Badiucao e l’ironia feroce di un artista scomodo

Non è solo il «Banksy cinese», le sue denunce a tutto campo contro le repressioni, le informazioni distorte e le violazioni dei diritti in Cina l’hanno costretto a una vita in esilio. In questi giorni è a Brescia per una personale ai Musei di Santa Giulia

«Xi's going on a bear hunt» di Badiucao © Badiucao
Ada Masoero |  | Brescia

Lo chiamano «il Banksy cinese», ma a differenza di quello, che nascondendosi in un confortevole anonimato accumula milioni di sterline con le sue trovate, Badiucao (Cina, 1986) agisce sì sotto pseudonimo, ma rischiando la vita, anche da esiliato in Australia qual è da anni, e mettendo seriamente in pericolo anche i familiari rimasti in Cina (questa stessa mostra è stata in forse). Per anni Badiucao si è presentato in pubblico indossando maschere, poi ha dovuto rinunciare anche a quelle, per mettere al riparo dalle ritorsioni del regime i suoi parenti in patria.

Quelle maschere sono esposte nella prima sezione della mostra «La Cina (non) è vicina. Badiucao-opere di un artista dissidente» (la sua prima personale; catalogo Skira), curata da Elettra Stamboulis, che il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov, gli dedicano, nel Museo di Santa Giulia, fino al 13 febbraio.

Evento di punta della IV edizione del Festival della Pace (fino al 26 novembre), patrocinato dal Parlamento Europeo e Amnesty International, la rassegna s’inserisce nel format su arte e diritti inaugurato a Brescia nel 2019 da Zehra Doğan, in cui l’artista curda testimoniava in prima persona la feroce violazione dei diritti umani perpetrata dalla Turchia.

Badiucao affronta lo stesso tema su più fronti: in Cina innanzitutto, attraverso alcuni lavori di feroce ironia e con le testimonianze da lui raccolte da cinesi esiliati nel mondo intero e quelle sul Covid-19 a Wuhan, che lui, dall’Australia, è stato il solo a diffondere in quei mesi.

C’è poi la sezione dedicata a Hong Kong e alle proteste scoppiate nel 2019, il cui emblema è il «Ritratto di Carrie» (Carrie Lam, capo esecutivo di Hong Kong, con il volto sostituito da quello di Xi Jinping), per proseguire con le persecuzioni e il «genocidio culturale» messo in atto dalla Cina sulla minoranza islamica degli Uiguri e con le repressioni del regime del Myanmar e attaccare infine la «Mao Nostalgia», frutto di una deliberata distorsione dell’informazione.

Quanto a lui, che lancia le sue durissime accuse servendosi, con un duplice sberleffo, di un linguaggio visivo affine per stile grafico, colori e toni allo spirito pop della propaganda comunista, l’Ambasciata cinese in Italia, a ottobre, ha chiesto seccamente al Comune di Brescia di cancellare la mostra, ma il sindaco Emilio Del Bono e la presidente Bazoli hanno risposto argomentando, tanto educatamente quanto fermamente, le ragioni per cui «la mostra si farà». Da allora l’Ambasciata ha taciuto e la mostra è stata inaugurata, il 13 novembre, con una copertura mediatica internazionale.

Nel primo fine settimana di apertura sono stati oltre 1.500 i visitatori e oltre 600 le prenotazioni per i prossimi giorni. Sabato 20 novembre, dalle 12.00, si terrà la seconda parte della performance di Badiucao «Tiger Chair Story Tail», alla quale si può partecipare prenotando l’ingresso alla mostra.

© Riproduzione riservata «Why Do They Buy Out Our Baby Formula» di Badiucao © Badiucao
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