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Arshile Gorky, nomade nella vita e nella pittura

A Ca' Pesaro 80 opere a cura di Gabriella Belli e Edith Devaney

«One Year the Milkweed», di Arshile Gorky. Cortesia Albright-Knox Art Gallery

Venezia. Il primo dipinto di Arshile Gorky a essere visto dal pubblico europeo fu la grande tela senza titolo del 1944, acquistata da Peggy Guggenheim dall’artista e presentata nella Collezione di Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia del 1948 nel Padiglione statunitense ai Giardini. E mentre quel quadro dimostrava agli europei come si potesse sopravvivere non solo a Picasso, ma anche a Miró e a Breton (bastava metabolizzarli nella giusta maniera, senza sudditanze ma cogliendone il cuore del messaggio), il pittore di origine armena si toglieva la vita, nella luce d’estate della «Glass House», l’ex fattoria nel Connecticut dove aveva stabilito il suo studio.

Da allora in poi non sono state molte le occasioni per rivederne le opere in Italia; nel 1950 lo stesso Padiglione lo ripresentava alla Biennale insieme a De Kooning e a Pollock. Nel 2010 la Tate Modern di Londra lo riportò in Europa con una splendida retrospettiva, ma la rarità di occasioni espositive di quella portata rendono particolarmente preziosa quella allestita dall’8 maggio al 22 settembre a Ca’ Pesaro, sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna. «Arshile Gorky: 1904-1948», curata da Gabriella Belli e da Edith Devaney, schiera 80 opere, compreso un nucleo di straordinari disegni.

Nomade nella vita e nella pittura, Gorky (chiamato Arshile in onore di Achille, l’eroe acheo) studiò con profitto Ingres e Paolo Uccello, le pareti pompeiane e de Chirico. Il percorso inizia con una sezione dedicata alla ritrattistica per inoltrarsi nelle tappe di avvicinamento alla piena maturità, verso quella pittura che divenne un archetipo di ciò che sarebbe diventato più tardi l’Espressionismo astratto.

Nel cuore di New York erano tuttavia le rimembranze dell’infanzia contadina a Khorkom in Armenia: dall’aia di una cascina arriva l’enigma di «The Liver is the Cock’s Comb» (1944); da un mondo lontano di dolcezza e genocidi (Gorky stesso, grande affabulatore, ne alimentava il mito) nascono opere indimenticabili come «One Year the Milkweed» (1944); e l’estremo «Dark Green Painting» (1948). Mostra consigliata ai collezionisti infatuati da tanto Neoastrattismo d’accatto oggi in commercio.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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