Andreina Griseri: dignità, studio e insegnamento

Una vita di studi in cui è stata il più delle volte una pioniera

Andreina Griseri
Arabella Cifani, Stefano Causa |

Dopo una lunga e laboriosa vita di studi e di insegnamento universitario, il 24 febbraio si è spenta a Torino a 97 anni Andreina Griseri, una delle decane della storia dell’arte italiana.

Forse perché, da buona piemontese, è stata una donna appartata e non ha mai fatto chiasso come molti altri suoi colleghi italiani, non è stata negli anni né ricordata né celebrata come avrebbe dovuto. Per lei non ci sono stati i Festschrift che accompagnano pensionamenti di illustri, e a volte anche di semisconosciuti, né ricordi per i suoi 80 e 90 anni.

Chiusa in casa sua, discreta, cortese e signorile, Andreina Griseri, con un’attenzione giovanile e sorprendente, ha però continuato a scrivere e a seguire studiosi e pubblicazioni nelle quali aveva responsabilità. Ora è doveroso ricordarla, ma i necrologi sono una comoda carrozza dove tutti possono salire e fare bella figura, come ai funerali dove chi più tace più si distingue.

Però, da sua ex allieva e da storica dell’arte, sento il dovere di sottolineare che alcuni suoi libri sono sempre presenti sulla mia scrivania perché li consulto con frequenza quasi quotidiana. Questo è il significato dello scrivere e dello studiare, in tutti i settori e in questo caso nella storia dell’arte: diventare un pane che può essere spezzato e consumato ogni giorno e non un boccone indigesto (e ce ne sono tanti) che finisce nello scaffale più alto a prendere polvere.

Il primo articolo importante di Andreina Griseri, pubblicato nel 1949, era dedicato a «Inediti di Claudio Francesco Beaumont», un testo ancora oggi utile, anche se, ovviamente, nel tempo molte sono le scoperte che si sono aggiunte su questo grande artista cui lei dedicò molto lavoro. Seguirono poi per tutti gli anni Cinquanta una serie di articoli, ancora oggi di rilievo, dedicati a grandi pittori italiani, da Gregorio De Ferrari a Cambiaso, da Guercino a Procaccini, con molte novità per la pittura napoletana e veneta in Piemonte e le prime fondamenta di studi su Jaquerio, Bapteur, Sodoma, Tanzio.

Nel 1963 Torino mostrò al mondo, per la prima volta con larghezza di vedute e prospettive storiche, il suo patrimonio artistico con la straordinaria «Mostra del Barocco Piemontese», curata da Vittorio Viale, che volle Andreina Griseri in una posizione eminente affidandole la cura della sezione Pittura. Emersero per la prima volta dall’ombra una pattuglia assai vasta di pittori di corte piemontesi e non fra Sei e Settecento ricordati prima solo da qualche specialista: Carracha, Molineri da Savigliano, Dauphin, Seyter, Guala, Beaumont e la sua scuola, i due fratelli Rapous, i bamboccianti Olivero e Graneri, i Cignaroli, i Duprà e altri ancora.

La mostra originò un’inseminazione nuova, con la nascita di studi e ricerche su tutto il mondo dei pittori attivi in Piemonte nel periodo: un lavoro ancora ben lungi dall’essere concluso. Allo stesso modo, il suo volume del 1966 su Jaquerio e il realismo gotico in Piemonte fu l’humus per le molte ricerche che poi ne scaturirono sul Gotico internazionale in regione e sulle sue mille sfaccettature affascinanti.

Culmine fondamentale del suo lavoro di studiosa furono Le Metamorfosi del Barocco edito nel 1967 da Einaudi, un volume di respiro europeo. Eclettica, non si occupa solo di Barocco, anzi. Ce lo diceva anche a lezione: uno storico dell’arte deve essere in grado di misurarsi su più temi; l’esperto di un solo autore, all’americana, è povera cosa. E così nel 1973 pubblica Architettura dell’eclettismo; un saggio su G. B. Schellino, in collaborazione con Roberto Gabetti, e si immerge nell’allora sconosciuto mondo dell’architettura neoclassica e neogotica in Piemonte facendone uscire prospettive nuove.

Seguono collaborazioni di prestigio, come quelle per la Storia dell’Arte Italiana Einaudi nel 1981 e la curatela di mostre inconsuete ma destinate a lasciare un segno come «Porcellane e argenti del Palazzo Reale di Torino» del 1986; «Orologi negli arredi del Palazzo Reale di Torino e delle residenze sabaude» del 1988. E ancora libri importanti; ad esempio Il Diamante del 1988, dedicato alla bellissima villa di Maria Cristina di Francia sui colli di Torino e al mondo della prima Madama Reale di Francia.

Fino alla fine dell’anno scorso, pubblicazioni, contributi e una cura particolare e costante per la rivista «Studi Piemontesi» di Torino di cui era autorevole membro della redazione. Associata a prestigiose istituzioni, dall’Accademia delle Scienze alla Deputazione Subalpina di Storia Patria di Torino, dall’Accademia di San Luca all’Accademia dei Lincei di Roma, è stata inoltre consigliere nel Consiglio Generale della Compagnia di San Paolo, vicepresidente della Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo di Torino. Un cursus honorum veramente vastissimo, corroborato dalla conoscenza e dalla stima di Argan, Giuliano Briganti, Federico Zeri, Roberto Longhi, John Fleming e Hugh Honour e molti altri.

Nell’ultimo numero di «Studi Piemontesi», uscito a fine 2021, una sorta di testamento spirituale: un’antiporta significativamente intitolata Cogito ergo sum, che ha firmato, segno di discrezione d’altri tempi, solo con le sue iniziali.

Ci ha lasciato sommessamente, con la notizia della sua dipartita data solo dopo i funerali. Resta per i suoi ex allievi, tra l’altro, l’amabile ricordo di visite a mostre e musei, durante le quali si discuteva insieme, anche vivacemente, su quanto si stava guardando. Ai suoi giovani studenti, un po’ ribelli e spesso vivaci, propinava il suo sorriso ironico, accompagnato da risposte argute che li spiazzavano.

Da queste lezioni, oggi forse non più possibili per mille ragioni, uscivamo dopo parecchie ore saziati ma ancor più incuriositi da quanto ci era stato proposto. E la discussione, continuava anche con lei, fuori dal museo, sovente nell’aria fredda delle serate invernali torinesi. [A.C.]


Napoli come Torino
Napoli è un quartiere di Torino con affaccio sul mare. Lo scoprimmo una volta chiuse Le Metamorfosi del Barocco, uno dei titoli cruciali della critica (e della letteratura) italiana di fine anni ’60. In molti passi di quel libro Andreina parla napoletano senza volerlo. Molti di noi già lo sapevano: le ricerche sul Seicento napoletano sono state promosse, un secolo fa, da Roberto Longhi. Che era piemontese. Leggete in sequenza le pagine su Preti, 1913 e, due anni dopo, sul Caracciolo; aggiungete, in piena epoca fascista, l’affondo su Traversi, sconosciuto settecentista ultimo dei mohicani caravaggeschi che Longhi, da provetto cercatore di tartufi, va a scovare in una chiesa dove non si avventuravano neanche i napoletani dei quartieri alti.

Frullate tutto dentro una prosa di miracolosa aderenza: e avrete distinta l’idea che nonché un sobborgo torinese, Napoli sia stata inventata da questo storico d’arte. I piemontesi da noi sono sbarcati due volte: la prima, tra brigantaggio e repressione, con l’Unità d’Italia. La seconda con un pugno di saggi: ma trovando le strade sgombre e, per Longhi, il tappeto rosso. Ciò che non era riuscito al conte di Cavour, è riuscito a un piemontese di Alba, classe 1890.

Oggi è chiaro. Gli affondi di Andreina su Giordano o su Francesco De Mura costituiscono una rilettura autonoma e non ossequiente di Longhi. Oltreché tra le corsie preferenziali della letteratura sui napoletani. Giovane ancora Andreina capisce che la password per bussare a Giordano (una delle passioni di Longhi) è quella del disegno e delle copie di elezione.

Nel continente su Giordano, esiste «un prima» e «un dopo» il suo saggio del 1961 su «Arte antica e moderna» dove Giordano riemerge nell’unica forma gli si addica: quella del camaleonte. Capace di prendere ogni forma è il Picasso del Seicento (mentre premono sulla pagina di Andreina gli appunti presi alle mostre su Picasso del 1953). La filologia va temperata da un’attitudine militante. Come sempre accade nell’officina longhiana le migliori intuizioni sul contemporaneo vanno scovate nei saggi di tema antico.

Nel 1967, al termine di un decennio che, per la critica sul barocco era decollato con le monografie su Bernini e Cortona Einaudi ricovera un libro che, fin dal titolo, spariglia tutte le carte sul tema. Le Metamorfosi del barocco sono longhiane (per la capacità di mettere il naso sulle opere e la volontà di battere strade nuove) e, insieme, lontane da lui come sempre accade negli allievi intelligenti (ci voleva coraggio a restituire il genio di un napoletano in trasferta sabauda come De Mura, decoratore inviso a Longhi che provò a scagliargli contro l’ariete neocaravaggesco di Traversi).

Ma le metamorfosi, che inseguono il Barocco da Napoli a Stupinigi a Genova alla Spagna, sono seguite con piglio e un’incoscienza mai più eguagliate; senza contare l’inaudito corredo iconografico che va a frugare nei recessi degli stucchi di Guarini e Somasso a Palazzo Carignano. Nulla rimane fuori dalla pagina. Sempre alla ricerca di nuovi nessi Andreina non si ferma mai. Crosato e Guglielmi, il barocco che aveva contagiato tutti alla mostra torinese del 1963, le congiunture tra le corti europee, i mecenati e i pittori, l’iconologia e la stilcritica, gli apici psichedelici dei Beatles e i film di Antonioni, l’opera d’arte totale e una scrittura tutta a scatti e strappi, che pure avremmo voglia di definire squisitamente femminile. Questa è la critica migliore che si fa un anno prima del maggio francese. Ed è piena di aria nuova. [S.C.]

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