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All’ombra del leone

LA LAGUNA RACCONTA | Le origini del gioco d’azzardo a Venezia

Francesco Guardi «Il ridotto di Palazzo Dandolo a San Moisè» (particolare). Ca' Rezzonico

A chi non è mai capitato di scegliere un dipinto come suo preferito? Quando visitai da bambina la Galleria di Palazzo Corsini a Roma non avevo dubbi: la «Veduta della Piazzetta con le colonne di San Todaro e San Marco» eseguita da Luca Carlevarijs all’aprirsi del XVIII secolo. Ero rimasta ipnotizzata da come il grande maestro, all’epoca per me assolutamente sconosciuto, avesse rappresentato un luogo del mio quotidiano scegliendo i colori dei sogni; sulle acque del molo sostavano enormi velieri, mentre lungo le fondamenta scorgevo umili popolani ed aristocratici, magistrati, dame e venditori ambulanti, cani di svariate razze acciambellati sul lastricato o intenti a scorazzare.

In questo straordinario affresco ricchissimo di dettagli mi colpì  una scena posta proprio al centro della composizione: ritrae un gruppo di personaggi sulla base della colonna di San Todaro.  Sono seduti sui gradini, vicinissimi e parlano fitto tra loro discutendo animatamente, chini ad esaminare qualcosa mentre alcuni astanti, leggermente arretrati, guardano con interesse. La scenetta mi ricordava le partite di carte degli anziani nei bar, con i giocatori concentrati e il capannello più o meno nutrito di pubblico, così la conservai nella memoria per riprenderla ed approfondirla molti anni più in là.

Non senza meraviglia appresi che il crocchio della Piazzetta immortalato dal Carlevarijs mi conduceva molto tempo addietro rispetto al secolo d’oro, debordando dalla storia dell’arte alle cronache  medievali, che  tramandano la gustosa vicenda inerente la legalizzazione del gioco d’azzardo a Venezia.

Correva l’anno 1173 e da lunghissimo tempo (alcuni affermano quasi un secolo) le celebri colonne provenienti dall’Oriente  languivano in attesa di essere erette, dopo numerosi tentativi senza successo a causa dell’ingente mole. Nicolò Barattieri, una sorta di «proto ingegnere» bergamasco noto in città per aver completato la torre campanaria di San Marco facendogli raggiungere l’altezza di 100 metri, ebbe l’ingegnosa idea di strutturare un sistema di funi che, grazie a trazioni ed accorciamenti abilmente orchestrati, permisero di issare i poderosi simboli che ancora oggi dominano l’orizzonte lagunare.

L’impresa, ritenuta leggendaria, fu ricompensata elargendo al Barattieri la concessione a vita per tale attività ludica, al tempo bandita in tutto il territorio della Repubblica, proprio tra le due colonne che aveva eretto, come racconta Francesco Sansovino in Venetia Città Nobilissima et Singolare (1581): «Quelle due (colonne) stetterò per molti anni interra, non si truovando persona a cui bastasse l’animo di levarle in piedi. Alla fine un lombardo chiamato Nicola Barattiero le drizzò, & ne ebbe Honesto premio, oltre al quale volle privilegio, che  giocatori havessero libertà di giocare a pie delle dette colonne, senza pena alcuna…Fu hordinato che ne a dadi ne ad altro giuocho che a scacchi nella città, & a 5 miglia intorno non si potesse giochare, eccetto nondimeno i tempi delle nozze, & le hosterie, & quella parte della piazza di S.Marco, ch’alle due colonne è posta».

Da quanto leggiamo nell’ultima parte del testo emerge una vera e propria passione dei veneziani per il gioco d’azzardo, che rappresentava una sorta di passpartout della vita sociale, accompagnandosi a cerimonie e luoghi d’incontro.

Non a caso il capoluogo divenne capitale di siffatto intrattenimento a partire dal Seicento, quando fu inaugurato il primo casinò d’Europa a San Moisè (1638), chiamato Ridotto. All’interno di un sontuoso palazzo appartenente alla nobile famiglia Dandolo veniva accolto chiunque avesse disponibilità di denaro, a prescindere dall’estrazione sociale e si garantiva l’assoluto anonimato mediante l’uso obbligatorio della maschera, in modo da obliterare qualsiasi distinzione di classe.

Aristocratici, mercanti, cortigiane e avventurieri si trovavano, quindi, allo stesso tavolo, dove il gioco delle carte faceva da padrone, gestito da «tagliatori» (antesignani dei croupiers), cui spettava il compito di tagliare i mazzi, mentre il Maestro del Ridotto sovrintendeva l’intera attività prestando denaro sulla parola (al tempo la più solida delle garanzie), da restituirsi tassativamente il giorno successivo.

La conoscenza dei vari giochi rappresentava, nel XVIII secolo, un biglietto d’ingresso privilegiato per i salotti buoni, in cui l’abilità nelle carte veniva valutata una nota di merito, come insegna Giacomo Casanova, il cui fascinosi legava anche alla capacità di praticarne ben 22 diversi tipi.

Alle grandi sale dei ridotti pubblici, si accompagnavano i «casini», ambienti privati più ristretti e spesso nascosti all’interno di dimore non troppo appariscenti, che riservavano ai loro frequentatori svariati intrattenimenti supplementari, come la musica, la poesia e l’incontro con prostitute. Evocano, in un certo senso, gli odierni club prive, dove, una volta bussato, si poteva accedere dopo essere stati autorizzati da un sorvegliante intento a scrutare i visitatori dallo spioncino (nel celebre casino Venier si trattava di una mattonella rimovibile nella sala d’ingresso).

L’attrattiva di questi ambienti, sommata al crescente successo del gioco d’azzardo, ne aveva moltiplicato il numero in modo esponenziale: nel 1744 erano arrivati a essere 136.

La febbre del gioco aveva tuttavia determinato effetti sociali di non poco conto, minando l’assetto stesso di molte nobili famiglie i cui patrimoni andarono letteralmente sperperati in pochi anni; ragione per cui il Maggior Consiglio, non potendo gestire una situazione dai risvolti gravissimi, in quello stesso anno decise di chiudere i ridotti pubblici.

Ciò, tuttavia, non bastò a eliminare un fenomeno dilagante, così congeniale allo spirito lagunare e alla particolare atmosfera godereccia che impregnava i salotti, le feste e i banchetti celebrati, come oggetto del desiderio, nell’Europa intera. Lontano dall’autorità si continuavano a svolgere le medesime partite; si tentava la sorte alla roulette facendo traghettare immense fortune da una mano all’altra, posseduti da un demone immortale che ancora oggi seduce con la stessa arma: il denaro come promessa di felicità.

A fissare sulla tela le sale da gioco e il delirio degli avventori giunge «Il Ridotto di San Moisè» immortalato da Francesco Guardi: all’interno di un salone sfarzoso si svolge una scena galante, con dame e gentiluomini mascherati; poco più in là un giocatore è chino sul tavolo, mentre il mazziere distribuisce le carte. La tensione è palpabile, ma lo è ancora di più la frenesia del gioco, con le carte disseminate a terra come cadaveri in un campo di battaglia, straordinaria metafora pittorica del citato demone.

LA LAGUNA RACCONTA
Dal Ponte delle Tette alla Chiesa delle Convertite
Dal Canal Grande alle rive del Brenta
Il tragico destino di un matrimonio di convenienza
All'ombra del leone
L'importanza di chiamarsi Canaletto

Federica Spadotto, edizione online, 21 agosto 2020


  • Luca Carlevarijs «Il molo di San Marco verso la Basilica della Salute» (particolare). Galleria Nazionale di Palazzo Corsini

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