Andrea Cancellato: «Lavoratori di tutta la Cultura, unitevi!»

Il presidente di Federculture (e direttore dell’Adi Design Museum) elenca varie proposte per il Governo. «I lavori sono dati in appalto a scapito degli stipendi: non si può equiparare sorveglianza a pulizia»

Una foto di Andrea Cancellato
Arianna Antoniutti |  | Milano

Federculture, federazione nazionale delle aziende di servizio pubblico locale, Regioni, Enti Locali, e tutti i soggetti pubblici e privati che gestiscono i servizi legati alla cultura, al turismo e al tempo libero, ha presentato il 19mo Rapporto Annuale «Impresa Cultura». La pubblicazione, edita da Gangemi, ogni anno descrive, attraverso ricerche inedite, oltre alle politiche e risorse messe in campo, l’andamento dei consumi culturali in Italia. Titolo del Rapporto del 2023, che analizza i dati dei settori turismo e cultura dal 2019 al 2022, è «La formazione per il sistema culturale alla sfida del cambiamento». Lo abbiamo analizzato con Andrea Cancellato (Lodi, 1955), dal 2015 presidente di Federculture e direttore dal 2021 dell’Adi Design Museum-Compasso d’Oro di Milano.

La fotografia scattata dal Rapporto Federculture è sempre molto vicina al vero. Che cosa ci dice?
Ci dice, essenzialmente, che la cultura è in ripresa, anche se non ha ancora raggiunto i livelli pre Covid-19. Questo soprattutto per quanto concerne la partecipazione dei cittadini italiani ai consumi culturali. Poi abbiamo la cultura a servizio del turismo, settore la cui performance (+18%, Ndr) ha, per alcuni versi, salvato la stagione turistica del 2023.

Il Rapporto di quest’anno ha un focus sulla formazione superiore. La vostra indagine ha evidenziato un forte interesse delle nuove generazioni verso le professioni culturali e un aumento della formazione specialistica.
La domanda che ci siamo posti è: i nuovi tecnici al lavoro, ad esempio, nei musei immersivi o nel settore delle arti performative hanno ricevuto una formazione adeguata? Le risposte sono sostanzialmente positive, anche se ci sono ambiti su cui è necessario continuare ulteriormente a investire, per produrre un’offerta culturale all’altezza. Certamente i settori da potenziare sono quelli legati alle nuove tecnologie, alla comunicazione e alla produzione culturale. La ricerca è un altro settore determinante. Il grande investimento che, all’interno del Pnrr, è stato assegnato alla digitalizzazione degli archivi storici italiani è un elemento di forte rilevanza, forse non sufficientemente valutato.

La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, nella prefazione al Rapporto, parlando dell’Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica), dice che è necessario investire sia sulle strutture sia sulle risorse umane.
Le Afam sono un serbatoio di intelligenze e competenze tecniche che hanno necessità di crescere e di essere formate. Accogliamo con favore la disponibilità della ministra a questi fondamentali investimenti.

Nell’ambito del lavoro culturale, l’applicazione del contratto Federculture è sempre più richiesta. Voi avete ribadito la vostra disponibilità a trasformare il contratto Federculture in contratto unico per la cultura. Che cosa comporterebbe?
Innanzitutto ci sarebbe maggiore chiarezza per tutte le parti in causa, sia lavoratori sia datori di lavoro, anche dal punto di vista della disciplina giuslavoristica. Un’operazione di questo genere porterebbe con sé anche una semplificazione dal punto di vista datoriale perché, invece del frazionamento in diverse associazioni (cinema, musei, spettacoli dal vivo...), creerebbe la figura dei «datori di lavoro della cultura».

Nel Rapporto Federculture, l’Associazione «Mi riconosci?» evidenzia come il contratto più applicato, per i servizi museali, sia quello multiservizi, il più svantaggioso per il lavoratore. Che cosa si deve fare?
Una parte del lavoro culturale è dato in appalto e l’appaltatore tende a utilizzare il contratto più economicamente vantaggioso. Invece di fare profitto sulla migliore organizzazione del lavoro, lo fa a scapito degli stipendi dei lavoratori. Come tutti gli impieghi, anche quello culturale ha diritto di ricevere un compenso dignitoso e proporzionato all’impegno, all’intelligenza e alla qualità che esprime. Per questo auspichiamo l’applicazione del contratto unico per la cultura. È chiaro che equiparare la sorveglianza in un museo alle mansioni svolte da un’impresa di pulizia, come fa il contratto multiservizi, non è accettabile. Ciò viene tollerato ed è profondamente ingiusto, quindi la ribellione di chi si sente sfruttato è da noi assolutamente compresa.

Lei ha detto che per affrontare i nodi del sistema culturale occorrono «un grande impegno e una grande volontà politica. Innanzitutto un Ministero efficiente e una produzione normativa chiara». Che cosa chiede in concreto al ministro Sangiuliano?
In appendice al Rapporto, abbiamo inserito una serie di proposte per il sostegno alla cultura che prevedono, oltre al contratto unico, la legge sulle imprese culturali e creative, la detraibilità delle spese culturali, il rifinanziamento del fondo cultura, la rimodulazione dell’App18, l’estensione dello strumento dell’ArtBonus, il reinvestimento degli utili del gioco in sponsorizzazioni culturali, la rivitalizzazione della legge del 2% sulle opere pubbliche, il prelievo del 3% sugli investimenti in infrastrutture e, infine, mirate operazioni su Iva e mercato dell’arte. Si tratta di una serie di proposte che, messe in campo, non provocherebbero aumento di spesa per il Ministero ma, paradossalmente, ulteriori risorse da mettere a disposizione, anche per le fondazioni private, non solo per le pubbliche.

Che cosa significherebbe questo?
Significherebbe avere la forza di mettere mano a una riforma della legislazione in campo culturale, creando margini di efficienza e mettendo in campo una notevole capacità creativa, anche in discontinuità con il passato. Per quanto concerne, ad esempio, la legge sulle imprese culturali (che sono decine e decine di migliaia e impiegano oltre 800mila lavoratori), essa presenta due vantaggi: innanzitutto definisce che cosa è un’impresa culturale e creativa, costituendo una prima legislazione di riferimento. Il secondo vantaggio risiede nella capacità di indirizzare, alle imprese culturali, appositi fondi, compresi quelli previsti in ambito comunitario. Far lavorare al meglio le imprese significa moltiplicare l’economia del nostro Paese, con benefici per il Pil e anche per le entrate dello Stato, in termini di imposte.

LE PROPOSTE IN DIECI PUNTI
• Legge sulle imprese culturali e creative
• Detraibilità spese culturali
• Rifinanziamento Fondo Cultura
• Rimodulazione App18 e gratuità
• Estensione strumento ArtBonus
• Utili del gioco reinvestiti in sponsorizzazioni culturali
• Legge 2% opere pubbliche
• Prelievo 3% investimenti in infrastrutture
• Contratto unico per il settore Cultura
• Operazioni su Iva e mercato dell’arte

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