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Mostre

Al V&A la borsa, oscuro oggetto del desiderio

Dal baule alla pochette, dalla Asprey della Thatcher alla baguette di SJP, un accessorio diventato uno status symbol

Margaret Thatcher con la borsetta Asprey fuori dall’allora sua residenza al 10 di Downing Street al rientro da un incontro con la regina nel 1987. Foto John Redman/AP Shutterstock

Sono 300 le borse, di tutte le fogge e dimensioni, che dal 21 novembre al 12 settembre 2021 il Victoria and Albert Museum di Londra espone in «Bags: Inside Out», la più completa rassegna mai dedicata nel Regno Unito all’accessorio per eccellenza. La mostra esplora l’«ossessione globale» esercitata da questo vero e proprio status symbol, accostando minuscole pochette e monumentali bauli da viaggio, borse di design e scatole da spedizione, custodie per il trucco e zaini militari, senza dimenticare i modelli resi icone globali dalle celebrity della moda e dello spettacolo.

«Da una sontuosa custodia regale del XVI secolo alla borsa di tutti i giorni, la mostra vuole offrire uno sguardo a tutto tondo sulla funzione, status, design e realizzazione delle borse, in tutto il mondo e nel corso della storia, spiega la curatrice Lucia Savi. Per la loro duplice natura privata e pubblica, sono accessori pratici e funzionali che da sempre hanno affascinato uomini e donne».

Le sezioni espositive sono tre. La prima, «Function», esamina soprattutto il ruolo pratico della borsa. Spiccano qui la custodia ricamata che proteggeva la matrice d’argento del Gran Sigillo d’Inghilterra di Elisabetta I, una borsa per maschera antigas della seconda guerra mondiale di proprietà della regina Maria, una scatola da spedizione rossa utilizzata da Winston Churchill e un grande baule da viaggio di Louis Vuitton di inizio ’900, recentemente restaurato.

La seconda sezione, «Status and Identity», affronta invece l’impatto politico, sociale e mondano di questo accessorio. Trovano ovvio spazio icone celeberrime come la «Kelly» di Hermès o la «Lady Dior» dedicata a Lady Diana, tracciando un percorso ascendente che ha il suo culmine tra fine anni Novanta e inizio 2000 con It bag come la «Baguette» di Fendi, resa celebre da Sarah Jessica Parker in «Sex and the City», o la «Speedy Monogram Miroir» di Marc Jacobs per Louis Vuitton, indossata da Paris Hilton e Kim Kardashian.

In questa sezione compaiono anche la «Asprey» grigia di Margaret Thatcher, uno dei simboli più austeri e riconoscibili del suo potere, e le borse di tela usate per veicolare slogan politici e sociali, come una borsa contro la schiavitù del 1825, «I am NOT a Plastic Bag» di Anya Hindmarch e la «My Body My Business» dell’artista e attivista Michele Pred. L’ultima sezione, «Design and Making», esamina il processo di progettazione e realizzazione, evidenziando le abilità artigianali che in diverse località del mondo hanno contribuito al mito di case di moda centenarie.

L’attenzione è qui focalizzata sul marchio di lusso britannico Mulberry (main sponsor della mostra), ma non dimentica complesse lavorazioni artigianali seicentesche o le recenti collaborazioni tra stilisti, artisti e architetti che hanno portato, ad esempio, a reinventare, per Prada, la borsa di nylon da parte della giapponese Kazuyo Sejima, Premio Pritzker nel 2010. La mostra si chiude con uno sguardo sul futuro e sulla necessaria sperimentazione di materiali innovativi e sostenibili, ben rappresentata dallo zaino di Stella McCartney che riutilizza rifiuti di plastica abbandonati negli oceani.

Elena Franzoia, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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  • Paris Hilton e Kim Kardashian con le «Monogram Miroir» di Marc Jacobs per Louis Vuitton a Sydney nel 2006. Foto PhotoNews International Inc/Getty Images
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