Banksy tra le 1.600 opere «scambiate» nei paradisi fiscali

Secondo l'inchiesta dei Pandora Papers, «più di una dozzina» dei lavori dell'artista è stata acquistata dal finanziere londinese Maurizio Fabris tramite un fondo offshore in Nuova Zelanda dal 2009

Una versione di «Rude Cooper» di Banksy simile a quella comprata da Maurizio Fabris secondo l'Icij. Foto Jan Fritz / Alamy Stock Photo
Riah Pryor |

Secondo le ultime rivelazioni dei Pandora Papers (la gigantesca inchiesta giornalistica dell'ottobre 2021 basata su 11,9 milioni di documenti su beni di alcune delle persone più ricche e potenti del pianeta registrati offshore, cioè in territori dove vigono legislazioni particolarmente permissive per quanto riguarda il fisco, Ndr), più di 1.600 opere d'arte realizzate da oltre 400 artisti sarebbero state «scambiate segretamente» utilizzando società di comodo e paradisi fiscali.

I dati sono stati rivelati dall'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), che sta lavorando con i media di tutto il mondo per vagliare la mole di documenti finanziari trapelati da una fonte non identificata nel 2021. È l'ultima analisi dell'indagine direttamente relativa al mondo dell'arte.

«I [documenti] mostrano come l'opacità del mondo offshore consenta alle persone facoltose di nascondere i propri beni e ricchezze, compresa l'arte, e possibilmente evitare le relative tasse, afferma Scilla Alecci, giornalista che ha lavorato al progetto per più di due anni. Gli esperti [hanno] detto a Icij che, fino a quando non saranno applicati i registri della proprietà effettiva e altre misure di trasparenza, le normative sul commercio d'arte da sole non possono fermare l'utilizzo delle opere arte per riciclare denaro e altri scopi illeciti».

L'arte in questione comprende «più di una dozzina» di opere di Banksy acquistate dal finanziere londinese Maurizio Fabris a partire dal 2009 tramite un fondo offshore in Nuova Zelanda (che all'epoca offriva l'anonimato ai proprietari di tali enti), che era stato fissato con il supporto dei servizi finanziari di Asiaciti Trust. Secondo il rapporto Icij, i lavori di Banksy includevano esemplari di «Girl with Balloon», «Flower Thrower» e due versioni di «Rude Copper». Il rapporto afferma che Fabris ha firmato con i dirigenti dell'Asiaciti Trust un contratto che gli ha permesso di esporre l'arte in casa a costo zero.

«Quando un trust diventa il proprietario legale dei beni, il collezionista potrebbe essere in grado di evitare o differire le tasse su ricchezza, proprietà e plusvalenze», scrive l'Icij, aggiungendo che «il trust di Fabris ha successivamente venduto tre delle opere di Banksy a una galleria londinese gestita dall'ex agente dell'artista».

I tentativi di «The Art Newspaper» di contattare Fabris non hanno finora avuto successo, ma un suo rappresentante legale ha detto all'Icij che «(Fabris) ha dichiarato tutte le sue partecipazioni offshore alle autorità britanniche e ha pagato le tasse nel Regno Unito, dove risiede». In effetti, mentre i documenti consentono di gettare uno sguardo, non così frequente, sui rapporti finanziari degli ultra ricchi, molti degli accordi che coinvolgono l'arte sono apparentemente esempi legali dell'utilizzo di entità offshore e società di comodo, piuttosto che prove di attività illegali.

«È eccitante avere qualcosa che si avvicina ai dati reali sulla quantità di arte coinvolta nella proprietà di società offshore, piuttosto che prove aneddotiche, ma è anche importante guardare queste cifre nel contesto, afferma Rena Neville di Corinth Consulting. 1.600 opere d'arte sono una goccia nel mare nel contesto degli oltre 30 milioni di oggetti che sono stati scambiati nel mercato dell'arte ogni anno negli ultimi 10 anni».

Le prove a sostegno delle affermazioni di attività illegale sono state, tuttavia, identificate dai documenti riguardanti il mercante Douglas Latchford, che nel 2019 è stato incriminato per traffico di antichità. Mentre Latchford ha negato le affermazioni fino alla sua morte nel 2020, i documenti di questa fuga di dati hanno mostrato come i conti offshore siano stati utilizzati per oscurare la vendita di manufatti saccheggiati dalla Cambogia.

Altre rivelazioni relative all'arte emerse dai Pandora Papers hanno riguardato l'importante famiglia Rajapaksa dello Sri Lanka che acquista opere d'arte tramite una società di comodo, la Vedovi Gallery con sede a Bruxelles, il cui catalogo del 2017 (che avrebbe superato i 15 milioni di euro) è stato registrato a Hong Kong evadendo così le tasse; e l'utilizzo di società offshore da parte della casa d'aste indiana Saffronart. Nessuno di questi soggetti è stato accusato di attività illegale.

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