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Musei

Anche l’arte digitale invecchia

Il Guggenheim Museum e la New York University aggiornano le opere digitali «d'epoca»

«Net.flag», opera realizzata nel 2002 da Mark Napier e recentemente restaurata

New York. L’emergenza causata dall’epidemia in corso non è purtroppo solo quella sanitaria. L’economia, in particolar modo quella della cultura, ha iniziato a contare le proprie vittime, sotto forma di fallimenti, chiusure e licenziamenti. Una delle poche ancore di salvezza, forse l’unica, è la tecnologia digitale, che sta permettendo a gallerie, musei e artisti di trasportare online mostre, opere e parte del proprio business.

Un aspetto poco considerato ma sempre più attuale, che le opere nate su e per il web condividono con quelle su tela o in marmo, è tuttavia la medesima necessità di tutela, restauro e conservazione che le preservi dal «digital decay».

In questo senso il Guggenheim Museum di New York ha intrapreso da alcuni anni un progetto con il Dipartimento di Informatica della New York University, grazie al quale alcuni lavori di arte digitale risalenti al 1998-99 sono stati analizzati e aggiornati per le tecnologie web attuali. Da poco si è concluso il restauro anche di «net.flag», realizzata nel 2002 da Mark Napier (Stati Uniti, 1961) proprio su commissione del museo, ma non più compatibile con i browser odierni a causa del linguaggio di programmazione utilizzato.

L’opera, ospitata all’indirizzo netflag.guggenheim.org, è una bandiera virtuale che ogni utente può modificare, aggiungendo elementi e significati, e è nata per essere la «bandiera di internet», un territorio nuovo (allora), da esplorare e da preservare perché aperto, democratico, di tutti. Il lavoro di aggiornamento si è scontrato anche con temi etici e politici, oltre che pratici: nuovi Stati sorti nel frattempo, quindi nuovi elementi da integrare, nuovi alfabeti non latini da mettere a disposizione, sollevando così interrogativi su quanto l’opera originaria sarebbe rimasta tale o si sarebbe trasformata in qualcosa d’altro.

«Nulla è per sempre, dice Napier, il problema è se un oggetto o un’opera contano ancora qualcosa per noi. I dipinti alle pareti di un museo continuano a parlarci e io credo che con l’attuale clima politico anche “net.flag” abbia tuttora un significato. Nazioni e terroristi usano il web per i propri scopi, e molti conflitti del 2002 hanno trovato nella rete solo nuovi spazi e forme di lotta».

Aimee Dawson, da Il Giornale dell'Arte numero 408, giugno 2020



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