Alla Bourse de Commerce a Parigi, proporrà un cilindro in un cerchio, secondo le sue personalissime geometrie architettoniche.

Palazzo Grassi chiude ogni anno il suo bilancio in passivo (come è in parte logico per un’istituzione culturale che non segue una logica aziendale di profitto) e ogni anno Pinault copre personalmente il disavanzo, facendosi carico anche della quota che spetta al Comune di Venezia, socio di minoranza con la sua società controllata del Casinò. Naturalmente può permetterselo, ma qual è la logica del suo investimento? Quale «ritorno» si aspetta?

Pinault è un mecenate e bisogna chiedersi allora cosa muove un mecenate a investire nell’arte contemporanea. Palazzo Grassi con Punta della Dogana sono istituzioni private e dunque non inseguono necessariamente l’equilibrio di bilancio tra costi e ricavi come invece è tenuto a fare un museo pubblico. Nel caso di Pinault credo ci sia il desiderio di mostrare, attraverso la visione delle opere della sua collezione, la sua idea di evoluzione dell’arte contemporanea. C’è l’aspirazione di far parte del processo di creazione, sostenendolo. Oltre che, naturalmente, quello di farle vedere a un pubblico sempre più ampio in una sede prestigiosa e in una città come Venezia, anche per un fatto di immagine.

Pinault «fuggì» da Parigi in polemica con la città, che non gli aveva permesso di creare il museo della sua collezione all’Ile Seguin, per portare la sua fondazione a Venezia. E ora vi torna per aprire a giugno la nuova sede nella Bourse de Commerce, che lei stesso dirigerà. È un cerchio che si chiude? E quale rapporto avrà la sede di Parigi con quella di Venezia?

Venezia è stato il punto di partenza di un progetto espositivo completamente diverso da quello che François Pinault aveva inizialmente concepito a Parigi. Là si voleva creare un monumentale museo all’Ile Seguin dedicato alla sua collezione. Quando il progetto è tramontato per i no che ricevette allora, Pinault (scegliendo Venezia) non ha pensato di riproporre lo stesso megamuseo, ma ha cambiato completamente idea. Pensando invece di creare una «rete» di spazi espositivi più a misura d’uomo, collegati tra loro. Dunque, Palazzo Grassi e Punta della Dogana, ciascuno di circa 2mila metri quadri di spazi espositivi. Ma anche una rete di mostre diffuse con opere della sua collezione (ne sono già state fatte una decina) dalla Francia alla Germania, alla Corea. Creando così una rete transnazionale attraverso cui veicolare le opere della sia collezione. Ora si aggiunge la nuova sede parigina della Bourse de Commerce che, con i suoi 3.700 metri quadrati circa, è certamente più grande delle sedi veneziane, ma non può essere comunque il museo «totale» della sua collezione concepito all’inizio. Anche la logica dell’uso dello spazio dovrà essere differente, perché Parigi è diversa da Venezia. Qui mostre di lunga durata che occupano interamente gli spazi espositivi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Là invece una rete continua di eventi, di dimensioni più ridotte, che si susseguono per tutta la durata dell’anno con cambiamenti frequenti. E la possibilità di utilizzare anche solo una parte degli spazi di volta in volta. Tra Venezia e Parigi ci sarà comunque un rapporto continuo di collaborazione che studieremo insieme al nuovo direttore Bruno Racine. Si può pensare a iniziative che si integrino o dialoghino nelle due sedi, ad approfondimenti in una sede di progetti presentati nell’altra, ma anche allo sviluppo a Parigi di progetti che legano cultura e socialità, come quello sui migranti che abbiamo portati avanti a Venezia, all’interno del Teatrino di Palazzo Grassi.

Lei lascerà il suo incarico a Venezia dopo le mostre di primavera che apriranno il 22 marzo: a Palazzo Grassi quelle dedicate a Henri Cartier-Bresson e a un altro fotografo come Youssef Nabil e, a Punta della Dogana, l’esposizione collettiva «Untitled». Ha già impostato la programmazione espositiva del 2021?

Certamente. E, in buona parte, anche proposte per quella degli anni successivi, ferme restando le eventuali opzioni che vorrà adottare il nuovo direttore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. I nostri progetti (specie quelli con il coinvolgimento diretto degli artisti) richiedono tempi abbastanza lunghi di preparazione, perché non si improvvisano da una stagione all’altra.

Parliamo un po’ della collezione di François Pinault. Continua a ingrandirsi? E come sceglie le opere che ne entrano a far parte, secondo quali linee?

La collezione (che vanta attualmente circa 5mila opere, escluse quelle personali nelle abitazioni di Pinault) è in continua espansione. E non potrebbe essere altrimenti, perché una collezione d’arte contemporanea, se non è continuamente aggiornata, invecchia. Il processo di selezione delle opere che ne entrano a far parte è molto aperto. Ci sono una serie di «consiglieri» (come Caroline Bougeois, io stesso e altri) che, più che proporre delle opere, stimolano l’attenzione di Pinault su determinati artisti. Ma poi a scegliere è sempre lui, sulla base del suo gusto e spesso anche della frequentazione degli studi degli artisti che possono interessargli. Non c’è una sola opera della sua collezione che non abbia scelto personalmente, a cominciare dalla prima, un dipinto di Paul Serusier. Il desiderio è quello di avere uno sguardo il più ampio possibile sull’arte contemporanea e, quanto alle linee guida della sua collezione, c’è indubbiamente la ricerca in molte opere di una dimensione minimalista. Accanto a questa, lo interessano le opere collegate all’idea della «Vanitas», dello scorrere del tempo, legato all’idea della morte. Inoltre lo attrae anche una linea più politica e radicale dell’arte contemporanea. C’è anche la voglia, in molti casi, di «scommettere» su giovani artisti, sulla loro crescita futura nel sistema dell’arte contemporanea. Sono molte di più le opere che entrano nella Collezione Pinault rispetto a quelle poche che ne escono. Ma in questo caso si tratta a volte dello scarto tra l’idea iniziale che si aveva dell’opera di un artista e l’evoluzione che invece essa ha avuto.

Enrico Tantucci, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020


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