Aspettando Champollion | La decifrazione del sistema geroglifico

La storia dell’interpretazione della scrittura comincia dove finisce quella della civiltà faraonica, a 200 anni dalla decifrazione della Stele di Rosetta

Un Acquarello di E. Tassy, Place de la Régénération à la Bastille, Musée Carnavalet, Histoire de Paris, D 2414
Francesco Tiradritti |

L’inizio del XVII secolo vide un reale cambiamento di atteggiamento verso i geroglifici che, da segni oscuri ed emblematici cominciarono a essere considerati possibili oggetti di studio.  

La strada aperta dallo studio sulla «Mensa Isiaca» di Lorenzo Pignoria (1571-1631) e dal Thesaurum Hieroglyphicorum (1610) fu seguita da Athanasius Kircher (1602-80), gesuita tedesco dotato di una cultura eccezionale che nella propria vita pubblicò una quarantina di scritti sugli ambiti più disparati dello scibile umano. A seguito della guerra dei trent’anni si trasferì prima ad Avignone e poi a Roma, dove arrivò nel 1635 per insegnare scienze matematiche.

Il vero interesse di Kircher era però l’antichità e dopo otto anni lasciò l’insegnamento per dedicarvisi completamente. Numerose sono le sue opere dedicate all’Egitto e allo studio dei geroglifici che, in mancanza di un’iscrizione bilingue, tentò di decifrare attraverso la comparazione con lingue e scritture come la cinese e la giapponese. Pur non riuscendo a raggiungere alcun risultato, pretese di essere in grado di leggere e scrivere in geroglifico, talvolta cambiando radicalmente le proprie teorie e interpretazioni a distanza di pochi anni.
Evoluzione dell’alfabeto dal geroglifico, al copto e al greco da Athanasius Kircher, Oedipus Aegyptiacus III, Roma 1653, pp. 47-49. Archivio Francesco Tiradritti
Non possedeva l’onestà intellettuale di Pignoria e, poiché pretendeva di essere l’unico depositario della conoscenza della lingua e scrittura egizia, aveva gioco facile sui suoi contemporanei. Questo gli valse un pesante giudizio da parte dello stesso Champollion che così si esprimeva nell’introduzione alla sua Grammaire égyptienne (p. viii): «Cosa ci si poteva aspettare da un uomo che pretendeva di decifrare i testi, geroglifici a priori, senza metodo né prove, da un interprete che presentava come traduzione fedele delle iscrizioni egizie, frasi incoerenti riempite di misticismo ancora più oscuro e ridicolo!».

Gli studi di Kircher ebbero però il merito di spingersi verso una direzione che avrebbe poi condotto gli studiosi di fine ’700 a imboccare la giusta strada verso la decifrazione del geroglifico. La sua prima opera dedicata all’antico egizio (Prodromus Coptus sive Ægyptiacus, 1636) è uno studio della lingua copta della quale, forse riprendendo la lezione di Ibn Wahshiya, postulò una corretta derivazione dalla lingua egizia. Nel terzo volume della sua più importante opera dedicata all’antico Egitto, l’Œdipus Ægyptiacus (1654), Kircher arrivò infine a produrre una tabella comparativa tra segni geroglifici, caratteri copti e greci. Le corrispondenze tra segni sono fondate su una somiglianza del loro aspetto e perciò sono errate, il metodo era però corretto e il dizionario arabo-copto di Kircher sarà di enorme utilità per Champollion nel progredire nella decifrazione e conoscenza del geroglifico.

Qualunque siano stati i risultati raggiunti da Kircher, i suoi studi portarono a una dicotomia dell’atteggiamento europeo nei confronti della scrittura egizia. L’interpretazione in chiave emblematica continuò a prevalere e i segni mantennero la valenza di simboli misteriosi depositari di segreti decifrabili soltanto dagli iniziati. Questa corrente di pensiero si innestò nella nascente Massoneria (1717) ed ebbe ampio sviluppo in un contesto in cui la cultura egizia, in quanto culla di una sapientissima civiltà precedente a quelle di Roma e Grecia, si trovò connotata di valenze anticlericali e antistatali che, alla fine del XVIII secolo, la trasformarono in un simbolo rivoluzionario.
Stemma degli Stati Uniti d’America ideato da Charles Thomson nel 1782
Non a caso sulla banconota da cinquanta «dollari continentali» emessa dalle colonie americane nel 1778, compariva una piramide incompiuta con tredici gradoni che, sormontata dall’occhio della provvidenza, nel 1782 fu adottata come decorazione del rovescio dello stemma degli Stati Uniti d’America. Pochi anni più tardi, in Francia, utilizzando le rovine della Bastiglia fu costruita la Fontana della rigenerazione che culminava in una scultura che sebbene fosse ispirata alle statue egittizzanti di Antinoo, nelle intenzioni dei realizzatori raffigurava la dea Iside.

Nel XVIII lo studio scientifico del geroglifico proseguì lungo una delle strade indicate dal Kircher e numerosi furono i tentativi di giungere a una sua decifrazione attraverso una comparazione con il cinese. Impietoso il giudizio dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert che definiva la scrittura egizia «invenzione imperfetta e difettosa, tipica dei secoli dell’ignoranza».

L’unico vero avanzamento fu quello compiuto dall’abate francese Jean-Jacques Bathélémy (1716-95) che arrivò a postulare la possibilità che i cartigli racchiudessero i nomi dei sovrani e degli dei. Quando il secolo dei lumi stava ormai per terminare una scoperta fortuita, compiuta dall’ufficiale del corpo di spedizione napoleonico in Egitto Pierre-François Bouchard (1771-1822), condusse a un’insperata svolta. Si attribuisce a lui il recupero del frammento di un’iscrizione trilingue (geroglifico, demotico e greco) durante lo smantellamento di un forte mamelucco nella città di Rosetta. Il monumento fu requisito dall’esercito britannico alla sconfitta dei francesi e trasportato al British Museum.
Ventisettesimo elogio da Kircher, Athanasius, Œdipus ÆgyptiacusI, Roma 1652 (Archivio Francesco Tiradritti)
L’importanza di quella che divenne nota come «Pietra di Rosetta» era comunque subito stata compresa e copie, ottenute inchiostrandone la superficie come si fosse trattata di una lastra tipografica, erano state già eseguite al Cairo. Furono poi distribuite tra vari studiosi europei. Il testo in greco fu subito tradotto e rivelò che si trattava di un decreto emesso nel 196 a.C. dai sacerdoti di Menfi in onore di Tolomeo V Epifane.

Il primo a ottenere qualche risultato dallo studio della Pietra di Rosetta fu l’orientalista Antoine-Isaac Silvestre de Sacy (1758-1838) che riuscì a identificare i gruppi di segni corrispondenti ai nomi di Tolomeo, Arsinoe, Alessandro e Alessandria, senza però arrivare a capire quale fosse il sistema di lettura.

Nello stesso anno (1802) il diplomatico svedese Johan David Åkerblad (1763-1819), in una lettera indirizzata allo stesso de Sacy, dimostrava di essere riuscito a identificare tutti i nomi propri nel testo demotico ed essere riuscito a isolare quattordici segni (su ventinove) a lettura fonetica. Ancora oltre si spinse l’inglese Thomas Young (1773-1829) che compì notevoli progressi sul testo demotico della Pietra e fu il primo a postulare la duplice natura della scrittura geroglifica: i caratteri potevano corrispondere a cose o a idee oppure a quantità fonetiche corrispondenti a uno, due o tre suoni.
Lista di sovrani da Thomas Young, Hieroglyphics. Collected by the Egyptian Society, London 1823, p. 96
Senza avere conoscenza dei risultati ottenuti da altri Young intuì anche che i cartigli racchiudevano i nomi di re e regine e riuscì cosi a leggere quelli di Tolomeo e Bernice. Fu così in grado di isolare tredici segni unilitteri (corrispondenti a un unico suono), nove dei quali erano del tutto o in parte corretti e quattro sbagliati. Attraverso la comparazione con altri documenti riuscì anche a isolare il nome di Thutmosi. Lo studio dove pubblicò i risultati ottenuti è un articolo nel supplemento dell’Encyclopedia Britannica del 1819.

Su questo fertile terreno si innestarono gli sforzi di Jean-François Champollion (1790-1832) la cui gioventù, in una lettura a posteriori, appare essere percorsa da una febbrile ricerca della chiave di decifrazione del geroglifico. Sin da adolescente si applicò allo studio di quante più lingue orientali possibili arrivando persino a frequentare la chiesa copta di Parigi per ascoltare la messa nella lingua che era ormai ritenuta essere la diretta derivazione dell’egiziano antico.

Nel 1822 raggiunse infine il risultato da tempo inseguito. Si narra che, dopo giorni di studio frenetico, si presentò dal fratello maggiore Jaques Joseph (1778-1867) mormorando «Je tiens mon affaire!» («Ce l’ho in pugno!») e svenne. Ripresosi, diede lettura all’Acadèmie des inscriptions et belles lettres della Lettera a M. Dacier, dove dichiarava e dimostrava che il geroglifico era stato decifrato. Era il 27 settembre di 200 anni fa.

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