Archeologia preventiva: l’autocertificazione è pericolosa

Basta la dichiarazione del progettista: un emendamento che potrebbe mettere a rischio le aree non soggette a tutela

Daniele Manacorda |  | Roma

Un emendamento all’art. 25 del Decreto «Milleproroghe», a firma degli onorevoli Garavaglia, Borghi e altri, cerca di stravolgere le procedure dell’archeologia preventiva, rendendola necessaria solo per le aree già soggette a tutela, mentre in ogni altro caso diverrebbe sufficiente l’autocertificazione del progettista abilitato.

La proposta è in palese contrasto con l’art. 28 del Codice Urbani e con la Convenzione Europea della Valletta. Le prese di posizione di Italia Nostra e delle associazioni di professionisti dell’archeologia hanno già chiarito che una simile modifica, formulata in nome di una male intesa «semplificazione», renderebbe del tutto vane le norme vigenti dal momento che le indagini preventive mirano in primo luogo a salvaguardare le aree meno conosciute e quindi non coperte da vincoli.

Lungi da snellire le procedure, è facile prevedere che le scoperte archeologiche in corso d’opera provocherebbero il fermo cantieri, farebbero lievitare i costi, allungare i tempi, e, al limite, bloccare la stessa realizzazione delle opere.

Il principio che ispira l’archeologia preventiva è talmente ovvio che sfiora la banalità: in nome di una conoscenza fine a se stessa non si può fermare il mondo; in nome di uno sviluppo senza idee e senza cuore non si può rubare la memoria agli abitanti del pianeta. In mezzo c’è un negoziato sociale, che è culturale ed economico, affidato a norme che lo rendono fruttuoso nel momento in cui non contrappongono due campi che vivono necessariamente l’uno dell’altro.

L’archeologia preventiva media fra due legittime esigenze che si fronteggiano: quelle della progettazione e della tutela. Ma il coinvolgimento degli archeologi nella prefigurazione delle trasformazioni territoriali è un tassello fondamentale, se l’enorme quantità di dati che le indagini preventive producono si traduce anche in qualità di conoscenze che possano garantire un miglioramento degli insediamenti contemporanei.

Proprio perché l’archeologia preventiva dà finalmente piena cittadinanza alla conoscenza del paesaggio stratificato prima della sua alterazione, la pubblicazione di quelle conoscenze è imprescindibile. Purtroppo lo statuto del pubblicare non ha ancora la pari dignità di quello del conoscere, e montagne di materiale inedito si accumula nei magazzini delle Soprintendenze territoriali, in attesa di una diffusione dei dati che non possiamo rassegnarci a considerare un optional solo auspicabile.

L’archeologia preventiva risponde operativamente a un bisogno di storia, cioè di consapevolezza di chi siamo: se la filiera si interrompe, il nuovo sapere prodotto rischia di perire nelle cantine di archivi che stentano a entrare nell’era digitale. Un enorme volume di risorse economiche e di energie umane, fisiche e intellettuali rischia di perdere il suo stesso senso: più che depotenziata, l’archeologia preventiva va piuttosto completata nel suo percorso e messa in condizione di restituire la promessa di conoscenza a favore di tutti che è all’origine della sua stessa esistenza.

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