Ancora oggi c’è tanta Melancholia

Il Mart esamina il celebre tema di Dürer, che si è prolungato fino ad oggi, e illustra al pubblico le opere di ventiquattro pittori emergenti cinesi

«Galaxy Dust» (2017) di Meng Site. © Riproduzione riservata
Camilla Bertoni |  | Rovereto

Dal 7 dicembre il Mart-Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto propone due nuove mostre. Al centro della prima, «Dürer. Mater e Melancholia», a cura di Daniela Ferrari e Stefano Roffi (fino al 3 marzo 2024), la «Madonna col Bambino» dipinta alla fine del XV secolo nel corso di uno dei viaggi in Italia. Proviene dalla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo (Pr), così come una serie di incisioni attorno alle quali si sviluppa invece il tema della malinconia.

Si persegue, secondo il pensiero guida di Vittorio Sgarbi, presidente del Mart che in catalogo ricostruisce la storia del dipinto di Dürer emerso dal 1961 e studiato da Roberto Longhi, l’idea del confronto tra l’arte antica e l’arte moderna e contemporanea, in un percorso di circa 70 opere: sia il tema della maternità sia quello della malinconia, centrali nell’arte quanto nel mondo del pensiero filosofico (Massimo Bertozzi e Andrea Pinotti approfondiscono in catalogo), si sviluppano infatti attraverso opere di Boccioni, Casorati, de Chirico (l’«Autoritratto con il fratello» del 1924 che, non esposto da molto tempo, è entrato a far parte delle collezioni del Mart) e poi ancora Fontana, Arturo Martini, Medardo Rosso, Segantini, Severini, Sironi, Wildt e due incisioni di Giorgio Morandi. Quest’ultimo, che nell’incisione era autodidatta, proprio dallo studio di Dürer e di Rembrandt prese ispirazione per affinare la sua tecnica di cui divenne docente «per chiara fama» nel 1930 all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

La sezione si sviluppa fino alla contemporaneità con Jean-Pierre Velly, l’altoatesino Hubert Kostner e un’opera site specific di Andrea Mastrovito attorno a una delle più note incisioni di Dürer, «Melancholia I», realizzata a bulino nel 1514, sempre proveniente dalla Fondazione Magnani Rocca, si sviluppa il tema della malinconia attraverso l’opera seicentesca di Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, le incisioni di Rembrandt, i lavori di Achille Funi e i grandi del ’900, e ancora le opere figurative di Lino Frongia, Carlo Maria Mariani, Fabrizio Clerici, Carlo Guarienti, Stanislao Lepri, artisti molto amati da Sgarbi, fino al trentino Michele Parisi.

Prosegue invece fino al 14 aprile 2024 la seconda mostra in programma: «Global painting. La nuova pittura cinese», a cura di Lü Peng e Paolo De Grandis, con Carlotta Scarpa e Li Guohua, realizzata in collaborazione con Moca Yinchuan e Pdg Arte Communications. Una mostra internazionale e itinerante sui pittori emergenti provenienti dalla Cina, qui alla sua prima tappa prima di arrivare a Belgrado, Praga e Londra: 24 pittori (nati tra il 1980 e il 1995), interpreti di un momento storico e sociale segnato da grandi cambiamenti, non noti in Italia. «Ho cominciato a utilizzare l’espressione Nuova pittura cinese nel 2007, scrive Lü Peng nel catalogo Skira, collocandola nell’intersezione tra Realismo cinico e Pop politico. Ciascuna di queste correnti rinuncia alle riflessioni sull’esistenzialismo per rivelare problemi reali, si allontana dagli standard puramente occidentali per abbracciare un atteggiamento universale e globale. Nella Nuova pittura non ci sono più critiche a ideali condivisi, ognuno esprime il suo particolare conflitto; non si discute più di che cosa sia l’arte, ma si sostengono le posizioni della storia dell’arte; non esistono interpretazioni univoche della realtà ma concetti espressi in modo chiaro e limpido».

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