Array Collective vince il Turner Prize 2021

Con un «pub senza permesso» il collettivo nordirlandese, selezionato in una rosa di altri gruppi di artisti attivisti, si interroga se il futuro dell’arte britannica appartenga alle gallerie o ai musei

Una veduta dell'installazione dell'Array Collective  © David Levene. Cortesia The Turner Prize
Tom Seymour |

Array Collective, un gruppo di artisti attivisti di Belfast, ha vinto il Turner Prize 2021. Sono i primi artisti dell’Irlanda del Nord a vincere il Turner Prize sin dalla sua istituzione nel 1984. Il collettivo riceverà 25mila sterline mentre agli altri quattro collettivi selezionati andranno 10mila sterline. È la prima edizione del Turner Prize a non includere artisti sigoli, ma soltanto gruppi. Fino al 12 gennaio le opere di ciascuno dei collettivi sono in mostra alla Herbert Art Gallery di Coventry, Città della Cultura del Regno Unito 2021.

La giuria era composta da Aaron Cezar, il direttore della Delfina Foundation, Kim McAleese, direttore della programmazione di Grand Union, spazio di gallerie e studio di artisti a Birmingham, l’attore e collezionista Russell Tovey e Zoe Whitley, direttrice della Chisenhale Gallery. A presiederla era Alex Farquharson, direttore della Tate Britain.

La cerimonia in cui è stato annunciato il vincitore ha avuto luogo nella Cattedrale di Coventry, guscio in rovina di una chiesa gotica con una croce carbonizzata al centro. Poco più di 81 anni fa infatti, giovedì 14 novembre 1940, l’esercito tedesco mise in atto il blitz notturno «Moonlight Sonata», uno dei bombardamenti più devastanti della seconda guerra mondiale.

Hammad Nasar, il principale curatore della mostra, ha elogiato le opere esposte per la loro capacità di «agire nel mondo reale». «Gli artisti in mostra non si accontentano di notare le cose del mondo e di indicarle a tutti noi attraverso opere destinate a musei e gallerie, ha detto spiegato, ma sono impegnati nella costruzione di utopie tascabili, esercizi nel mondo reale che dispiegano l'immaginazione artistica per proporre futuri nuovi, più equi e più pieni di speranza». Gli artisti dell’Array Collective lavorano insieme dal 2016, motivati dalla «crescente rabbia per le questioni relative ai diritti umani» nell'Irlanda del Nord e altrove. Il gruppo è nato proprio «per recuperare e rivedere le idee dominanti sull’identità etnico-religiosa nell'Irlanda del Nord».

La giuria ha premiato Array Collective per il modo in cui «è stato in grado di trasporre il proprio attivismo e i propri valori all’intermo di una galleria, creando una mostra accogliente, coinvolgente e sorprendente». Il collettivo ha raggiunto questo obiettivo trasformando lo spazio tradizionale della galleria in un pub irlandese non ufficiale e illecito: i síbín, «pub senza permesso e licenza», sono comparsi in Irlanda all'inizio del XVII secolo. Il nostro, specifica il collettivo, «è un luogo per riunirsi al di fuori delle divisioni settarie».

Ci avviciniamo al síbín attraverso un cerchio di aste portabandiera che fanno riferimento ad antichi siti cerimoniali irlandesi. All’interno, il síbín ha arredi che normalmente non ci si aspetterebbe di trovare in un pub di Belfast. I manifesti creati dal collettivo adornano le pareti e le bandiere sono appese al soffitto. All’interno di questo bar accogliente e poco luminoso, viene riprodotto un video di una performance di una notte di divertimento.

I Belfastard si riuniscono per bere e festeggiare; uno per volta salgono sul palco per competere per il titolo di Diva, alcuni in abiti da drag, altri semplicemente in jeans e maglietta. Si cantano canzoni, si raccontano storie, si mettono in scena routine in piedi. Ogni artista è guidato dallo stesso desiderio: che Belfast si lasci alle spalle il suo passato e proceda senza divisioni. Alle pareti un poster rosa, raffigurante una donna con tacchi alti, seduta su una sedia a rotelle, recita «Tutti i tipi di persone hanno bisogno di aborti». Su una bandiera è ricamata la parola «abolizione»

In competizione per il premio c’erano anche Cooking Sections, un duo con sede a Londra che ha lavorato a lungo nell’isola di Skye, in Scozia, e che quest’estate ha esposto «Salmon: A Red Herring alla Tate Modern»: un bel grattacapo per le industrie della pesca della Scozia. Attraverso proiezioni di allevamenti ittici circolari che ruotano in pozze di luci sul terreno sotto i nostri piedi, Cooking Sections si concentra infatti sui mali dell’allevamento intensivo del salmone, le modificazioni genetiche del pesce d'allevamento: «gli umani sono il virus che il salmone non può sfuggire».

Nel 2020 la pandemia ha costretto la Tate, che organizza il Turner Prize, a cancellare il premio e a distribuire equamente 100mila streline tra 10 artisti.
Rimane un acceso dibattito: l’opera vincitrice sarà esposta in un museo o nelle comunità a cui appartengono veramente gli artisti?

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