ANNO ZERI | Lo ammetto. Picasso è più forte di Giotto

Il sorprendente intervento di Federico Zeri al Castello di Rivoli nel 1997: «Un centimetro quadrato di un vero artista d'oggi ha più forza di comunicazione di un Tiziano»

Federico Zeri. Foto di Massimo Listri
Federico Zeri |

Il mio è l'intervento di un outsider, perché ufficialmente non mi occupo di arte contemporanea bensì di opere d'arte create fino all'anno 1797 circa; però sono molto lieto di parlare in occasione della mostra di opere del Whitney Museum di New York al Castello di Rivoli. Ho conosciuto Rivoli molti anni fa, un giorno in cui Giulio Bollati, mio grande amico (che era a mio avviso il pilastro della casa editrice Einaudi, allora al suo massimo splendore), mi invitò a pranzo in una trattoria sotto il Castello; notai con orrore che i tetti del grandioso edificio erano diventati una foresta di alberi e di cespugli, tant'è che espressi la mia meraviglia sullo stato di totale degrado e abbandono in cui era lasciato un monumento del genere.

Tornai a Rivoli quando già l'edificio era stato convertito in sede di un Museo d'arte contemporanea e rimasi stupefatto dal restauro, secondo me perfetto, bellissimo, che ha rispettato le strutture originarie, che ha salvato gli interni da un ulteriore degrado e che non ha aggiunto niente. Sarebbe stato molto facile a Rivoli creare un pasticcio di falso storico. In quell'occasione, mentre esprimevo la mia ammirazione per il restauro, fui aggredito da critiche violentissime di persone che invece lo deploravano, come se l'edificio fosse stato trasformato, che so, in un gasometro; poi mi sono reso conto che si trattava semplicemente di invidia nei confronti di Andrea Bruno, l'architetto che aveva eseguito quello splendido lavoro. La parte che più mi è piaciuta è il pianterreno, cioè l'ingresso non finito del progetto di Juvarra.

Il castello, un edificio molto antico, nel 1559, anno del Trattato di Cateau-Cambrésis, diventò la residenza di Emanuele Filiberto di Savoia; nel 1718 Vittorio Amedeo II incaricò l'architetto Filippo Juvarra di trasformarlo in grande reggia. Il progetto delirante dello Juvarra non fu mai portato a termine (esistono tuttavia dei quadri che rappresentano il castello come avrebbe dovuto essere) e i lavori vennero lasciati a metà. Con il tempo il castello subì il solito degrado di molti edifici reali o sedi italiane del potere, diventando caserma, rifugio di sfollati ecc. fino a che ha avuto la grande fortuna di diventare la sede del Museo d'Arte Contemporanea di Rivoli, un'istituzione verso la quale voglio esprimere tutta la mia ammirazione.

Sto parlando da privato, non da vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Belle Arti, anche se in quella sede ho espresso il mio rammarico perché lo Stato non ha mai provveduto a istituire una sede per l'arte contemporanea. Purtroppo la struttura dello Stato italiano, che risale al 1860, è tale da portare al potere sia in politica sia soprattutto nella burocrazia persone che non possono assolutamente capire quello che è accaduto nel mondo dopo il 1905; nell'arte, si cerca il grazioso, la bambina che coglie i fiori in un prato, la pastorella, i cardinali che brindano con rosolio, oppure la damina settecentesca.

Sono stato in molte case di uomini politici e non ho visto un solo oggetto, che fosse un portapenne o un portacenere, che mi sarebbe piaciuto avere. Accanto a quei quadri della cattiva tradizione nata da Segantini (cattiva per la tradizione, non per Segantini che è stato un grande pittore), ho visto quei dipinti che vanno molto di moda nell'America Latina, o quelli con la damina settecentesca che si inchina scoprendo lievemente il petto, il cardinale accanto che con gli occhi fruga il decolleté, oppure quei quadri con i micetti che giocano con il gomitolo mentre un setter, accanto, sta a guardare.

Il cambiamento della situazione sociale, il grande mutamento dei mezzi di comunicazione, la rapidità con cui si svolgono oggi i fatti ha portato a una rivoluzione totale nel campo dell'espressione figurativa. Le avanguardie storiche sono soltanto l'indizio di un malessere che già circolava, ma è soltanto nel secondo dopoguerra, e soprattutto, come ho sempre detto, con l'arrivo della televisione, che è concretamente mutato il panorama e il modo con cui queste opere vengono create. Non bisogna dimenticare che già nel secolo scorso l'invenzione della fotografia aveva cambiato il rapporto fra pittura e mondo circostante. L'Impressionismo non si spiega se non si comprende la nascita della fotografia: si sente un distacco dalla tradizione, dovuto proprio alla fotografia che riproduceva il vero in modo che la pittura non avrebbe mai potuto raggiungere.

Un secondo balzo in avanti lo ha causato l'invenzione del cinema. Non mi spiego l'Espressionismo senza i film tedeschi degli anni Venti, li metto in stretto rapporto. I quadri di Ludwig Kirchner, di Otto Dix, di Schmitt-Rottluff e dello stesso Klee, si spiegano secondo me con il cinema. Poi arriva la televisione che sovverte il nostro modo di vedere, perché diventa un fatto privato, a disposizione di tutti. Le grandi scoperte degli ultimi secoli sono prima un fatto collettivo; il treno per esempio, che poi diventa l'automobile, cioè un altro mezzo privato. Il cinema, che è un fatto collettivo, diventa poi un fatto privato sempre attraverso lo schermo televisivo. L'artista, con l'avvento della televisione che si è impossessata della realtà, non può continuare a riprodurre il mondo oggettivo, ma si è ripiegato sul mondo soggettivo.

È curioso che questa enorme importanza della televisione non sia stata compresa da noi, ma lo è stata, e subito, e questa è la cosa straordinaria, dai grandi produttori di Hollywood nel 1941, quando incominciarono i primi esperimenti televisivi. Due geni della produzione, Sam Goldwyn e Louis Mayer, compresero che il cinema come era stato fatto fino ad allora era morto. Il cinema americano cambia dal giorno in cui i produttori Goldwyn e Mayer capirono che le grandi scuderie di attori erano finite, che si doveva ripiegare su un cinema diverso; quello stesso giorno furono licenziate, con un forte indennizzo, due attrici celeberrime, Greta Garbo e Norma Schiller.

Si ripiegò quindi su una nuova produzione che si è andata man mano modificando, prima con la televisione commerciale, i primi programmi di evasione, di divertimento, poi invece programmi sempre più legati al mondo e alla vita contemporanea. Come ho già detto altre volte, una delle cause del crollo di Nixon è stato l'interrogatorio in diretta degli imputati dello scandalo Watergate, così come una delle ragioni del crollo di certi imputati di mani pulite è stato quello di avere acconsentito alla visione diretta dei loro interrogatori da parte del pool di Milano.

Iperrealismo e iperfotografia
In un mondo del genere è semplicemente ridicolo pensare che l'artista continui a riprodurre la verità oggettiva. Gli iperrealisti arrivano a una forzatura della stessa fotografia, a una iperfotografia; in certi casi gli iperrealisti americani ci sono riusciti, o perlomeno hanno creato lavori che, se non sono delle grandi opere d'arte, sono estremamente suggestivi, soprattutto quando riproducono l'ambiente circostante, il più modesto, il più umile, il più fracassato, il più sudicio: stazioni di benzina, periferie, ferrovie abbandonate. Abituato come sono a guardare i quadri del passato, mi sono reso conto che un centimetro quadrato di un vero artista dei giorni nostri, ha in sé una forza di comunicazione che non esiste in nessun quadro antico, sia pure fatto da Giotto, da Tiziano o da Caravaggio.

Picasso, una forza della natura
Ho fatto questa scoperta attraverso un artista che considero una forza della natura, una specie di vulcano in perpetua eruzione, Pablo Picasso. Ma anche certe fotografie di Helmut Newton, che ammiro moltissimo, hanno una tal carica esplosiva che fanno venire la voglia di scrivere un lungo romanzo, perché sono come delle iniezioni di energia, di fantasia, che manca completamente all'arte del passato. Ho tentato di fare questo discorso anche al nostro Ministro dei Beni culturali e gli ho fatto presente che è ridicolo continuare ad avere a Roma una Galleria d'arte moderna quando non c'è un museo d'arte contemporanea: c'è un'enorme frattura tra Andy Warhol e Canova, sono due mondi che coinvolgono una mentalità, una moralità, una appartenenza alla società, un modo di comunicare del tutto diverso. Io proporrei la costruzione a Roma di un museo di arte contemporanea che sia un grande centro vivo con conferenze, esposizioni. Se non ci fosse un ente come il Museo di Rivoli (ma vorrei citare anche il Museo Pecci a Prato) l'Italia sarebbe un deserto per l'arte contemporanea, sarebbe un paese muto.

La fotografia, capolavori da stramortire
Il Castello di Rivoli si occupa anche di fotografia, altro tema tabù per la nostra classe dirigente, quando invece esistono immagini che sono dei capolavori da stramortire. Ho moltissimi libri sulla fotografia, ci sono dei geni dell'arte fotografica. Per questo vorrei che, insieme a una biblioteca, al Castello di Rivoli venisse potenzioata la fototeca. Questo per due ragioni: perché è impossibile studiare senza una biblioteca adeguata, e perché la produzione bibliografica sull'arte contemporanea è effimera, in quanto non vengono stampate molte copie e ciò che viene stampato spesso viene consultato e gettato via. Molte volte dei piccoli dépliant di mostre sono preziosi, vanno raccolti. Io li raccolgo, ho un'enorme biblioteca di arte contemporanea, sia pure in completo disordine, decine di migliaia di libri.

Questa biblioteca dovrebbe essere accompagnata da una adeguata fototeca, altro punctum dolens della situazione italiana. Non esiste in Italia una fototeca nazionale, non dico per l'arte contemporanea, ma neppure per l'arte antica, una istituzione come la Frick Art & Reference Library di New York o come il Courtauld Institute, con la Witt Library di Londra. Esistono da noi innumerevoli spezzoni di fototeche, innumerevoli spezzoni di negativi fotografici (a Roma ne ho catalogati 23) che poi lentamente vanno in rovina. Nella fototeca nazionale che Corrado Ricci aveva inaugurato nel 1896 a Brera ci sono fotografie che aspettano ancora di essere montate sui cartoncini di supporto. C'è poi la fototeca dell'istituto di Archeologia di storia dell'arte con tutto il Fondo Ricci, poi c'è quella dell'Università, quella del Ministero... ma riunire tutto in un unico gruppo è impossibile.

Questo intervento di Federico Zeri è stato pubblicato originariamente ne «Il Giornale dell'Arte» n. 161, novembre 1997

© Riproduzione riservata Federico Zeri. Foto di Massimo Listri La biblioteca di Federico Zeri a Villa Mentana. Foto di Massimo Listri Federico Zeri. Foto di Massimo Listri
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