Alla Fondazione Rovati l’altro Giacometti

La prima monografica italiana di Diego, fratello, ma anche modello e assistente di Alberto

Diego Giacometti nel suo studio nel 1981. © Pino Guidolotti 1981
Ada Masoero |  | Milano

Cresciuti insieme (un solo anno li divideva) a Stampa, tra i monti della Val Bregaglia, poi inscindibilmente legati anche nei lunghi anni di Parigi, dove il maggiore, Alberto, infliggeva a Diego interminabili sedute di posa, i fratelli Giacometti erano diversissimi per indole: tormentato il primo, che pure presto conobbe un vasto successo; equilibrato e pragmatico il secondo, che per decenni fu per Alberto (1901-66), oltre che il modello prediletto, un assistente assiduo e paziente.

Eppure, anche il mite, sottomesso Diego (1902-85) era un artista di valore. Insieme, dal 1930, i due fratelli realizzarono oggetti d’arredo destinati, grazie al decoratore d’interni Jean-Michel Frank, alle residenze più alla moda di Parigi, finché Diego non prese a creare sculture e arredi propri: oggetti dal perfetto equilibrio formale e dalle scabre forme naturalistiche, abitati da piccoli animali e da figurine fiabesche, molto amati da personaggi influenti come Aimé Maeght e Pierre Matisse, che glieli commissionavano per le loro gallerie e le loro case, o da esteti come Cecil Beaton.

A lui e ai suoi affascinanti lavori, sempre più ricercati dai collezionisti, la Fondazione Luigi Rovati dedica, dal 15 marzo al 18 giugno, la mostra «Diego, l’altro Giacometti» (sua prima monografica in Italia), curata da Casimiro Di Crescenzo e organizzata con PLVR di Zurigo, in cui sono riunite oltre 60 opere tra sculture, arredi, piccoli animali e maquette, inserite nell’allestimento del museo, dal piano ipogeo (dove si trova la collezione etrusca, cultura cui entrambi i fratelli guardarono) al piano nobile, dove si trova l’arte contemporanea.

Qui, nello Spazio Bianco, trovano posto numerosi ritratti pittorici e scultorei di Diego, opera del padre e del fratello, tra i quali il «Buste mince sur socle (Aménhofis)» (1954) di Alberto, stupefacente riflessione sul rapporto tra figura scolpita e spazio, mentre negli altri spazi ci s’imbatte nelle opere di Diego, dalla potente «Testa di leone» di pietra (1934), posta a guardia della casa estiva della famiglia a Maloja, ai tavoli-scultura di bronzo come «Table basse “Carcasse”, modèle à la chauve-souris» (1975) con il piccolo pipistrello, o la console «La promenade des amis» (1976) con gli alberelli, il cavallo e le sagome dei piccoli animali.

Degli arredi commissionati a Diego nei primi anni Ottanta dal Musée Picasso (di cui figura qui il modello della torciera), furono le grandi lanterne a sedurre la collezionista e filantropa americana Rachel (Bunny) Lambert Mellon, che nel 1983 gli chiese di realizzare per lei la «Lanterne à quatre lumières» di gesso oggi esposta in permanenza all’ingresso del piano nobile del palazzo di corso Venezia, mentre sono qui in mostra per la prima volta l’esuberante «Specchio» (1942) e l’«Applique aux panthères», già nella casa parigina di Diego Giacometti, in rue du Moulin-Vert.

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