Baselitz brutale, naïf e gotico

Al Pompidou una vasta retrospettiva del pittore tedesco, «manierista, nel senso che deformo le cose»

George Baselitz, «Die Madchen von Olmo II», 1981.
Luana De Micco |  | Parigi

«Sono nato in un ordine distrutto, in un paesaggio distrutto, tra persone distrutte, in una società distrutta. Non ho voluto ristabilire un ordine», ha detto Georg Baselitz in un’intervista del 2020 a Donald Kuspit, aggiungendo: «Non ho né la sensibilità né l’educazione o la filosofia dei manieristi italiani. Ma sono un manierista nel senso che deformo le cose. Sono brutale, naïf e gotico».

L’opera di Baselitz (pseudonimo di Hans-Georg Rem, nato a Kamenz, in Germania, nel 1938) oscilla tra figurazione, astrattismo e approccio concettuale, rompe le convenzioni e disgrega gli ordini prestabiliti. I suoi «dipinti invertiti», su cui cominciò a lavorare dal 1969, sono diventati la caratteristica distintiva del suo lavoro e la sua espressione più forte e efficace.

A 83 anni l’artista, che vive tra Austria e Italia (dove ha stabilito da tempo uno studio, a Firenze), ha collaborato con il Centre Pompidou per organizzare un’ampia retrospettiva curata da Bernard Blistène (che lascia la direzione del Musée d’art moderne il primo ottobre a Xavier Rey, ex direttore dei Musées de Marseille).

Ordinata cronologicamente, la mostra «Baselitz. La retrospettiva» (dal 20 ottobre al 7 marzo) si apre sull’autoritratto «G-Kopf» (1960-61), ispirato al libro di Hans Prinzhorn L’arte dei folli del 1922. Nell’ottobre 1961, in una Germania ancora devastata, Baselitz scrisse il manifesto «Pandemonium» insieme all’amico Eugen Schönebeck e sotto l’influenza di Antonin Artaud.

Ne seguì la prima serie di dipinti che nel 1963 fecero scandalo nella galleria Werner & Katz di Berlino Ovest, dove presentò anche «La grande notte in bianco» (1962-63). Tra il 1965 e il 1966 creò «Eroi», una galleria di personaggi dai corpi sproporzionati e distorti. A Parigi sono esposti tra gli altri «B.j.M.C.-Bonjour Monsieur Courbet» e «I grandi amici» del 1965.

Il museo si sofferma sulle diverse sperimentazioni dell’artista, dal disegno, con la serie a matita e inchiostro «Devozione» (2018), alla scultura, con «Modello per una scultura» (1979-80) presentata alla Biennale di Venezia del 1980, e «Donne di Dresda» (1989-90). Tra i lavori più recenti, i grandi autoritratti provocatori della serie «Avignon» del 2014.

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