Alla ricerca della luce che è in noi

Da Cardelli & Fontana il nuovo ciclo di opere fotografiche di Luca Lupi

Riccardo Deni |  | Sarzana (SP)

«Utilizzando una fotocamera si può fotografare un soggetto illuminato dalla luce, ma sarebbe possibile utilizzare la luce per realizzare direttamente un’immagine? Un’immagine che ancora non esiste ma riesci solo a intuire nella mente come un’idea, un pensiero». (Luca Lupi)

Sono stato alla Galleria Cardelli & Fontana molte volte. È importante dirlo, perché vedere una mostra in galleria ha a che fare sicuramente ed innanzitutto con la mostra, ma anche la galleria ha il suo ruolo. Una volta lo aveva ancora di più, le gallerie erano davvero gli ambasciatori di una poetica; oggi, comunque, è giusto ripeterlo, è cruciale leggere una mostra indossando anche gli occhiali del gallerista.

Questa introduzione è necessaria per parlare degli ultimi lavori di Luca Lupi esposti a Sarzana da Cardelli & Fontana artecontemporanea (dal 10 aprile al 15 maggio) ed introdotti con lievità e competenza dal testo di Ilaria Mariotti. Nelle due stanze e mezzo (il mezzo vale per il giardino angolare della galleria e per quel moncone che conduce agli uffici) della Cardelli & Fontana infatti, negli anni, sono entrati innanzitutto i colori, quelli dell’astrattismo geometrico, di Attanasio Soldati, ma anche di Mirco Marchelli o Beatrice Meoni: il colore e il suo eterno senso interrogativo e contemplativo, potremmo dire.

Questa mostra di Luca Lupi parla sia di colore che di luce che di tempo. Concetti che nella pittura sono spesso intimamente correlati, come in gran parte della storia del monocromo. «[…] i contorni del paesaggio, l’attimo e la durata, Luca Lupi sembra qui fare esperienza di tutto il lavoro con la luce ma spostando il piano della ricerca su un ambito che definirei parallelo. In fotografia l’immagine si forma per la luce catturata da dispositivi più o meno sofisticati. Le Esposizioni, questo il titolo per tutte le opere della nuova serie, sono immagini semplici (cerchi, rettangoli che talvolta si dilatano improvvisamente), o definibili come superfici che si accampano sul piano. Esse sono prodotte dal lavorio della luce che nell’arco di tempo dell’esposizione erode i pigmenti delle carte colorate. Lupi ha iniziato questa serie nel periodo del lockdown più duro, quello della primavera del 2020: un tempo di isolamento forzato e di clausura. I mari e le coste lontani, la natura più frequentata e più attenzionata in qualche modo inaccessibile. Il progetto e le immagini cercate solo nella testa. Ha iniziato a esporre i fogli colorati alla luce del sole sperimentando tenuta e effetti, moltiplicando le variabili, testando durata e risultati. Un processo di sperimentazione che parte da cose semplici, domestiche, vicine. Le finestre, ad esempio. Ha iniziato a costruire mascherature sempre più elaborate, con gli spigoli smussati o dritti, verticali rispetto alla superficie: schermi con i quali nascondere al sole porzioni di carta, studiando il modo in cui la luce penetra nelle fessure, si diffrange negli spiragli, erode il colore in modo non uniforme. Testa gli effetti della durata dell’esposizione. Lunghissimi all’inizio, venti giorni, un mese e anche due talvolta per avere un risultato significativo: e non sempre è la stessa cosa per tutti i colori perché i gialli, i rossi, i viola, i verdi reagiscono in maniera diversa» [1].

E non è tutto qui. Come gli artisti che si fanno portare da un’idea, Lupi fissa alcuni punti nella ricerca del proprio codice e mediante questi espande il lavoro. «Il lavoro si evolve, la sperimentazione si fa più sofisticata: lampade utilizzate nella diagnostica artistica (che hanno la stessa frequenza della luce solare) poi quelle ancora più potenti accorciano i tempi di esposizione; il banco di lavoro può essere trasferito in studio, permette di operare in piano, poi di testare posizioni del foglio esposto direttamente alla fonte luminosa eliminando la mascheratura. Sul retro di ogni carta Lupi segna il tempo di esposizione: mascherature, inclinazioni, colore, tempi producono pezzi unici, declinano, insieme al numero progressivo, il titolo seriale. Carte divise a metà da vampate di luce che durano mesi, giorni o ore, riverberi sul fronte che segna la zona delle carte esposta alla luce da quella rimasta protetta; cerchi e rettangoli che sono frutto di mascherature più geometriche, esposizioni sempre più calibrate. Ma quello che ci si squaderna davanti agli occhi è un ricco immaginario di variabili acheropite – così come del resto non da mano umana nasce la fotografia – dove la luce, naturale o artificiale, indirizzata, convogliata, allentata, sembra al contempo materia e apparizione, fenomeno e oggetto. La nostra immaginazione e sensibilità fanno il resto: compaiono orizzonti marini investiti da ultimi bagliori o luci d’alba, finestre simboliche che per la pastosità delle carte sono apparizioni incarnate, ci pare di poter intravedere un paesaggio lì dove la luce ha macchiato il foglio consumandolo […]» [2].

Ecco che il lavoro diviene quindi anche metafora esistenziale, di un tempo che è dentro di noi e che da noi viene grattato, estratto fuori. Anni fa un altro artista del tempo e del colore, Marco Tirelli, mi disse che lui grattava l’ombra per estrarre la luce e, per negativo, far emergere i propri lavori, esattamente come l’opera «Il gatto» di Georges Seurat (carboncino su carta): Luca Lupi sembra fare lo stesso, nel tempo, estrae l’alba dalla luce che è in noi.

[1] Dal comunicato stampa della mostra alla Galleria Cardelli & Fontana
[2] Dal testo di Ilaria Mariotti

© Riproduzione riservata Luca Lupi, Esposizione XXIII, maggio-giugno 2020, luce su carta, esposizione di 52 giorni, cm 50 x 70, esemplare unico Luca Lupi, Esposizione LVIII, febbraio 2021, luce su carta, esposizione di  94 ore, cm 100 x 80, esemplare unico
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