Arte Fiera punta all’accoglienza

(Ri)scoperte, prezzi competitivi e tortellini fumanti. Simone Menegoi e Enea Righi parlano della nuova edizione della fiera bolognese. Attivato un tavolo permanente con Angamc

Veduta di una passata edizione di Arte Fiera. Cortesia Arte Fiera Simone Menegoi e Enea Righi. Foto: Alessandro Trapezio
Valeria Tassinari |  | Bologna

Motori già caldi e forte determinazione a non perdere la sua storica identità, Arte Fiera, in programma a Bologna dal 3 al 5 febbraio 2023, vuole continuare ad essere la fiera di riferimento per l’arte italiana moderna e contemporanea, e torna ad essere la prima con cui si apre l’anno. Dopo gli anni della pandemia, il consolidamento del suo profilo, certamente necessario, è iniziato con il rilancio del dialogo con Angamc-Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, attraverso l’attivazione di un tavolo permanente, e si fonda sull’integrazione di punti di vista di un’inedita coppia alla guida, in quanto a Simone Menegoi (critico, curatore e direttore artistico della manifestazione dal 2018) si affianca ora Enea Righi, collezionista con competenze manageriali.

L’affiancamento di Enea Righi come Managing Director alla già consolidata figura di Simone Menegoi come direttore artistico di Arte Fiera è stata proposta come un «rafforzamento della governance». Quali ambiti saranno particolarmente oggetto di «rinforzo»? La decisione nasce dal rilevamento di criticità nelle passate edizioni (parlando naturalmente delle ultime in presenza) oppure è soprattutto frutto di un desiderio di cambiamento e di sperimentazione? Il fatto che sia coinvolto un noto collezionista è una soluzione nuova o esistono situazioni simili anche nel contesto delle altre fiere internazionali?

S.M.
Enea Righi è stato coinvolto per la sua duplice identità: di collezionista dal profilo internazionale e di manager con trentacinque anni di esperienza ai vertici di un grande gruppo. Il suo ruolo (managing director, figura distinta dal direttore artistico) ha a che fare con aspetti che vanno dall’allestimento delle aree comuni fino ai servizi per il pubblico e per i collezionisti. La scelta è stata dettata dalla volontà di migliorare la «visitor experience» della fiera, una componente che, nella percezione di molti, non aveva tenuto il passo con il rilancio della parte artistica intrapreso da alcuni anni. Per quanto ne so, è la prima volta che una fiera, italiana o internazionale, accoglie apertamente un grande collezionista nel suo staff. Ma, ripeto, Arte Fiera lo ha fatto badando non solo al profilo di Righi come collezionista.

E.R. Il mio contributo è legato alla sensibilità che un collezionista che frequenta contesti nazionali e internazionali può mettere a disposizione nel volere che tutti i visitatori di Arte Fiera, e cioè tutti gli amanti dell’arte, vengano accolti come una parte importante del sistema.

L’idea di potenziare quella che avete definito la «visitor experience» suona un pochino modaiola, quasi che la fiera sia prima di tutto un’occasione di intrattenimento e di socializzazione, o di riconoscimento dell’importanza della visibilità sociale nella relazione tra collezionisti, artisti e galleristi. Può essere corretto presentarla in questo modo? Può apparire eccessivo o in fondo è anche questa la vera vocazione delle fiere di livello?

S.M.
Quando parliamo di «visitor experience» e della sua qualità non lo facciamo soltanto in rapporto alle occasioni sociali che una fiera offre, e neppure soltanto rispetto al suo contenuto specifico (gallerie presenti, opere in mostra, eventi collaterali). La «visitor experience» è determinata da molti altri aspetti: l’architettura che accoglie la manifestazione, l’allestimento degli stand, l’allestimento degli spazi di sosta e di ristorazione, la ristorazione stessa; e poi ancora la facilità di accesso, la possibilità di lasciare con facilità un cappotto o una borsa al guardaroba, di riposarsi nel corso della visita… A parità di contenuto, una fiera può essere per il visitatore faticosa o riposante, agile o complicata. È questa differenza che ci sta a cuore, ed è su di essa che Righi concentra i suoi sforzi.

E.R. Condivido pienamente le parole di Simone. È senza dubbio preferibile frequentare un ambiente piacevole e accogliente, rispetto a un ambiente asettico che non va del tutto incontro alle esigenze del visitatore.

Avrete certamente analizzato il posizionamento e la lunga storia della manifestazione nella scena internazionale. Il ritorno di alcuni elementi «classici» di continuità con la tradizione (non solo i padiglioni ma anche la sezione sulla ceramica e l’attenzione ai multipli) vanno nella direzione di un recupero identitario? Oppure vedete in Bologna una trasformazione significativa e puntate a un profilo di discontinuità con la sua storia, per rilanciarne l’immagine?

S.M.
Personalmente, credo che di questi tempi la specificità (di un brand, di una manifestazione, di un’istituzione) sia preziosa, e un fattore di successo. Ci sono centinaia di fiere nel mondo, e parecchie anche solo nel nostro paese; perché un collezionista dovrebbe frequentarne una, se non perché ha qualcosa, fosse pure una cosa sola, di speciale e di specifico? Fin da quando ho assunto questo incarico ho cercato di coltivare le specificità di Arte Fiera: una proposta artistica molto legata all’arte italiana, in particolare quella storicizzata; il carattere democratico e inclusivo, che privilegia media come la pittura o, appunto, la ceramica, rispetto a esperienze più concettuali, e coltiva il piccolo collezionismo; il legame storico con la performance, eccetera. La discontinuità mi piacerebbe si riscontrasse soprattutto nella maggiore efficienza dei servizi, in un taglio più curato (e curatoriale) nella proposta commerciale, nella capacità della fiera di attrarre collezionisti e gallerie che avevano smesso di frequentare Bologna, oppure che non la conoscono ancora.

E.R. Il percorso di riposizionamento di Arte Fiera è iniziato, ma occorre una strategia di medio termine di almeno tre, quattro anni. Simone ha ben chiarito questo aspetto, che credo debba essere perseguito con determinazione. Credo non si possa desistere nel riconfermare Arte Fiera per quello che è e che sarà: la prima grande fiera italiana di arte italiana, ma anche la fiera che ha nel suo Dna la tutela e la salvaguardia delle gallerie italiane e della loro offerta artistica, che non deve essere necessariamente solo italiana.

Su che cosa si fonda la sinergia tra voi? Divisione di competenze o interazione creativa?

S.M.
In primo luogo, direi, sulla divisione delle competenze: a me spetta definire la struttura commerciale della fiera e i contenuti del programma collaterale, in dialogo, sia per l’una che per gli altri, con i bravi curatori che abbiamo ingaggiato; a Righi, prendersi cura del contenitore, fatto di servizi e di allestimenti, che accoglierà tutto questo. Di fatto, nel lavoro quotidiano ci si confronta e si dialoga su tutto, forti di una stima reciproca e di un affiatamento che esistono da anni, quando io ero ancora curatore indipendente.

E.R. Non vi è stata mai sovrapposizione di ruoli. Condivisione e collaborazione sì, assolutamente.

Quali sono le maggiori criticità che vi aspettate di affrontare? E i punti di forza?

S.M.
A questa data le criticità peggiori le abbiamo in gran parte già superate, altrimenti la fiera non si farebbe! La principale è facilmente intuibile: la difficoltà di persuadere le migliori gallerie italiane (parliamo per ora di loro, in attesa di tornare ad aprire la fiera alle gallerie internazionali su larga scala) a partecipare a un’edizione che, a causa della pandemia, si svolge a soli sette mesi dalla precedente, a sua volta complicata dal fatto di svolgersi fuori dalle proprie date abituali. Possiamo dire di avercela fatta: rispetto all’edizione del maggio scorso non abbiamo perduto espositori; viceversa, ne abbiamo acquisiti altri che corteggiavamo da tempo, sia nel moderno sia nel contemporaneo. I punti di forza sono appunto quelli che derivano da una storia importante, dal tenace radicamento del brand Arte Fiera nell’affetto del pubblico e dei collezionisti e, se posso permettermi, dal grande lavoro fatto negli ultimi anni.

E.R. Direi l’aspettativa che si è creata. Stiamo lavorando per dare risposte concrete a una richiesta diffusa di miglioramento della accoglienza, anche se ricordo sempre a tutti che siamo una fiera che accoglie decine di migliaia di cittadini, e non un club ristretto ed elitario.

Che cosa vi aspettate e prevedete di ricevere come supporto dalla città (mostre pubbliche, eventi, gallerie) in preparazione dell’evento e nel periodo della fiera?

S.M.
Arte Fiera è stata fra le primissime, non solo in Italia, a promuovere e coordinare un programma di mostre ed eventi collaterali che ampliasse l’offerta culturale della città nei giorni di apertura, nella convinzione che si tratti di un’attrattiva irrinunciabile per il pubblico e i collezionisti. Sulla base di questa convinzione, Arte Fiera finanzia quasi interamente Art City, il programma di mostre e performance che si tiene a Bologna nella settimana della fiera, coordinato da Lorenzo Balbi, il direttore del MAMbo. Il dialogo fra me e Lorenzo è stato costante e proficuo fin dal mio arrivo; entrambi siamo mossi dall’idea che si debba «fare sistema», come si dice. Ecco allora, ad esempio, la comune insistenza sulla performance (vedi il discorso sulla specificità che facevo prima), oppure la scelta di Lorenzo di utilizzare luoghi insoliti e suggestivi della città, alcuni dei quali situati strategicamente in vista della fiera, come il Padiglione dell’Esprit Nouveau. L’edizione di quest’anno non farà eccezione rispetto a queste coordinate.

E.R. Art City proporrà un’offerta culturale molto interessante. Ci stiamo sempre più coordinando affinché la comunicazione sia efficace per tutti coloro che verranno a Bologna per un week end d’arte.

Datemi due motivi emozionali per venire alla fiera.

S.M.
Il ritorno a una fiera dopo la pausa natalizia. I tortellini fumanti nel piatto e, fuori, il freddo di febbraio.

Datemi due motivi economici per venire alla fiera.

S.M.
Per i galleristi, la possibilità di incontrare un piccolo e medio collezionismo del Centro e Sud Italia che è molto affezionato a Bologna, e spesso non frequenta altre fiere. Per i collezionisti, una selezione d’arte italiana del XX e XXI secolo che mescola opere iconiche e scoperte (o riscoperte) sorprendenti, spesso a prezzi competitivi.

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