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Gallerie

Astronavi galattiche sul pianeta Miart

Arrivano altri fuoriclasse stranieri: Marian Goodman, Hauser & Wirth, Thaddaeus Ropac ecc

Alessandro Rabottini. Foto di Mark Blower

Dal 5 al 7 aprile si svolge nel padiglione 3 di fieramilanocity l’edizione 2019 di Miart, la terza diretta da Alessandro Rabottini. Potrebbe essere la più bella edizione di sempre, a giudicare dalle gallerie partecipanti: 186 da 19 Paesi con opere dal moderno al contemporaneo. Tra esse alcune top player all’esordio alla mostra mercato milanese: Cabinet, Corvi-Mora, Marian Goodman, Hauser & Wirth, Thaddaeus Ropac e, sorpresa, Tucci Russo, uno dei «padri fondatori» della principale concorrente, Artissima di Torino. È l’ennesima conferma del momento di grazia attraversato da Milano, come sottolinea lo stesso Rabottini in questa intervista.

Lei è alla sua terza edizione come direttore artistico di Miart. Qual è il suo personale bilancio?

Mi sembra di poter dire che sia molto positivo, poiché siamo cresciuti sotto tanti punti di vista. Sono aumentati gli espositori: quest’anno sono 186, l’anno scorso 184, l’anno precedente 170 e rotti. Ma è stata una crescita organica, senza accelerate che non potessimo assorbire all’interno delle nostre potenzialità e della struttura. Lo stesso posso dire della qualità degli espositori. Io però considero un elemento di successo anche la loro fedeltà. Al di là dei nuovi arrivi, mi preme sottolineare la fedeltà di molte gallerie italiane e internazionali.

Molto rapida, però, è stata la metamorfosi di Miart, iniziata con l’avvento di De Bellis alla direzione, quando un gruppo di gallerie milanesi lascia Artissima e dà fiducia a una fiera sino a quel momento in netta difficoltà.

Gli anni recenti della crescita di Miart sono stati anche anni di profonda trasformazione della città di Milano. Il consolidamento del paesaggio istituzionale ha fatto sì che negli ultimi sei-sette anni Milano diventasse una destinazione importante anche per le gallerie. Tutta la trasformazione urbana, sociale, economica, culturale che Milano ha vissuto in questi anni e sta continuando a vivere è ovviamente il contesto in cui Miart cresce. Infatti, quando recentemente «Wallpaper» ha dato l’Oscar della città a Milano, nelle attrazioni culturali si nominavano Miart, Fondazione Prada, Salone del Mobile e Triennale, che sono anche espressioni dei campi diversi che convivono a Milano: la cultura, il design, l’architettura e la moda. A questo si è accompagnato il fatto che Fiera Milano ha sviluppato un progetto che avesse una continuità. Questa manifestazione negli ultimi sei-sette anni non ha vissuto fratture dal punto di vista aziendale, e neppure sotto il profilo della direzione artistica. Non ci sono stati avvicendamenti che hanno creato disorientamento negli espositori e nel pubblico, ma piuttosto hanno sempre dato un senso di continuità, di una visione che continuava nella stessa direzione. Da subito si è fatto in modo che Miart però fosse anche una parte del dialogo tra l’ente fiera, il Comune e le istituzioni di Milano per la costituzione della Milano Art Week. Anche qui c’è stato un gioco di squadra.

A proposito di continuità: mi pare che non ci siano grandi variazioni rispetto all’edizione scorsa...

Non ho ritenuto necessario intervenire nell’architettura della fiera, cioè nelle sue sezioni. Da quando ho preso la direzione ho fatto delle modifiche, ad esempio gli spazi non profit e la sezione «On demand», che però è una sezione trasversale. Ho ripreso il modello di «Generations» e l’ho fatto diventare un po’ più flessibile dal punto di vista delle relazioni tra i due artisti in dialogo negli stand di questo settore. Non ho ritenuto necessario stravolgere l’architettura delle sezioni perché l’ho sempre sentita mia in quanto ho lavorato dal 2013 come coordinatore delle sezioni curate. E poi ribadisco: penso che tanto gli espositori quanto il pubblico abbiano bisogno di prendere familiarità con una struttura negli anni. Questo, tra l’altro, rende più agevole la visita, come si vede bene a Basilea. Le gallerie, dal canto loro, hanno bisogno di poter esprimere certi contenuti al meglio. Quindi si organizza una sezione nuova se c’è una necessità che non viene soddisfatta, se ci si rende conto che c’è un aspetto del mercato che viene trascurato, o che non viene coperto dalla concorrenza. In ogni caso non vedo la fiera come un’emanazione autoriale. La fiera non è una mostra. Una fiera deve essere l’espressione di quello che in quel momento il mercato sta esprimendo. Per esempio un grosso lavoro è stato fatto sull’approfondimento dei contenuti per quanto riguarda il Moderno. Negli anni il nostro obiettivo è consistito nel far diventare il Moderno anche un luogo di scoperta, di approfondimento, con proposte sempre più precise. Come direttore, in questo senso devo fare un lavoro in profondità senza mettermi in primo piano.

Una fiera non è solo una mostra, ma lei ha sentito l’esigenza di darle un titolo, «Abbi cara ogni cosa», una citazione letteraria come va di moda oggi per le biennali...

Ho pensato che sarebbe stato bello perché quando si pensa a una fiera magari la si identifica come un contenitore con tante voci individuali ed è difficile ricondurle a un’atmosfera. Il titolo non ha a che fare con i contenuti della fiera, però speravo che mi desse l’occasione di parlare di un atteggiamento. Quella frase, tratta da un libro dello storico dell’arte John Berger, mi ha accompagnato per tanti mesi. Leggevo il libro e pensavo al punto in cui l’arte ha una relazione con la realtà quotidiana. Mi sono detto: io lavoro tutto l’anno per una cosa che si svolge in soli quattro giorni; sono alle prese con una performance, come si dice in gergo aziendale, cioè ho uno spazio limitatissimo di performatività e soprattutto ho tantissimi contenuti che si affastellano tra di loro. Allora mi sono detto: mi auguro che quell’attenzione che l’arte necessariamente richiede diventi un po’ l’habitus mentale di tutti noi, quelli che fanno la fiera e quelli che la visitano. L’arte che cosa fa? Prende una cosa che potrebbe sembrare irrilevante, lontana o non nobile e la trasforma in qualcosa che noi decidiamo che ha un suo posto nella storia, quindi eleva le cose, le fa diventare qualcosa più degno di memoria: il classico esempio è quello delle bottiglie di Morandi. Che cosa possiamo fare noi dell’arte? Noi possiamo far diventare nostro quel suo potere di trasformazione. Quindi il titolo è semplicemente un invito a cercare questo tipo di atteggiamento, anche in giornate così convulse. Ci sono gallerie che per la fiera si preparano per mesi, ricercano opere, artisti. C’è veramente tanto lavoro dietro agli stand. Per cui spero che ci sia attenzione nei confronti di quello che fanno i galleristi, molti dei quali si presentano con mostre tematiche, dunque di più difficile realizzazione. Il titolo è... come dire, una suggestione. È anche ciò che ci permette ora di avere questa conversazione.

Miart si apre a un mese circa dalla Biennale di Venezia. Questo si riflette sulla scelta delle opere?

Non in modo sostanziale, anche perché spesso gli artisti coinvolti nella Biennale di Venezia sono molto impegnati proprio per quell’occasione e non è così scontato che le gallerie che li rappresentano riescano a realizzare una loro personale in fiera.

Lei vive a Londra e siamo in tempi di Brexit, che avrà sicuramente degli effetti sul ruolo centrale occupato dalla capitale britannica nel mercato dell’arte. Si deve a questo il fatto che quest’anno Miart incassi l’adesione di gallerie come Cabinet, Hauser & Wirth o Marian Goodman?

No, queste gallerie o hanno delle relazioni consolidate con una clientela italiana o, laddove queste relazioni non sono già in essere, vedono in Milano il contesto giusto per crearle. La fiera in questi anni ha ottenuto un’eccellente risposta da parte dei collezionisti italiani e stranieri. I collezionisti sono contenti di venire a Milano e di vedere le mostre in città. Ma non credo ci sia un relazione con la Brexit.

Ci sono delle facilitazioni per le gallerie straniere?

Le gallerie italiane e straniere da noi hanno lo stesso trattamento economico, con facilitazioni per le gallerie giovani.

A Torino Artissima si mantiene a livelli molto alti, ma le gallerie in città sono in difficoltà. A Milano come va?

Il fatto che continuino ad aprire a Milano gallerie attive tanto nel contemporaneo quanto nel moderno mi fa pensare che comunque ci sia il contesto giusto. Massimo De Carlo aprirà una nuova sede in centro, in anni recenti hanno aperto sedi a Milano Federica Schiavo, Tommaso Calabro, Francesco Pantaleone o Vistamare. Milano può contare sul fatto che molte delle grandi gallerie della città, quali lo stesso Massimo De Carlo, kaufmann repetto, Giò Marconi, Raffaella Cortese, hanno costruito nei decenni un’alta reputazione e sono presenti in tutte le maggiori fiere internazionali. A Milano c’è una circolazione di pubblico internazionale in vari momenti dell’anno perché c’è il Salone del Mobile, ci sono le settimane della moda e c’è Miart. Quando istituzioni come l’HangarBicocca, la Fondazione Trussardi e la Fondazione Prada o Palazzo Reale inaugurano una mostra, hanno una portata internazionale, muovono le persone, quindi effettivamente ci sono tanti momenti nel calendario di Milano che portano più pubblici diversi. Non mi sembra che le gallerie di Milano soffrano di esposizione in questo senso, anzi mi sembra l’opposto.

Miart ha un parterre composto da molte gallerie di primissimo piano, ma nella parte italiana si ha l’impressione che la selezione sia stata a volte piuttosto generosa. È davvero necessario avere una fiera così numerosa?

Io credo che se una fiera italiana come Miart ha raggiunto una certa autorevolezza per quanto riguarda gli espositori stranieri, debba assumersi una responsabilità anche nei confronti delle gallerie italiane e quindi, siccome ce ne sono molte che, nel moderno o nel contemporaneo, esprimono comunque una qualità e sono importanti nella loro città e nel loro Paese, la fiera deve interfacciarsi con loro. Bisogna comunque anche considerare che le fiere sono diventate importanti per l’economia di una galleria. E che l’Italia ha un sistema molto capillare e molto diffuso tanto di gallerie quanto di collezionismo, a differenza di altre nazioni. Questo si riflette anche sul fatto che il nostro collezionismo è molto diffuso: è un’enorme risorsa. E il fatto che ci siano gallerie che riescono a fare ricerca in piccoli centri di provincia, quella è una risorsa per il nostro Paese e va in qualche modo evidenziata.

Dopo questa edizione che cosa farà Alessandro Rabottini?

Sono sincero: in questo momento sono concentrato sul portare a casa il successo di questa edizione. Questo mi contraddistingue: sono sempre stato così. Ho un’immersione totale in quello che sto facendo. Lo dimostra il fatto che in questi anni di direzione artistica di Miart non ho curato mostre o roba del genere. Sapevo dall’inizio che, per come sono fatto io, per quanto è complessa l’organizzazione di una fiera, sarebbe stato un lavoro full time.

Non le manca il lavoro da curatore?

La fiera mi insegna a fare le cose da un altro punto di vista e mi fa crescere molto. È vero che in questi tre anni non ho curato mostre, però come direttore di Miart ho la possibilità di dialogare con tutti i settori del mondo dell’arte. Quindi semplicemente è un formato diverso rispetto a quello della mostra e ha delle sue regole che bisogna rispettare, però mi gratifica enormemente. In questi tre anni non ho avuto nessuna nostalgia né c’è stato il tempo di averne!

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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