Arturo Nathan il «più drammaticamente vero del ’900»

Al Mart una mostra sull'artista che tramite Giorgio de Chirico si avvicinò al Post-espressionismo e al Realismo magico

Un particolare di «L'esiliato» (1928) di Arturo Nathan, Collezione Barilla, Parma
Camilla Bertoni |  | Rovereto (Tn)

«Pittore per necessità psichica»: così commenta Alessandra Tiddia, curatrice della mostra «Arturo Nathan. Il contemplatore solitario» (fino al primo maggio) al Mart-Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la vocazione dell’artista nato nel 1891 a Trieste e morto nel campo di concentramento di Biberach am Riss il 25 novembre 1944. I

l focus, realizzato in collaborazione con Alessandro Rosada e con la Galleria Torbandena di Trieste, raccoglie una ventina di opere di Nathan con cui il Mart ha scelto di celebrare il Giorno della Memoria secondo l’idea del suo presidente Vittorio Sgarbi che scrive: «Non esiste nella pittura del Novecento un artista più drammaticamente vero di Arturo Nathan».

Pittore autodidatta, nel 1925 conosce a Roma Giorgio de Chirico e si avvicina al Post-espressionismo e al Realismo magico. Con l’introduzione delle leggi razziali del 1938, purtroppo, Nathan «sarà cancellato dalla vita pubblica», scrive ancora Alessandra Tiddia. Confinato nelle Marche nel 1940, poi nel campo di prigionia di Carpi, deportato a Bergen Belsen, la sua tragica fine viene presagita dall’ultima opera che ha potuto dipingere, «L’attesa» del 1940, che raffigura la solitudine di un uomo di spalle, al tramonto, di fronte al mare. Ma il suo destino era già contenuto in opere di molti anni prima, come «L’esiliato», del 1928.

Il catalogo, costruito come un’antologia critica, restituisce la lettura che della sua opera diedero artisti, galleristi e critici a partire dal 1935. In marzo sono state inoltre aperte al Mart le due mostre dedicate a Bertozzi & Casoni (a cura di Gabriele Lorenzoni, fino al 5 giugno), in cui le opere in ceramica dialogano con quelle di Fontana, Melotti e Morandi, e a Carlo Gavazzeni (Milano, 1965), curata dallo scrittore e poeta Tahar Ben Jelloun che firma i testi a parete. Trenta le stampe in grande formato con cui il fotografo omaggia la città di Roma e la sua storia (fino al 25 aprile).

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