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Ascesa e caduta di Riccardo Gualino

In una mostra e in un libro la poliedrica personalità di un protagonista dell’industria, della finanza e della cultura del ’900

Riccardo Gualino con Lionello Venturi

In occasione del finissage della mostra che fino al 3 novembre, nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino, ripercorre la vita di Riccardo Gualino (Biella, 1879 - Firenze, 1964), capitano d’industria, finanziere e figura di spicco nell’economia italiana del Novecento, nonché collezionista d’arte e mecenate, Allemandi pubblica il libro I mondi di Riccardo Gualino, collezionista e imprenditore. Il testo che segue è uno stralcio del saggio biografico «Ad augusta per angusta. Luoghi e stagioni della vita di Riccardo Gualino» di Giorgina Bertolino, che con Annamaria Bava ha curato la mostra.

A Cereseto Monferrato, tra le colline piemontesi, la costruzione del castello in stile neogotico è iniziata cinque anni prima, dopo l’acquisto della proprietà dal conte Giacinto Lovera di Maria: un’antica villa, appartenuta ai marchesi Ricci di Cereseto, circondata da un parco di alberi secolari. Anno dopo anno, dal primo atto del 4 aprile 1908 all’ultimo nel marzo 1927, sarà ampliata con terreni rilevati da proprietari diversi. (...)

La collezione nasce per arredare l’immensa dimora. Incomincia verosimilmente con l’acquisto di una serie di reperti antichi: le maschere e gli stemmi gentilizi (in terracotta, in marmo, in pietra) direttamente incastonati nei muri perimetrali; i sarcofagi sistemati nel portico del cortile d’onore, al centro del quale è collocato un «centauro in marmo rosso», acquistato probabilmente alla Galleria di Attilio Simonetti a Roma. Le armi sono tra le prime a entrare nella raccolta.

Un «elmo e celata», una «corazza bombata semigotica», un «morione cesellato», databili tra il XIV e il XVI secolo e provenienti dalla collezione Sangiorgi di Roma, presidiano una delle sale d’ingresso, vestigia di cavalieri e avi favolosi. Il mercato antiquario offre a Gualino un vasto deposito, immaginario e materiale, da cui attingere oggetti carichi di memoria, capaci di attribuire al luogo un passato fittizio ma verosimile.

Tra le pareti, ricoperte di affreschi o rivestite di arazzi, tessuti e tappeti, i Gualino replicano gli stili degli allestimenti eclettici tipici di fine Ottocento, allestendo, accanto ai salotti più tradizionali, ambienti che paiono Wunderkammer, assiepati di pezzi spesso comprati in blocco, come sarà, più avanti, nel caso di quelli appartenuti al conte pietroburghese Grigorij Stroganoff. L’originale si mescola al rifacimento, il pezzo antico al mobile in stile. (...) La collezione di pittura nasce in questo contesto, come documenta il «Catalogo» delle fotografie che Gualino ha commissionato a Gian Carlo Dall’Armi, una campagna realizzata tra il 1918 e il 1919, con 139 scatti fra opere e oggetti d’arte, interni e vedute.

«Ho veduto tutta una serie di quadri di primitivi da lui acquistati per ornare un suo castello», scrive Adolfo Venturi al figlio all’inizio del 1918. In estate, Lionello Venturi è in visita a Cereseto. Titolare della cattedra di storia dell’arte all’università di Torino, pone le basi di una conoscenza che presto si trasformerà in un incarico di consulenza per la collezione e poi in una duratura amicizia. Dal 1914 i Gualino vivono in compagnia di Jessie Boswell, inglese, diplomata in pianoforte alla Royal Academy of Music di Londra, sorella di Gertie, moglie di Gaudenzio Sella, e futura pittrice. (...)

Il trasloco a Torino, l’8 dicembre 1918, apre un’altra stagione. Nella palazzina fine Ottocento affacciata sul parco del Valentino la vita sociale dei Gualino esce dall’occasionalità dei fastosi ricevimenti organizzati al castello ed entra in un ritmo quotidiano, con i pranzi e i tè, le uscite a teatro, ai concerti, alle mostre. La nuova dimora è lo spazio in cui si svolge il secondo capitolo della collezione che, sotto la guida di Venturi e nel corso dei viaggi compiuti insieme (in Egitto, in Spagna, a Parigi, poi negli Stati Uniti) va via via affinandosi, per raggiungere uno status di sofisticata singolarità con l’ingresso delle prime sculture orientali, a partire dal 1923.

In via Galliari le tavole e le tele cambiano spesso di posizione: guadagnano il centro di una parete o nuova enfasi grazie ad accostamenti inconsueti fra epoche e tradizioni artistiche distanti, in un dialogo fitto tra passato e presente. Sistemati a muro o presentati su cavalletti e illuminati singolarmente con lampade a braccio o a leggio, i quadri entrano in una mise-en-scène che segue l’evoluzione della raccolta, in una dinamica che valorizza l’ultimo acquisto o asseconda la partenza per il prestito a una mostra. Riccardo si occupa personalmente dell’accrochage. Il 12 giugno 1922 scrive alla moglie Cesarina: «Sono giunti a Cereseto i due bei quadri, che faccio appendere uno in cima allo scalone, ove una volta c’era la fontana; l’altro nella saletta dopo la sala bleu, nella parete in faccia alla porta: vedrai come stanno bene. Qui a Torino continuo a studiare le modificazioni (nei mobili e nei quadri) rese necessarie dai nuovi acquisti e dai lavori della nuova biblioteca: è molto difficile cambiare e aggiustare bene: ma spero ti piacerà».

Qualche giorno dopo, riprendendo il discorso, la informa di aver «rivenduto e rispedito a Roma quella Sacra famiglia di Bonifacio Veronese che a te piaceva poco alla prima visione e che a me piaceva meno. Venturi brontolerà un pochino perché lo trovava maraviglioso di color, ma l’ho rivenduto ugualmente». Le racconta di aver appena ricevuto da «Venturi padre» una copia del suo testo su Antonello da Messina, preparato per «le conferenze tenute in Belgio», dove ha parlato anche del Ritratto della loro raccolta:

«Lo descrisse con un entusiasmo poetico […] te lo farò leggere al tuo ritorno».
La collezione, mostrata e ammirata nelle stanze di via Galliari, è una delle forme che declina l’ospitalità della coppia. Nella loro casa i Gualino ricevono personalità del mondo degli affari, della politica e della cultura, italiani e stranieri di passaggio, come Benedetto Croce, Sibilla Aleramo, Margherita Sarfatti, Bernard Berenson, Kenneth Clark; intellettuali e artisti torinesi come Barbara Allason, Guido Maggiorino Gatti, Leonardo Bistolfi e Pietro Canonica, Felice Casorati e Gigi Chessa. (...)

Iniziato con un lungo viaggio negli Stati Uniti, il 1929 è un anno cruciale, segnato dal crollo della borsa di Wall Street a New York e, nell’orizzonte più circoscritto, dalla richiesta di un prestito ingente, per appianare il dissesto della Banca Agricola Italiana, la cassaforte dell’imprenditore, sancito dalla firma di una convenzione con lo Stato e la Banca d’Italia, il 31 ottobre 1929. Il piano di rientro, predisposto entro il 31 luglio 1932, è garantito dalle «Attività mobiliari in Italia» e «all’estero» e dalle «Attività immobiliari in Italia»: «Case e terreni a Torino. Sestri Lev. Roma - Cereseto e Milano. Collezioni d’arte L. 100.000.000 a 200.000.000».

Gualino non cambia i programmi: fa proseguire la costruzione della sua nuova villa a Torino, sulla collina di san Vito, iniziata alla fine del 1927 su disegno dei fratelli Busiri Vici, e il 15 febbraio 1930 inaugura il Palazzo degli uffici in corso Vittorio Emanuele, progettato in stile razionalista dagli architetti Giuseppe Pagano e Gino Levi-Montalcini. Insieme a personalità del mondo della politica e della cultura è entrato a far parte dell’Italian Honorary Committee per l’Exhibition of Italian Art 1200-1900, inaugurata il primo gennaio 1930 alla Royal Academy of Arts di Londra, dove ha concesso in prestito la Madonna attribuita a Cimabue, i dipinti di Montagna, Veronese e Fattori.

Presto lasceranno la raccolta, inclusi nelle disposizioni di una seconda convenzione, siglata il 19 settembre di quello stesso anno, che lo obbliga a cedere «gratuitamente in proprietà allo Stato […], tutti gli oggetti d’arte descritti e illustrati nel volume “La Collezione Gualino” pubblicato nel 1926 dalla Casa d’Arte Bestetti e Tumminelli». Una parte della raccolta lascia le ricche dimore, e nei giorni tra il 21 e 25 settembre 1930 cento opere sono consegnate alla Regia Pinacoteca di Torino. Via Galliari si svuota (...).

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Giorgina Bertolino, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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