Banksy è una donna

Il tempo passa e gli argomenti per le Guerrilla Girls si fanno sempre più tenui: «The Male Graze», in occasione dell'Art Night di Londra, non ha centrato il punto della questione

Franco Fanelli |

Le Guerrilla Girls, il collettivo impegnato nella denuncia della discriminazione nei confronti delle donne nel mondo dell’arte, riesumano (in parte) un loro cavallo di battaglia, «The Male Graze», in occasione di Art Night, festival londinese in corso sino al 21 luglio in varie sedi.

L’opera si basa su un’inchiesta lanciata nel 1989, quando le attiviste che si presentano in pubblico con maschere da gorilla fecero notare ai visitatori che l’85% di nudi esposti al Met di New York erano femminili, ma soltanto il 5% degli artisti presenti nelle collezioni erano donne. Le G.G. invitano ora il pubblico britannico a redigere un analogo rendiconto nei musei del Regno Unito.

Certo che per rendere più attuale l’inchiesta sarebbe simpatico se coinvolgessero tra le loro «inviate» le migliaia di donne che nei mesi dei lockdown e dello smart working hanno dovuto condividere i pochi metri quadrati delle loro abitazioni con compagni violenti. Potrebbero portare nei musei quelle rimaste vive e chiedere loro qualche riflessione su quella gravissima e ignobile faccenda dei tanti nudi femminili in cornice.

A quelle che hanno un lavoro dovrebbero poi spiegare che anche le artiste sono meno pagate o quotate dei loro colleghi maschi, proprio come accade a loro. Però dovrebbero anche dire di quali cifre si sta parlando e, che so, dire anche in quanti metri quadrati vive Marina Abramovic. Intanto Cecilia Alemani vendica il ben noto sciovinismo di Breton, Dalí & C. nei confronti delle donne surrealiste e della donne in generale, elevando Leonora Carrington a testimonial della sua Biennale di Venezia.

Certo è che il tempo passa e gli argomenti per le Guerrilla Girls si fanno sempre più tenui, soprattutto ora che molte posizioni chiave del sistema dell’arte, dalla sua creazione alla sua governance, sono in mano a donne. Quanto al nostro Paese, date un’occhiata all’inchiesta «Continente Italia» e vedrete che nelle prime sette posizioni della classifica (compreso il primo posto) compilata da critici, curatori, direttori di museo, collezionisti e operatori di mercato ci sono sei artiste; 13 nelle prime 21 posizioni.

Ora sì che si potrebbe dare la spallata definitiva al «maschio grufolante». Ma ci vorrebbe qualcuno di credibile e di autorevole (non sempre le due caratteristiche si accompagnano), preferibilmente uomo, un Obrist o un Jerry Saltz pronto a svelare a tutto il mondo una sconvolgente news, non importa se vera o fake: ad esempio che Banksy è una donna. Ci avevate mai pensato?

Sarebbe una bomba... Qualcuno forse ricorderà il clamore suscitato da papa Luciani quando, superando a sinistra le Guerrilla Girls, disse che Dio era più una mamma che un padre. È pur vero che la cosa non gli portò proprio bene, ma erano altri tempi. Oggi, al di là del sesso di Dio e di Banksy, è bastato un virus per allargare ulteriormente l’abissale distanza tra il mondo dell’arte e la vita reale. Non sarà mica un caso se nelle zone rosse, arancioni o gialle si è parlato pochissimo di teatro e moltissimo di pizze e spritz.

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