ANNO ZERI | Il bello e il brutto dell'Italia: breve storia del dopoguerra

Nella conferenza tenuta a Barcellona alla Fundaciò «La Caixa» nel 1995, Federico Zeri traccia un panorama a tutto campo degli ultimi 50 anni di vita italiana nel secolo scorso

Federico Zeri negli anni Ottanta. Foto Gianni Berengo Gardin
Federico Zeri |

Per parlare della produzione artistica e della cultura italiana dal 1945 ad oggi devo rifarmi un po’ indietro, agli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, che sono stati per l’Italia anni decisivi. Innanzitutto si è venuto rafforzando un violento spirito contro il governo fascista: ciò che prima si diceva sottovoce, negli ultimi due anni si diceva apertamente. Poi la situazione sociale ha cominciato a degradarsi, progressivamente, fino ad esplodere, diciamo, nel 1943, quando la vita in Italia era diventata quasi intollerabile. Gli sbarchi alleati in Sicilia nel giugno-luglio 1943 hanno dato il colpo di grazia al regime fascista.

Dopo le sconfitte subite in Africa, dopo i rovesci avuti in Grecia nel 1941, è stato lo sbarco in Sicilia che ha fatto capire che la guerra era finita. Io in quegli anni ero nell’esercito, mi trovavo a Roma, avevo avuto una grave forma di malattia polmonare. Il giorno della sconfitta italiana definitiva, quando l’Italia ha capitolato, è stato l’8 settembre del ’43, ma in realtà il fascismo era già caduto il 25 luglio. Gravissimi bombardamenti avevano distrutto Milano, rovinato Torino e soprattutto la guerra si stava avvicinando alla stessa città di Roma, dove si sentiva un fermento diffuso: la situazione era molto grave.

La nuova Italia, l’Italia del dopoguerra nasce effettivamente durante i nove mesi dell’occupazione tedesca, tra l’8 settembre del 1943 e il 4 giugno del ’44, o per lo meno Roma si viene formando in quei mesi. Sulla città si era abbattuta un’ondata di terrore, era pericoloso uscire di casa, la gente veniva presa per le strade e spedita in Germania ai lavori forzati, non si trovava più da mangiare, nel quartiere dove abitavo mancava l’acqua potabile, mancava la corrente elettrica, non si avevano più notizie dal mondo esterno, soltanto chi aveva la fortuna di avere una piccola radio con le pile poteva capire quello che stava succedendo con la guerra e all’estero.

Io fui arrestato il 22 febbraio del 1944
Io fui arrestato il 22 febbraio del 1944. La mattina l’edificio in cui vivevo fu circondato dalle SS, dai fascisti, i quali suonarono alla porta di casa mia, entrarono nella mia camera da letto e mi portarono alla polizia. Fui arrestato, e sono rimasto vivo per una strana, incredibile, circostanza. Ogni giorno veniva letta una lista di persone che venivano spedite alle prigioni, e molte di loro sono poi finite al massacro delle Fosse Ardeatine. Fui salvato da un funzionario della polizia italiana di cui ignoro il nome.

Mentre ero in una grande sala con centinaia di arrestati, questo signore si avvicinò a me, mi chiese se io fossi figlio del famoso medico Zeri, e alla mia risposta affermativa, mi disse: «Suo padre mi ha curato e mi ha salvato gratis, io salverò lei». Mi nascose in una piccola stanza della questura in cui c’era una toilette e chiuse le persiane, mi pregò di non accendere mai la luce di notte, di non rispondere se qualcuno bussava, chiuse a chiave la porta. Sono rimasto lì tre giorni, quest’uomo è andato a casa, ha parlato con la mia famiglia, ha preparato dei documenti falsi grazie ai quali sono potuto uscire da quel luogo orribile. Per colmo di ironia ero stato richiuso in uno stanzino pieno di libri sequestrati, così in quei tre giorni mi sono letto un libro molto interessante, La rivoluzione russa di Trotzkij, con il quale sono d’accordo. Così ho passato il tempo aumentando la mia conoscenza, perché nell’epoca fascista non esisteva la Russia, non si sapeva assolutamente cosa fosse accaduto durante la rivoluzione, si sapeva solo che c’erano i comunisti.

Quando sono entrati gli alleati, il 4 giugno 1944, l’Italia era in mezzo alle macerie: Firenze aveva i ponti e tutte le vie accanto distrutti, Pisa era semidistrutta lungo l’Arno, a Livorno era quasi completamente inesistente il centro, Bologna aveva avuto danni pesantissimi, alcune zone erano rase al suolo, tante piccole città avevano subito rovine gravissime, Forlì, Faenza, Ravenna, le città del Nord… qualcuna si era salvata, ma Treviso, per esempio, era in macerie, Vicenza, la bellissima città del Palladio, aveva avuto grandi danni. Erano andate perse insigni opere d’arte, come gli affreschi del Camposanto di Pisa o il Mausoleo dei Re di Napoli in Santa Chiara a Napoli.

Un’esplosione di forza per la ricostruzione
Nonostante questa situazione, c’è stata un’immensa esplosione di forza e di rinnovamento in tutta l’Italia. Innanzitutto la ricostruzione delle città distrutte, monumenti importantissimi rovinati, sembrava, in modo irreparabile, come il Tempio Malatestiano a Rimini, sono stati rimessi a posto in breve tempo e molto bene; sono stati salvati cicli d’affreschi che stavano sotto la pioggia perché erano crollati i tetti; sono state salvate e riordinate biblioteche. Incomincia, poi, una fase della cultura italiana estremamente positiva in tutti i campi. All’estero è conosciuto soprattutto il settore cinematografico.

L’Italia è diventata uno dei grandi produttori di film e ha avuto anche dei grandi registi: pensiamo ai primi film di Antonioni, a Luchino Visconti, ai quali seguirà qualche tempo dopo Fellini, il giovane Fellini, i cui film di allora sono ancora oggi di estremo interesse, pensiamo a Rossellini e a tutta quanta la vague del realismo e neorealismo. Sono stati prodotti veri e propri capolavori, è nata una nuova generazione di attori, alcuni dei quali sono ancora sulla breccia come Mastroianni, per esempio, che incomincia a lavorare in quegli anni, dopo poco viene Sophia Loren.

L’Italia è in quel periodo il paese che produce più film dopo gli Stati Uniti, film che vengono esportati e che fanno conoscere il cinema italiano in tutto il mondo. Contemporaneamente fiorisce una grande architettura italiana: incomincia Scarpa, ci sono delle sistemazioni di musei che rimangono esemplari, come per esempio quella di Albini a Genova per Palazzo Bianco e Palazzo Rosso, tutti e due gravemente colpiti dalla guerra. Ci sono dei designer, alcuni dei quali già attivi nell’età fascista come l’architetto Giò Ponti, architetto e designer, che hanno fatto delle cose molto importanti, si sono rinnovati, ma soprattutto c’è un’industria dell’arredamento, della moda, della tipografia, la quale si adegua alle nuove esigenze di gusto.

Ho vissuto in un paese che in quegli anni dava l’impressione di nascere a una nuova vita. Non sono dell’opinione che durante il fascismo tutto sia stato negativo: nei primi anni è stato un governo di emergenza che lentamente si è trasformato in partito unico per poi diventare dittatura e terribile tirannia, culminata nelle assurde leggi razziali del 1938. Il fascismo diventa una spaventosa tirannia il giorno in cui si allea con la Germania nazista. Gli ebrei in Italia sono sempre stati parte integrante della società italiana, salvo nei momenti in cui lo spirito clericale li ha combattuti, durante la Controriforma e soprattutto nello Stato della Chiesa, ma non bisogna dimenticare che la colonia ebraica di Roma era una delle più antiche del mondo e che già nel I secolo a.C. era così potente da potersi permettere di fare i funerali (dei quali nessuno osava curarsi) del dittatore Giulio Cesare.

Sono stati gli ebrei che gli hanno pagato i funerali… erano talmente potenti! E non bisogna dimenticare che la comunità ebraica era così libera che, a quel che sembra ormai certo, una delle imperatrici del I secolo, la moglie di Nerone, Poppea, era ebrea. D’altra parte non bisogna nemmeno dimenticare che una delle grandi dinastie del III secolo, i Severi, veniva dalla Siria, da Homs.

Il multirazziale impero romano
Quello romano era un impero, chiamiamolo, multirazziale, se vogliamo bilingue perché in ogni provincia rimaneva, accanto al latino usato ad alto livello, la lingua locale, ed è questa la libertà che ha dato luogo alle lingue neolatine, ai vari stati europei. C’era invece a Roma un violento spirito anticristiano, che nei primi tempi però si confonde con la xenofobia religiosa: quando l’impero entra in crisi, nel III secolo, tutte le religioni orientali sono considerate come portatrici di disastri: Mitra, Cibele, Cristo. È molto complicata la storia del rapporto tra Cristianesimo e Impero romano, che esplode nella grande persecuzione di Diocleziano. Poi c’è il colpo di genio di Costantino, il quale trasforma un movimento di estrema sinistra, come era il Cristianesimo, in un movimento di estrema destra, che si allea al potere imperiale. Questo è stato il grande colpo di Sant’Elena, di Eusebio di Cesarea e di Costantino il Grande, che dura fino ad oggi. Le chiese ortodosse e quella cattolica sono tutte e due figlie dei provvedimenti di Costantino.

La passione per i comics
Ma torniamo alla dittatura fascista che era diventata veramente insopportabile. Ricordo che fino al 1938 si potevano leggere giornali americani. Sono stato sempre, fin da bambino, un grande ammiratore delle comic strips americane. Io andavo in un negozio, al centro di Roma, e compravo il «New York American», l’edizione domenicale del giornale di William Random I, dove potevo vedere Mandrake e Flash Gordon; su quelle comic strips ho formato il mio inglese che poi ho perfezionato andando negli Stati Uniti e in Inghilterra.

Dal 1938 divenne impossibile in Italia trovare i giornali americani, incomincia la censura sui libri, incominciano violenti attacchi sulle riviste, contro Proust o contro Kafka perché erano ebrei. Comincia una discriminazione ideologica assolutamente ridicola, tanto più ridicola in un paese la cui componente etnica è tra le più varie. L’Italia ha una base italiota, italica e romana, ma poi abbiamo avuto i Longobardi, gli Ostrogoti, altre tribù, gli Euri: sono tutti finiti nel grande calderone italiano. Giorni fa ero in Sicilia e mi sono divertito a guardare le fisionomie della gente che incontravo nei piccoli paesi: sembrava di stare, in certi casi, in luoghi del Medio Oriente. E anche i nomi delle città siciliane vengono di là, Calatafimi, Caltanissetta, Caltabellotta, Caltagirone, «calà» in arabo significa «il terreno di». Calatafimi significa «il terreno di Fimus» perché hanno scoperto le iscrizioni di un proprietario romano, Fimi, che aveva grandi latifondi in quella zona.

Lucio Fontana, Burri e Martini
Comunque, finito l’incubo del fascismo e liberata l’Italia, creato uno stato repubblicano, eliminando con un referendum Casa Savoia, fatto che, secondo me, è stato positivo, l’Italia ha avuto un vero e proprio boom culturale. Non c’era giorno o settimana in cui non si fosse obbligati, anche a Roma, ad andare a vedere due o tre esposizioni di enorme interesse, anche di pittura. I primi anni di liberazione sono gli anni in cui incomincia ad apparire Lucio Fontana, un argentino che lavorava in Italia, gli anni in cui si forma un grandissimo artista che è Burri, scomparso da poco.

Sono gli anni in cui continua, in scultura, un’accademia mascherata come quella di Manzù, che considero un finto moderno. Ma erano gli anni in cui apparivano dei ritratti meravigliosi di Marino Marini e poi, soprattutto, gli anni in cui la scultura viene posta in onore da un grandissimo artista, diseguale, con grandi vette e grandi cadute, che è Arturo Martini, e che io considero, insieme a Brancusi, uno dei più grandi scultori di questo secolo. Questa fioritura di scultura, che ha subito poi una grande quantità di diramazioni, si accompagna anche ad esperimenti tecnici. Per esempio Burri comincia a lavorare anche con delle materie plastiche, ci sono esperimenti fatti con nuove vernici, con nuovi colori. Ricordo lunghe discussioni nei ristoranti, la sera, con degli artisti che parlavano di queste loro tecniche. La ricerca avveniva in tutti i campi dell’arte italiana, dalla moda alla tipografia, alla grande pittura, alla scultura monumentale. Ci sono delle realizzazioni museografiche esemplari, il museo di Castelvecchio di Scarpa ad esempio. Ci sono riviste, intellettuali e culturali, di grandissimo interesse. Si è avuta l’impressione che l’Italia, la quale era sempre rimasta ai margini della grande cultura europea, avesse ritrovato la propria tradizione.

Pascoli, il nume tutelare del cinema italiano
Che cosa è accaduto però negli ultimi anni? Io ho vissuto in prima persona questa lenta crisi della cultura italiana, a cominciare dagli stessi registi cinematografici. Pensiamo a Fellini: i suoi film, da «Otto e mezzo» in poi, sono progressivamente sempre più cifrati, accademici, brutti, anche piuttosto discutibili, come «La città delle donne» e «Giulietta degli spiriti», dopo la straordinaria creatività di immagini di estrema suggestione di «Amarcord». Ma a Fellini mancava la radice culturale, si rifaceva sempre a certa letteratura italiana della fine dell’Ottocento, soprattutto alla poesia di Giovanni Pascoli. È curioso che nessuno dei grandi poeti italiani di questo secolo, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Campana soprattutto, che forse è il più grande di tutti, abbia avuto un riflesso nelle arti figurative e nel cinema italiano.

Pasolini, la voce di un angelo
Il grande nume tutelare del cinema è rimasto Giovanni Pascoli. Anche per Pier Paolo Pasolini, che per me resta un fenomeno meraviglioso e al tempo stesso inquietante. È stata una sorta di cometa luminosa che è passata sull’Italia per sparire poi all’improvviso. Era un genio Pasolini, un genio del bene e del male, un personaggio bifronte. La sua voce era di una bellezza incredibile, era la voce di un angelo. Non ho mai capito quale fosse il potere di suggestione, ma io non ho mai ascoltato una voce così bella e così carezzevole. Però poi, quando lo si salutava e gli si dava la mano, si aveva un’impressione tremenda, una mano fredda, molle, sudata, una mano orribile come di un rettile.

Anche l’aspetto fisico era contraddittorio, aveva dei lineamenti stupendi ma sembrava una statua greca ammaccata, io la paragonavo sempre, e glielo dissi pure, a un bellissimo bronzo greco caduto da un camion sull’autostrada e calpestato dalle ruote di un altro camion. Aveva qualcosa di meraviglioso, ma di guasto; era un personaggio affascinante, di un’enorme intelligenza e cultura. Pasolini ci ha dato alcuni film straordinari e il più bello è «Accattone», curiosamente la più straordinaria interpretazione in chiave moderna della pittura di Caravaggio e dei suoi seguaci Borgianni, Manfredi, che ritrovo trasfigurati nelle immagini di «Accattone».

È un prodigio quel film, anche visto oggi, dopo tanti anni, come un altro prodigio è «Mamma Roma» con Anna Magnani. Secondo me Pasolini aveva le antenne: i suoi ultimi film, uno appresso all’altro, son inquieti, turbati, si sente che avverte qualche cosa che comincia a incrinarsi nell’Italia. E i suoi ultimi scritti, soprattutto quelli che lui pubblicava sul Corriere della Sera, sono da una parte una specie di testamento. Lui sapeva di dover finire, io paragono la fine di Pasolini a quella di Caravaggio: dopo il grande quadro di Malta, quello della Decollazione del Battista, era giunto all’ultima fermata delle sue possibilità espressive… io non vedo quello che potesse dipingere oltre. Io vidi Pasolini pochi giorni prima della sua scomparsa e mi fece l’effetto di una persona che stava aspettando la propria fine, fine che a me è sempre parsa inventata, scritta, sceneggiata, diretta e recitata da lui stesso, perché è morto come in uno dei suoi film. C’è uno straordinario film di Citti che si chiama «Ostia», in cui si avverte la mano di Pasolini dall’inizio alla fine, che anticipa proprio i luoghi della sua fine.

L’inaridimento degli anni Settanta e un genio dell’architettura, Renzo Piano
Dagli anni ’75-’80 in poi c’è stato un inaridirsi della vena italiana. In letteratura, ad esempio, l’Italia aveva dato nel dopoguerra un grande capolavoro, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, uno dei libri più belli della letteratura italiana moderna. Dagli anni Settanta la letteratura italiana comincia come ad essiccarsi, comincia a inaridirsi il cinema italiano, gli attori cominciano a diventare le maschere di se stessi. In architettura invece il tono è rimasto molo alto, sono gli anni in cui si afferma colui che io considero un vero e proprio genio dell’architettura contemporanea, che è Renzo Piano. Personaggio affascinante, grande inventore che propone delle soluzioni impreviste e spesso di una razionalità eccezionale.

Ma il resto dell’architettura, le ultime cose di Scarpa per esempio, diventa tutto di maniera. E lo stesso si può dire anche in pittura: lo stesso Burri, il quale aveva sbalordito con i suoi quadri di plastica, quei sacchi, quella maniera bruciata, addormentata, di altissimo livello espressivo… lo stesso Burri, con i suoi «cretti» comincia a inaridirsi, diventa monotono. C’è una sorta di inaridimento della cultura italiana che va perfettamente d’accordo con quella che è la politica di allora. Secondo me non si può giudicare una produzione artistica o culturale se non si considera l’ambiente in cui questa produzione viene creata e pubblicata.

La vita politica italiana incomincia a declinare dopo il 1970. Cambiano i governi, ma nulla cambia, tutto rimane come prima, l’inefficienza della burocrazia diventa sempre più palese. Poi quegli uomini politici sempre alla ribalta, potentissimi, l’onnipotenza della mafia in Sicilia. Il paese esprime una grande insoddisfazione contro questi governanti. Sono gli anni in cui si sviluppa il fenomeno del terrorismo, un terrorismo un po’ sui generis, culminato nell’affare Moro. Che rimane un mistero, come rimangono misteri tutti i grandi episodi del terrorismo che si sono susseguiti in Italia negli ultimi venti-venticinque anni, la Banca di Milano, le bombe sui treni, l’aereo precipitato a Ustica.

Si ha avuto l’impressione che l’Italia fosse ormai diventata la palestra, il luogo di combattimento di forze estranee al paese stesso, oppure che ci fosse una lotta tra le varie fazioni politiche italiane. Il paese si chiede da decenni che cosa sia successo, ma non si riesce a trovare una chiave di quello che è accaduto. E il grande interesse delle masse verso la cultura, verso le novità, insomma il dibattito esistente fino a quel momento è così, lentamente venuto a mancare. La situazione italiana è anche il riflesso dello Stato del Vaticano, del papato.

Dopo un momento positivo di grande apertura, quello di Giovanni XXIII, papa Roncalli, la situazione si è mantenuta buona con Paolo VI ma è venuta poi degradandosi con Giovanni Paolo II, perché la Chiesa è tornata su posizioni di estrema destra, di chiusura, che hanno eroso tutte quante quelle aperture fatte da Giovanni XXIII. Poi sono successe cose che hanno completamente sovvertito l’ordine europeo: prima la distruzione del Muro di Berlino, poi la crisi dell’Unione Sovietica, poi il risorgimento dell’Unione Sovietica. Questo è un fatto di portata enorme i cui riflessi si son fatti particolarmente sentire in paesi fragili come l’Italia.

L’unità d’Italia, non proprio una buona idea
Debbo ritornare indietro. L’Italia che noi conosciamo è nata nel 1860. E l’Unità è stata completata il 20 settembre 1870 con l’occupazione di Roma da parte dei Piemontesi. Questa unità era avvenuta per un'abilissima inserzione del Regno di Sardegna nel disegno molto preciso di Napoleone III e del governo inglese di William Ewart. Il Piemonte è riuscito a inserirsi, attraverso il suo ambasciatore a Londra Pes di Villamarina e quel genio dell’intrigo e della furbizia che era Camillo Benso conte di Cavour, nei disegni di altri paesi e a favorire l’annessione di tutti gli Stati italiani al Regno di Sardegna con l’aiuto soprattutto della Francia del Nord e degli inglesi del Sud. Perché gli inglesi erano preoccupati dall’Italia? L’unica idea plausibile, a mio parere, è la seguente: uno dei grandi scopi dell’Inghilterra è sempre stato quello di tenere la Russia fuori dal bacino del Mediterraneo.

Verso la metà del secolo scorso gli slavi del Sud, soprattutto i Serbi, che sono stati sempre considerati dai Russi come i loro figli, cominciarono a muoversi contro il dominio ottomano; la grave crisi dell’impero turco faceva capire che prima o poi i Serbi e i Montenegrini, con l’aiuto della Russia (aiuto che si manifesta ancora ai nostri giorni con la guerra di Bosnia), si sarebbero resi indipendenti. L’Italia con il secondo congresso di Vienna era stata posta sotto la tutela austriaca, che interveniva ad ogni fermento liberale. I Borboni, che avevano in mano il Regno delle Due Sicilie, vedevano male quest’indipendenza dall’Austria, e attraverso una politica di amicizia verso la Russia commisero un passo per loro fatale.

Lo zar Nicola I in visita a Napoli fu accolto trionfalmente (donò in quell’occasione a Napoli due gruppi bronzei, tuttora nel giardino di Palazzo Reale). Furono combinati matrimoni dinastici tra i Borboni di Napoli e la famiglia dei Romanov. Questa alleanza preoccupò l’Inghilterra che vedeva la possibilità per la Russia, attraverso Napoli, di arrivare a Malta. Gli inglesi, che pure avevano restituito loro il trono di Napoli nel 1815, dopo nemmeno 40 anni consideravano i Borboni come mostri da abbattere. Ferdinando di Borbone, dichiarato un re sanguinario, in realtà firmò una sola condanna a morte che non fu nemmeno eseguita.

Garibaldi non mi è mai stato simpatico
Quando Garibaldi (un idealista folle e molto discutibile che non è nelle mie simpatie) scese in Sicilia con i Mille, la flotta inglese non fece nulla per fermare queste navi che dal punto di vista internazionale erano in mano a dei banditi, anzi credo che li abbiano anche aiutati. E la Sicilia si era sì rivoltata contro i Borboni, ma si era soprattutto rivoltata contro il malgoverno dei funzionari. Garibaldi appena sceso in Sicilia fece proclami liberali, poi però passò alle fucilazioni e iniziò la normalizzazione. Non appena i Garibaldini entrarono a Napoli i vecchi poliziotti borbonici che erano stati messi in prigione furono tutti liberati. Ci fu sicuramente un accordo tra il Regno di Piemonte e l’altra burocrazia borbonica.

In uno studio in Francia intitolata Les Responsabilités des dynasties Bourgeoises, l’autore ha preso i nomi delle alte cariche francesi nel 1945 (Consiglio di Stato, Camera dei Deputati, Assemblee ecc.) ed è risalito attraverso gli alberi genealogici a chi fossero i loro antenati al momento della rivoluzione, nel 1789… Vuoi vedere che si tratta della stessa gente, di famiglie in cui uno sta con Luigi XVI e l’altro con Robespierre, uno fa l’emigrato con Luigi XVIII e l’altro sta con Napoleone, un nipote sta con Carlo X e l’altro con Luigi Filippo, fino a che uno sta con De Gaulle e l’altro con Laval e Pétain? La stessa cosa è accaduta in Italia: se oggi si facesse l’elenco di chi ha il potere all’interno di Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Alta Magistratura, Consiglio Superiore della Magistratura ecc. e si conducesse un’indagine sulle loro famiglie, ci accorgeremmo che sono tutti coloro che detenevano il potere sotto i Borboni.

C’è stato evidentemente un accordo tra Cavour e i Borboni per arrivare a quest’unione. È molto facile oggi criticare e deplorare la mafia, ma pensiamo al modo in cui è stata trattata la Sicilia. I Borboni a loro modo portavano il loro regno sulla via della vita moderna, mentre ad esempio le acciaierie, i grandi cantieri navali Ansaldo, furono tolti da Palermo e portati a Genova, e il Sud è stato privato delle sue industrie. Inoltre, l’annessione al Regno del Piemonte ha distrutto le barriere doganali senza tener conto di quelli che erano i problemi dei vari Stati, provocando una terribile crisi economica: il tanto malfamato Regno delle Due Sicilie aveva un reddito superiore a quello di tutto il resto d’Italia messo insieme.

Il problema del Sud: irresolubile, ma come è nato?
È facile oggi dire che il Sud è un problema irresolubile, ma come è stato trattato questo Sud? La guerra di liberazione presentata dalla storiografia ufficiale come brigantaggio è stata come quella dell’Algeria, l’hanno persa coloro che si opponevano ai Piemontesi. Faccio solo un esempio: i Mormoni negli anni Trenta del secolo scorso mandarono degli inviati in Europa per cercare delle persone che volessero emigrare in America al loro seguito. Quelli inviati in Italia tornarono dicendo che nessuno voleva emigrare, perché stavano benissimo.

Dopo l’Unità d’Italia 13 milioni di persone hanno lasciato il paese. Mi sembra che questi siano dati piuttosto significativi. Per mantenere un’Italia come quella creata con i Savoia bisognava avere uno Stato governato in modo assolutistico. Subito dopo l’unità, è stato un susseguirsi di fatti molto gravi, i fasci siciliani, la rivolta di Milano del 1989 con il generale Bava Beccaris che faceva sparare le cannonate in mezzo alle strade. Dunque repressione all’interno e avventure belliche all’estero… la prima è quella in Eritrea, alla fine del secolo, seguita dalla conquista della Libia del 1911 e dalla catastrofica entrata nella Prima Guerra Mondiale che ha provocato in Italia 600mila morti.

L’Italia del 1915 aveva il reddito che oggi è quello dell’India, e si pensi a che terribile, mostruosa catastrofe fu la perdita di 600mila giovani in un paese in quelle condizioni: io sono vissuto, da ragazzo, da bambino, all’ombra di questa catastrofe perché porto il nome di un fratello di mia madre che, all’insaputa della famiglia, andò volontario e fu ucciso dopo pochi giorni. Io ho visto i miei nonni piangere. In un paese che aveva avuto 600mila morti o si rafforzava la repressione interna o si sarebbe finiti come è finita la Russia zarista, nel bolscevismo.

Il fascismo era un male inevitabile per mantenere in piedi quello Stato. Io fui antifascista non tanto contro Mussolini, che secondo me non era abbastanza cattivo per fare il dittatore, quanto perché ce l’avevo con l’Italia creata in quel modo. Poi le nuove avventure belliche, prima l’Abissinia, poi l’intervento al fianco del Generalissimo Franco in Spagna, e la crisi si è fatta ancora più acuta. Infine, il 10 giugno 1940, l’entrata in guerra e questa ultima grande avventura non è stata retta. L’Italia unitaria muore l’8 settembre 1943… Quella che ora è in piedi è una sorta di zombie, uno Stato salvato dall’Alleanza Atlantica.

I comunisti responsabili dello sfacelo
La Repubblica italiana, nata nel 1946 col referendum, non ha mai avuto una vita sana, non c’è stata mai una vera opposizione. Il Partito comunista, che per me è uno dei grandi responsabili dello sfacelo dell’Italia, non ha mai fatto una politica di vera opposizione, anzi è stato proprio il Partito comunista che ha fatto mettere nella nuova costituzione italiana il concordato fascista del 1929. In quel momento il signor Stalin, che aveva occupato cinque paesi cattolici, la Lituania, la Cecoslovacchia, la Polonia, l’Ungheria e parte della Jugoslavia, voleva dimostrare al mondo che lui non era contro il cattolicesimo, e gli faceva comodo che i comunisti italiani infilassero gli accordi fascisti nella costituzione. Non c’è stato mai un radicale rinnovamento della burocrazia italiana, non è normale che al potere ci siano sempre gli stessi personaggi. In una vera democrazia c’è un continuo rinnovamento.

La mamma del peggio è sempre incinta
È in quegli anni che si sviluppa quello strano fenomeno che è «Tangentopoli», un altro dei misteri italiani. L’ondata dei processi e di scandali è riuscita a distruggere soltanto alcuni uomini politici, Craxi, Andreotti, Forlani, ma ce ne sono altri molto più compromessi, per esempio gli autori dello scandalo dell’Irpinia, costato al paese 70mila miliardi di lire. E questa gente ancora non è stata trascinata in tribunale. Si ha l’impressione che anche questa serie di processi sia stata guidata non si sa da chi: alcuni dicono che siano forze all’estero, negli Stati Uniti, in Germania, altri che siano forze all’interno del paese, ma non si è riusciti a capire come mai.

Nel contempo la crisi culturale italiana è andata aggravandosi: la produzione letteraria italiana degli ultimi tempi è deprimente. Io ho dovuto leggere i libri presentati al Premio Strega incredibili, a parte uno o due meno brutti, Si sa che la mamma del peggio è sempre incinta, come si dice a Roma. Libri da restare in qualche caso esterrefatti. Poi c’è il cinema, in crisi. A parte che oggi vengono prodotte pochissime pellicole in Italia, gli attori sono in crisi, i registi sono alcuni morti come Fellini, altri lavorano meno come Antonioni. Ci sono però dei nuovi registi di grande intelligenza, come Moretti per esempio, figlio di un mio carissimo amico. Io non sono d’accordo con l’ideologia di Moretti, però è una persona di grande talento. Altri ne stanno venendo fuori, come Salvatores.

Anche in architettura, a parte il caso di Piano, molte cose lasciano a desiderare. I musei bellissimi, che erano stati messi in ordine, sono minacciati di devastazione. Al Museo del Castello di Milano, dove c’erano certe sale mirabilmente allestite dagli architetti Banfi, Belgioioso per lo Studio Bbpr, vogliono buttare per aria tutto per fare un centro polivalente… fare sfilate di moda. Non è una follia? Anche Genova, che a un certo momento aveva incaricato Albini di fare cose importantissime, non è più al livello di prima, anche se, fatto positivo negli ultimi anni, ha realizzato il restauro del Palazzo Ducale.

Dal punto di vista sociale l’Italia è un disastro
L’Italia dal punto di vista sociale è un disastro: prima l’Impero romano, soprattutto quello tardo, poi venti secoli di cattolicesimo, poi soprattutto la Controriforma hanno distrutto il senso sociale degli italiani. Però l’Italia ha una cosa straordinaria: io ho girato il mondo, ma non conosco un altro paese dove si incontrano tante persone geniali, intelligenti, straordinarie, che però dal punto di vista sociale non fanno assolutamente niente. Io sono contro la classe media italiana, vi appartengo ma la detesto, sono un apostata. Si incontrano dei veri e propri geni, tanto nelle classi umili, con certi personaggi dalla cui intelligenza, umanità, grazia, buon senso si rimane stupefatti, quanto nell’ambiente industriale, negli ambienti dei professionisti.

Ma questa mancanza del senso sociale che in questo momento si avverte mi spaventa, devo dire la verità. A me non importa se perdo tutto, non credo nel potere della ricchezza, che d’altronde va e viene. Io ho già perso tutto una volta perché la mia famiglia era ricchissima, abbiamo perso tutto nel 1943, tutto. Mia madre si è trovata una mattina senza avere i soldi per comprare il pane. Mi sono messo a lavorare facendo la guida turistica al Foro Romano. Quindi non mi importa di perdere un’altra volta tutto. Però sono molto preoccupato dell’atmosfera che circola in Italia. Dà un senso di depressione, di amarezza vedere che tutti quei valori che avevano tenuto alta l’Italia in questi ultimi decenni stanno a uno a uno sparendo mentre questa presunta ondata di rinnovamento non sta rinnovando proprio niente: le tangenti continuano come prima, sono solo molto più cauti nel versamento…

D’altra parte ci si scaglia contro la mafia, la camorra, ma bisogna vedere quei paesi come sono stati governati. La mafia è orribile, ma è l’effetto perverso di un cattivo modo di governare e di gestire la Sicilia. La Sicilia è un grande paese, con delle persone straordinarie, c’è anche la mafia che è pure una prova dell’intelligenza dei siciliani, perché certi attentati sono talmente geniali, denotano una tale efficienza. Peccato che questa intelligenza serva a un fine così ignobile e così criminale.

Io vedo giorni oscuri
Io vedo giorni oscuri, non vedo giorni chiari, anche perché con Tangentopoli è salita alla ribalta una classe politica nuova di infimo livello culturale che si riflette nella televisione italiana. La televisione italiana, a parte qualche caso, è la più volgare, la più sporca che si possa immaginare, asfissiata dalla pubblicità e da giochetti stupidi all’americana: è un terribile veicolo di abbassamento del tono generale. E poi gli uomini politici che sono saliti alla ribalta… Cosa ci aspetta nel futuro? Come finirà? Beh… non sappiamo, può finire anche in modo imprevisto, con un grande trauma del paese, un grande choc che risvegli il senso degli italiani.

Questo testo è stato originariamente pubblicato in «Il Giornale dell'Arte» n. 171, novembre 1998, pp. 1-5

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