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Mostre

Alfonso Artiaco ospita Adel Abdessemed

Una serie di lavori dell'artista franco-algerino realizzati con la latta stampata

«Telle mère tel fils» (2008), di Adel Abdessemed

Adel Abdessemed è un artista trasgressivo, difficilmente collocabile in una definizione. Franco-algerino, nato a Costantina nel 1971, vive e lavora da tempo a Parigi e New York. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 2003, nel 2009 e nel 2015 e tra gli artisti africani (o di origine africana) è uno di quelli maggiormente presenti nelle più importanti rassegne internazionali. L’essere approdato alla collaborazione con importanti gallerie internazionali gli ha permesso in passato di realizzare anche opere monumentali, dal grande impatto visivo, travalicando i generi e le tecniche: utilizza indifferentemente la scultura, le installazioni, il video e la pittura. È indubbiamente interessante il fatto che, pur non prediligendo una tecnica in particolare, sia comunque particolarmente attento alla scelta dei materiali, conferendo un ulteriore significato alle immagini iconiche che sceglie di rappresentare partendo da fonti personali, storiche, sociali o politiche. Il suo è un linguaggio visivo essenziale, che oscilla tra banalità e radicalità, lasciando allo spettatore il compito di scegliere tra i due poli. Dal 9 febbraio al 23 marzo espone, per la prima volta, alla galleria di Alfonso Artiaco a Napoli, presentando una serie di lavori realizzati con la latta stampata, una sorta di pittura minimalista alla quale aggiunge, perlopiù in basso a sinistra, una parola o una frase, che non sono però un’indicazione semantica o narrativa, né tantomeno uno slogan.
Abbiamo intervistato l’artista.

Il titolo della mostra «Candele, candelotti, e sei lumini» è una frase tratta dalla poesia di Totò, «’A livella». È evidente, come spesso nei suoi lavori, un interesse per qualcosa che tutti conoscono, anche se è impossibile definirla un «artista pop». Com’è nato questo titolo?

Ho scelto quel verso per la sua straordinaria musicalità. Quando mi è stato spiegato il  significato sono rimasto ancora più colpito dalla combinazione della banalità delle parole e del loro suono meraviglioso.

La presenza di parole dipinte su un quadro ha una tradizione che risale al XIX secolo (dalle firme visibili degli impressionisti ai titoli scritti sulla tela da Gauguin). Che cosa le interessa di più nella relazione tra immagine e testo?

Lavoro con immagini e materia, ma da sempre sono stato affascinato dalle parole. Le loro combinazioni sono per me emotivamente mutevoli, sono una fonte di meravigliose e allo stesso tempo strane scoperte.

Com’è stata concepita la mostra? Ci sono opere specifiche create per questa mostra? Che tipo di lavori sono?

Tutte le opere che presento a Napoli sono state appositamente realizzate per questa occasione. Fanno parte di una serie che ho iniziato nel 2016 e il cui titolo è «Cocorico Paintings». La prima volta che ho usato lattine stampate, che sono universalmente utilizzate per confezionare contenitori di vario genere, dal cibo ai prodotti chimici, è stato nel 2005 per un’opera di modeste dimensioni, mai esposta, intitolata «Monsieur Poulet...», un diretto riferimento al film «Cocorico Monsieur Poulet» del 1974, firmato «Dalarou», in cui «-rou» sta per Jean Rouche (Parigi, 1917 - Birni N’Konni, 2004, Ndr), cineasta e antropologo francese, creatore del «cinéma vérité» e pioniere dell’antropologia visiva. Allo stesso tempo, per me è stato come tornare alla mia infanzia, quando ero abituato a costruire giocattoli per gli altri bambini con i materiali che avevo a disposizione. Già allora pensavo che l’arte dovesse essere utile. Nel 2007, utilizzando lattine stampate, ho creato la «famiglia» della «Queen Mary II», e poi, tra il 2010 e il 2014, una serie ampia e di grande successo quale i «Mappemondes». Alla fine è come fare qualcosa con ciò che si ha, e che molto probabilmente sarebbe finito in discarica o abbandonato, per perdersi e, alla fine, inquinare.

Questa è la sua prima mostra personale nella galleria di Alfonso Artiaco che però, già nel 2016, aveva esposto un suo lavoro in una collettiva in occasione del suo trentesimo anniversario. Che effetto le fa esporre a Napoli? Qual è il suo
rapporto con la città?

Amo questa città, principalmente il suo suono di: «Candele, candelotti, e sei lumini».

Le sue opere possono essere considerate politiche senza volerlo essere esplicitamente. Qual è il ruolo dell’artista nella società di oggi?

Tutta l’arte è politica, anche quella di Jeff Koons. Ma nulla può essere cambiato finché non viene affrontato.

Silvano Manganaro, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


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