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Balenciaga a Madrid: la marchesa, l’infanta e il couturier

Al Museo Thyssen-Bornemisza l’imprinting della pittura di El Greco, Zurbarán, Zuloaga e Velázquez sullo stilista basco, il più amato dai suoi colleghi, in un confronto fra abiti e tele

Abito e giacca in raso con decorazioni in fili metallici, paillette e perle di ceramica del 1960. © Jon Cazenave

L’«unico vero couturier», lo definì Coco Chanel; «Il maestro di tutti noi», a detta di Christian Dior. Cristóbal Balenciaga, alias «l’architetto della haute couture», è senz’altro lo stilista più amato dai sui colleghi. Inventore della linea a palloncino e dell’abito «baby doll», lo stilista basco trattava il tessuto come un materiale scultoreo, arricchito da un repertorio decorativo che incorporava lustrini, paillette e voluminosi ricami fatti a mano.

La biografia di Balenciaga (1895-1972), figlio di una sarta e di un pescatore di Getaria, è intimamente connessa alla storia della pittura spagnola, a partire dall’infanzia trascorsa tra l’umile dimora familiare e il Palacio Aldamar, residenza estiva della marchesa di Casa Torres. Ed è proprio nelle sale del palazzo di Getaria che l’undicenne Cristóbal poteva ammirare gli abiti parigini della marchesa, sua mentore e mecenate, nonché la straordinaria collezione di dipinti di Velázquez, El Greco, Goya e Pantoja de la Cruz.

Le immagini dei vestiti indossati da nobildonne seicentesche, sante e figure mitologiche, impresse nella memoria del futuro stilista, rappresenteranno un’inesauribile fonte di ispirazione nell’arco della sua successiva carriera. La mostra «Balenciaga e la pittura spagnola», al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid fino al 22 settembre, intende esplorare tale relazione: quella tra le creazioni dello stilista iberico e la storia della pittura spagnola, in una parabola che spazia dal XVI al XX secolo.

A cura di Eloy Martínez de la Pera, il progetto espositivo raccoglie 90 abiti del designer, alcuni dei quali mai esposti prima al pubblico, e 55 dipinti provenienti da varie istituzioni spagnole (tra cui il Prado, il Museo Lázaro Galdiano e il Museo de Bellas Artes di Bilbao) e collezioni private, secondo un principio al tempo stesso cronologico e tematico per favorire il dialogo tra abito e dipinto. Ad aprire l’esposizione è una sezione che raccoglie alcuni dei dipinti che Balenciaga ebbe modo di osservare a Palacio Aldamar: fra questi, la «Testa di Apostolo» di Velázquez, il «San Sebastiano» di El Greco e il «Ritratto del cardinale Luis María de Borbón y Vallabriga» di Goya, tutti prestati dal Prado. Quest’ultimo è esposto accanto a un abito rosso di satin accompagnato da una giacca dal taglio spiccatamente «cardinalizio», disegnati da Balenciaga nel 1960.

Le stanze successive rivelano le profonde connessioni stilistiche e formali tra i lavori di singoli maestri, come El Greco, Zurbarán e Ignacio Zuloaga, e specifiche produzioni del designer, nonché il rapporto tra motivi decorativi degli abiti e determinati generi pittorici (come la natura morta seicentesca). Fra i «pezzi forti» in mostra, l’abito «Infanta» (1939), reinterpretazione moderna del costume indossato da Margherita d’Austria bambina nel celeberrimo ritratto di Velázquez, e il vestito da sposa per Carmen Martínez-Bordiú (1972), l’ultima creazione di Balenciaga, realizzata nell’anno della sua morte.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019


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