Al via la sesta Biennale de l’Art Brut

Nel Castello di Beaulieu sono esposte le opere della collezione di Jean Dubuffet di artisti loro malgrado

«Sans titre» (1999) di Martha Grünenwaldt (particolare) © (Atelier de numérisation-Ville de Lausanne Collection de l’Art Brut, Losanna
Luana De Micco |  | Losanna

È dedicata al tema della rappresentazione del volto la sesta edizione della Biennale de l’Art Brut che si svolge dall’8 dicembre al 29 aprile 2024 nel Castello di Beaulieu, sede della Collection de l’Art brut, il museo svizzero inaugurato nel 1976. La città di Losanna ha ereditato nel 1971 la collezione di Jean Dubuffet, il pittore e scultore francese (1901-85) che, come altri artisti d’avanguardia tra cui Kandinskij e Miró, si interessò al disegno infantile e per primo, nel 1945, inventò il concetto di Art brut, o arte grezza, espressione che indica le produzioni artistiche dei «marginali», malati mentali e detenuti, artisti loro malgrado, ma non professionisti, che hanno un approccio non convenzionale all’arte. Le loro «produzioni sono spontanee e inventive, poco debitrici all’arte convenzionale e ai luoghi comuni culturali», scriveva Dubuffet nel 1953.

Il museo, nato con una collezione di circa 5mila opere, non ha mai smesso di arricchirsi con nuove acquisizioni e ne conta oggi più di 60mila. La Biennale de l’Art Brut, fondata nel 2013, si presenta come una grande mostra tematica che attinge in modo esclusivo al fondo del museo, senza alcun prestito esterno. Quest’anno sono state selezionate più di 330 opere, più o meno note, alcune mai esposte prima, realizzate da una quarantina di artisti su supporti (carta, legno, pietra, tessuto) e tecniche (disegno, scultura, ricamo) diversi.

Il percorso, su due piani e sei sezioni, curato dal docente di psicologia clinica Pascal Roman, affronta il tema del volto tanto nella forma più tradizionale del ritratto, tanto con approcci più originali, come la rappresentazione tridimensionale per esempio. «L’incontro con il viso convoca un’esperienza singolare descritta da Georges Didi-Huberman, storico dell’arte e filosofo, nel titolo di una delle sue opere: Ce que nous voyons, ce qui nous regarde (tradotto in italiano da Fazi col titolo Il gioco delle evidenze: la dialettica dello sguardo nell’arte contemporanea, Ndr). Poiché, osserva il curatore in una nota, se il faccia a faccia con il volto è un incontro di sé con l’altro, lo è anche da sé a sé. Di fronte a queste produzioni, ciò che più ci tocca nell’incontro sensibile con il volto, ciò che ci commuove o ci lascia indifferenti, che ci fa rimanere di ghiaccio o ci paralizza, che ci fa vibrare o ci terrorizza, è questa parte di noi, spesso inconscia, che si ritrova messa in scena: la parte più intima all’improvviso esposta pubblicamente».

Sono allestiti i lavori astratti realizzati a penna e acquarello da Eric Derkenne, artista belga nato con la sindrome di Down e morto nel 2014, i lavori più naïf di fili intrecciati di Bertha Morel e le opere a matita di Martha Grünenwaldt, in cui i volti emergono da nuvole di fiori colorati. Ci sono poi i lavori di Shinichi Sawada su ceramica e quelli su cemento modellato di Henri Salingardes. Tra gli altri artisti esposti, Gene Merritt, Scottie Wilson, Curzio Di Giovanni, originario di Lodi e ricoverato in un ospedale psichiatrico di Pavia, che deforma i lineamenti, o ancora Pierre Kocher, artista svizzero scomparso nel 2005 che rappresentava volti senza occhi né labbra.

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