ANNO ZERI | Federico Zeri secondo Alvar González-Palacios

Nel 1995 lo storico dell'arte recensiva le sue memorie appena pubblicate: «Ho conosciuto quasi tutti gli storici dell'arte degli ultimi quarant'anni ma nessuno aveva delle doti così stupefacenti»

Federico Zeri, in Turchia, nel 1988
Alvar González-Palacios |

Gli italiani, a quanto sembrava a Jean Cocteau, sono dei francesi di buon umore. Questa opinione, se era valida forse ai tempi di Cocteau, oggi non lo è più né tanto meno può applicarsi a Federico Zeri le cui memorie sono state ora pubblicate contemporaneamente in Francia (da Gallimard) ed in Italia (da Longanesi, 160 pp. L. 26mila). Brevissime: centosessanta paginette che si leggono d'un sol fiato e si dispiegano come le strisce animate di una intera vita, fra il tragico e il faceto, col ritmo incalzante di un film muto. Fatti, giudizi, rimembranze, sogni, incubi si susseguono con una velocità che talvolta fa girare la testa lasciando un sapore dolceamaro in bocca.

Più appunti e spunti per una storia della propria vita che autobiografia vera e propria (e ciò fa sperare che l'autore si decida poi a redigere un testo più comprensivo, non dico più comprensibile, sull'argomento). Lo scritto si imposta su tre temi fondamentali: l'Italia e le circostanze storiche in cui l'autore è vissuto; la concezione del proprio mestiere; l'ego intellettuale. Su questo triangolo, fra cuore e testa, si inseriscono altre figure geometriche che includono la famiglia, gli amici, ritratti di persone e di personaggi di vario genere.

Per capire Zeri bisogna capire Roma, la Roma d'oggi e soprattutto la Roma di ieri. Satira tutta nostra: è infatti il tono satirico, talvolta sanguinoso, a colorare tutto quel che qui è scritto. Dico satirico e non ironico e dico dunque epico, violento, deciso e non già lirico, trasognato o delicato. I balsami beati non ungono queste pagine scritte a schiocchi di frusta. Ogni regola ha la sua eccezione e vedo con soddisfazione che una delle persone di cui Zeri sembra accettare l'integrità è Nicky Mariano: «Una donna eccezionale, della quale secondo me non si sono abbastanza sottolineati l'importanza e il ruolo, la finezza mentale e il contributo nell'opera di Berenson».

Così era, infatti, quell'essere squisito che visse all'ombra del grande saggio dei Tatti per quarant'anni. Il signor Berenson (al quale restavano pochi mesi di vita, scomparve infatti nell'ottobre dell'anno successivo a novantaquattro anni) sarebbe stato felice se io (allora ventenne) avessi potuto aiutare un loro «giovane amico romano» a mettere ordine fra giganteschi pacchi di fotografie di quadri accumulati in vari tavoli della biblioteca. Il giovane amico romano (allora aveva solo trentasette anni) arrivò puntuale il giorno seguente e in un battibaleno ogni cosa venne sistemata. Il suo modo di affrontare quell'immensa quantità di immagini mi lasciò sbigottito: egli aveva dei doni che oggi si direbbero paranormali e non si avvicinava alle opere d'arte in modo compassato o poetico ma, piuttosto, come in preda ad un esorcismo, ad una visione, come chi guarda ciò che gli altri non sono in grado di osservare.

Ho conosciuto quasi tutti gli storici dell'arte degli ultimi quarant'anni ma nessuno, nemmeno Roberto Longhi, aveva delle doti così stupefacenti. Diventammo subito amici anche se questo sodalizio non fece troppo piacere al mio (e occasionalmente suo) maestro, Roberto Longhi, appunto. I rapporti fra Longhi e Zeri, fra Berenson e Longhi, fra Zeri e gli altri... se ne potrebbero riempire pagine senza fine: si tratta essenzialmente di storie d'amore, di gelosia, di possessività, di rabbia, di competitivita; per dirla in una parola sola, di incomprensione.

Longhi, che Zeri ammette essere stato uno dei motori della propria esistenza, era uomo assai difficile, generoso nel sapere e anche nella quotidianità ma capace di freddezze artiche, di ingiustizie inspiegabili, angelo e lucifero (non fu Mario Praz a chiamarlo Roberto il diavolo?). Originale, famoso, benestante, era anche un uomo socialmente insicuro e, quando si sentiva a disagio,poteva scoccare frecce avvelenate, parole di una crudeltà pari alla preclara intelligenza. Per Zeri (posso scriverlo per averglielo sentito dire personalmente) Longhi nutriva un misto di scarsa simpatia e di curiosità alle quali si sovrapponeva non poca diffidenza; ne ammetteva le doti di conoscitore, l'ingegno, l'arguzia, ma gli aggettivi ricorrenti che accompagnavano quegli apprezzamenti erano «folle», «mostruoso», «isterico».

Zeri, senza sapere direttamente tutto ciò, intuiva ogni cosa, così come poi seppe che fu Longhi, del tutto ingiustamente, a sbarrargli la strada per l'università. Il non avere ottenuto mai in Italia un incarico didattico è stato, tutto sommato, un bene per il nostro protagonista essendo ormai l'università uno dei luoghi oscuri del nostro paese dove nei casi peggiori vigono sistemi di ripugnante favoritismo e di incomprensibili interessi, tra il mercantile e il politico. Ma Longhi non espresse il veto pensando al bene futuro dell'allievo: si comportò in tal modo perché così era la sua indole talvolta, come si è detto, generosa e giusta, talaltra, indifferente e settaria.

Comunque l'uomo «alto e magro», dallo sguardo «scuro e affascinante» che Zeri conobbe nel 1946 (e io nel 1957) ebbe non poca influenza, nel bene e nel male, nella sua vita. Sentiamo la diagnosi di Zeri ora, a mezzo secolo di distanza. Dopo aver raccontato come incontrò Longhi in casa di Giuliano Briganti scrive: «Sarò sempre grato a Briganti per questo incontro che ha determinato il successivo svolgersi della mia esistenza: in modo positivo e in modo negativo, cioè con quella duplicità che caratterizzava quell'incredibile individuo. Era grande scrittore da un lato, storico dell'arte dall'altro, straordinario per certi aspetti del suo carattere, di una meschinità ignobile per altri. Era capace di essere invidioso, spietato, spinto dal desiderio di nuocere e gonfio di luoghi comuni piccolo-borghesi. Sua moglie, conosciuta sotto il nome d'arte di "Anna Banti", l'aveva forse spinto su questa strada obliqua: io non so trovare degli aggettivi adatti per questa creatura di una sciattezza straordinaria».

Posso condividere questa sentenza di morte? Temo di no per quanto alcune delle cose qui dette siano esatte, o quasi: ma esse vengono amplificate da un'antipatia diventata ormai costituzionale, forse giustificata ma non del tutto razionali. Longhi, grande mago, uomo in grado di suscitare entusiasmo e incanto come pochi, partiva da un 'eccezionale capacità evocativa che era, contrariamente a Zeri, lirica, eterea. Ma questo potere evocativo poetico così avvincente ubbidiva al vero, era conseguente alla realtà, era del tutto sincero? Non sono in grado di dare oggi una risposta sola ma devo dire in tutta onestà come da Longhi io, e non solo io, abbia imparato infinite cose prima delle quali l'entusiasmo. E ciò non è poco dire.

Dovrei invece dare ragione a Zeri quando osserva come Longhi abbia «fornito all'Italia il fondamento di una sorta di religione che poi, come il cristianesimo, si è spezzata in due tronconi». Giusto, giustissimo. Ma il fatto, incontestabile, sta a condannare non tanto Longhi quanto lo spirito di parte dei suoi apostoli. Longhi non era un uomo di fede: i suoi seguaci, purtroppo, pretendono oggi, tradendo l'essenza del suo insegnamento, fare diventare le sue idiosincrasie (spesso dettate da motivi personali che vanno capiti, perdonati e dimenticati) un vangelo dalle finalità misteriose patetico quando non imbarazzante.

Tutto ciò, lo ripeto, nulla ha da fare col vero Longhi, spirito ironico, lucido e cinico all'occasione, da buon lettore di Voltaire e dei philosophes. «Vedendo l'Italia tutta esser morta: gl'Italiani, divisi, deboli, avviliti e servi; io grandemente mi vergognava d'essere, e di parere Italiano, e nulla delle cose loro non voleva né praticar, né sapere». La frase, se si muta il tono altisonante, potrebbe a pieno diritto far parte del volume di cui parliamo. Questo è infatti uno dei temi fondamentali trattati: il rapporto dell'autore con l'Italia.

Zeri, italianissimo, è follemente invaghito della patria ma non nutre davvero lo stesso sentimento per i suoi abitanti. In questo si apparenta a Vittorio Alfieri che abbiamo testé citato: si ama la nazione, la fisicità del paese, la sua arte, la sua letteratura, la sua grandezza ma non si sopportano i difetti infiniti di coloro che, pur partecipi in qualche modo della intera storia nazionale, non ne sono degni. Ricetta sicura di instabilità emotiva, dunque, e possibile inclinazione ad altri atti di amore che rischiano di diventare altrettante fonti di delusione.

Zeri trova spiegazioni per l'attuale atonia spirituale e politica del paese nelle pratiche imposte per secoli dal dogmatismo cattolico: qualche volta arriva a convincerci. Ma resta il fatto che questi dogmi (che io non sono davvero incline a difendere, sia ben chiaro) sono stati fabbricati lungo i secoli dagli italiani stessi, supremi maestri del vivere civile ma anche inquisitori, mafiosi, fascisti; autori come Beccaria di sublimi teorie sulla libertà, il carcere e la morte ma anche... Lasciamo andare: sappiamo tutti i mali del paese ed è forse meglio rammentare le sue inimitabili qualità.

Il nostro scritto aiuta a capire le differenze fra le varie caste sociali dell'Italia: l'autore apprezza soltanto lo strato dei poveri e quello dei potenti nutrendo invece un grande disprezzo per «una classe media odiosissima, pervasa da un conformismo e da un moralismo untuoso ereditati da secoli di dogmatismo cattolico». Come dargli torto? Basta accendere la televisione e vedere uno dei vari telegiornali o uno dei programmi di varietà che la infestano per capire esattamente quanto egli afferma. È vero (ma questa non è valida consolazione) che le emittenti di altri paesi non sono superiori alla nostra. Mi soffermo qui sulla televisione e su certi usi italiani d'oggi perché Federico Zeri ammette di avere voluto combatterli adoperandone le stesse armi. Qui non sono affatto convinto che egli abbia avuto ragione: a nulla, a mio modo di vedere, è servito vederlo abbassare il proprio livello culturale per divenire più comprensibile. Bisogna, temo, fare l'opposto: portare l'interlocutore, sia esso telespettatore o lettore, su un piano più elevato. Ma questa è operazione, l'ammetto, più difficile e soprattutto infinitamente più lunga e forse addirittura inutile.

Uno degli ultimi capitoli del volumetto, il decimo, mi sembra particolarmente riuscito. Bastano due parole, ad esempio, per stabilire con chiarezza i limiti storici del Caravaggio: i suoi committenti a Roma sono Paolo V, il cardinal del Monte, il cardinal Borghese. La sua arte come le idee di questi personaggi sono dunque «il prodotto più sottile della Controriforma, l'espressione delle teorie di Carlo Borromeo»; nulla esiste in lui, dunque, «di quell'anticonformismo viscerale, rivoluzionario e scandaloso» che oggi tanto è di moda sottolineare e che ha fatto versare fiumi di inutile inchiostro a dotti esegeti. Letteratura, dunque, non storia. Curioso destino quello di Caravaggio, per lo più vittima dei tropismi dei suoi detrattori di cinquant'anni fa e dei suoi paladini di oggi, né sappiamo quali fra loro fosse più assurdo.

Nelle stesse pagine l'autore parla con umiltà del proprio mestiere e confessa di considerarsi «più uno storico mancato che uno storico dell'arte». Egli sembra dunque nutrire non poca sfiducia nei limiti del lavoro da lui svolto con immenso successo e che egli definisce così: «Il compito del conoscitore rimane essenzialmente quello di riconoscere e di ristabilire certe unità di stile là dove erano state perse, e di ricostruire gruppi dimenticati come opere della stessa mano». Ma la passione per queste ricerche, ammette altrove, sembra oggi lasciarlo indifferente: «Il fatto è che non arrivo a essere d'accordo con i presupposti di quella disciplina, siano quelli del positivismo con la tenace fede nei poteri dell'attribuzione, siano quelli dell'idealismo». Potrebbe anche essere che, come egli stesso scrive, occasionalmente il suo lavoro possa essersi «basato su principi sbagliati e su giudizi di valore che altro non erano se non l'effetto di un consenso generale».

Chi scrive non si sente di condividere affatto questo malinconico disincanto. Anche perché esso porterebbe ad una sorta di incomunicabilità che potrebbe nuocere vistosamente alla ricerca e alla conoscenza della storia dell'arte alle quali Zeri ha dato dei contributi fondamentali. Il suo dubbio è quello di Berenson negli ultimi anni della sua vita: saggi eleganti, profumati sempre, è vero, dell'intelligenza, seguirono le straordinarie indagini della gioventù. È giusto che così sia e che questo rifugiarsi in una sorta di sublimazione letteraria risulti il premio di chi è stato innanzitutto impareggiabile filologo? La mia risposta (lo si sarà già intuito nella formulazione della domanda) non può essere che molto dubbiosa. La storia dell'arte che è la nostra disciplina deve essere ancora aiutata da uomini della classe del nostro autore: l'allontanamento di persone come lui da questi pazienti e forse tediosi studi si dimostrerà esecrabile col passare degli anni. Lo stesso accadde con Berenson: i suoi ultimi libri dicono infatti molto di più sulla sua psiche che su quella grigia e polverosa divinità, la filologia, che aveva inseguito tutta la vita.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente ne «Il Giornale dell'Arte » n. 133, maggio 1995, pp. 1-32.

© Riproduzione riservata A Roma, a Palazzo Farnese, per il conferimento della Légion d'Honneur. A sinistra, l'ambasciatore francese, a destra Alvar González-Palacios
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