Andrea Benetti, un neorupestre a Milano

L’artista bolognese presenta opere realizzate con pigmenti di 40mila anni fa, rinvenuti in una grotta: «Simbolicamente ripartire da zero nell’arte significa tornare alle origini, guardare alle caverne»

«Lo sciamano blu» (2019) di Andrea Benetti. Cortesia dell’artista
Francesca Interlenghi |  | Milano

A Milano, lo Spazio Theoria ospita la mostra personale di Andrea Benetti (Bologna, 1964), pittore, fotografo e disegnatore bolognese la cui ricerca indaga e rielabora la tradizione della pittura rupestre. Il progetto «Prehistoric Wave», a cura di Luciana Apicella, raccoglie un corpus di 20 lavori creati con pigmenti di 40mila anni fa, rinvenuti nella grotta di Fumane (VR) ed è realizzato in collaborazione con i Dipartimenti delle Arti dell’Università di Bologna e di Biologia ed Evoluzione dell’Università di Ferrara. L’esposizione mette insieme opere realizzate su tela utilizzando polvere di gesso, marmo e pietra serena, e successivamente pigmentate con materiale risalente al periodo del primo sviluppo dell’umanità: sedimenti del lavaggio di reperti, terra, ocra e carbone.

Benetti, che nel 2009 ha elaborato il Manifesto dell'arte Neorupestre, presentato alla 53ma Biennale di Venezia nel padiglione «Natura e sogni» allestito all’Università Ca’ Foscari, scrive nell’incipit di quel documento che: «Allalba dellumanità, ancor prima di inventare la scrittura, luomo sentì la necessità di comunicare, di lasciare una traccia di sé nel mondo; tutto ciò lo fece grazie alla pittura».

Muovendo dalla consapevolezza che proprio l’arte delle caverne ha indicato fino ai nostri giorni le future vie della raffigurazione per mezzo del disegno e del colore, tra cui il figurativo, l’astrattismo, il simbolismo e il concettuale, l’artista rende omaggio ad una delle forme più antiche di espressione artistica. Egli cita, trasforma e reinventa i segni lasciati dai popoli antichi, che dipingevano o incidevano immagini su strati rocciosi, dando vita a tavole dal forte carattere materico, che esplorano la relazione tra superficie pittorica e rappresentazione attraverso l’uso audace dei materiali.

A un altro e ulteriore livello di lettura, la produzione di Benetti instaura un dialogo di mutua reciprocità, basato su assonanze di carattere visuale, tra l’odierno linguaggio digitale e quello dei popoli preistorici, creando al contempo un ponte ideale tra l’artista del Terzo Millennio e il suo corrispettivo del Paleolitico.

«Rispetto a un mondo che sta andando alla deriva, il mio impulso è stato quello di fare un’operazione di azzeramento, di ripartire mettendo al centro della mia riflessione i diritti umani e la tutela dellambiente. Simbolicamente, ripartire da zero nell’arte significa proprio tornare alle origini, guardare alle caverne».

Promossa dall’agenzia di comunicazione Theoria, la mostra (visibile sino al 2 dicembre) si inscrive nel progetto Artheoria che, grazie a un ricco calendario di eventi e facendo leva sul concetto di contaminazione, intende offrire un’esperienza di fruizione artistica in un luogo diverso da quelli tradizionalmente deputati alla condivisione dell’arte.

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