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Mostre

Al Palladio Museum la collezione Papafava

Quarantanove fogli, realizzati a cavallo tra ’700 e ’800 dai più celebri architetti del tempo

«Studio accademico di capitello corinzio e relativa trabeazione», di Alessandro Papafava (particolare)

Vicenza. Un tuffo nella cultura di duecento anni fa, assaporando la qualità grafica e pittorica di disegni e stampe che restituiscono un mondo nutrito dalle vestigia del passato, riproposte nelle forme della modernità. È l’occasione offerta dalla mostra «Un architetto al tempo di Canova: Alessandro Papafava e la sua raccolta», in corso al Palladio Museum fino al 13 settembre. Quarantanove fogli, realizzati a cavallo tra ’700 e ’800 dai più celebri architetti del tempo, la cui opera affascina il giovane padovano Alessandro Papafava (1784-1861) mandato dalla madre a studiare a Roma da Antonio Canova.

«La mostra racconta questa affascinante collezione di materiali, spiega Guido Beltramini, direttore del Centro Studi Andrea Palladio di Vicenza la cui consigliera Susanna Pasquali affianca nella curatela l’irlandese Alistair Rowan: spesso i materiali vengono a noi come dei relitti su una spiaggia. Incredibilmente, per una serie fortuita di circostanze favorevoli, abbiamo qui invece un’occasione unica e straordinaria: una raccolta completa, rimasta intatta perché sempre conservata a Palazzo Papafava, ora donata al Palladio Museum. Il giovane Alessandro si era impegnato a scrivere alla madre una lettera al giorno, raccontando di tutti i suoi incontri e del suo fascino per i grandi architetti del momento: oltre ai loro disegni, con Giacomo Quarenghi, Giuseppe Camporese o Joseph Michael Gandy per esempio, la raccolta ha dunque un valore unico, perché è in grado di raccontare come un giovane aristocratico potesse studiare l’architettura».

Un’arte che il giovane Papafava eserciterà al suo ritorno in Veneto, contribuendo alla diffusione del Neoclassicismo attraverso la trasformazione del palazzo omonimo di Padova e della villa di Frassanelle che la famiglia eccezionalmente apre al pubblico in alcune giornate.

Camilla Bertoni, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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