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Mostre

Al Mic Barceló cuore di terra

Prima antologica italiana incentrata sul ruolo della ceramica nella poetica dell'artista

Miquel Barceló. © Xavier Forcioli 2016

Faenza (Ra). Trent’anni di sperimentazione contemporanea dentro cinquemila anni di storia della ceramica: una mostra di Miquel Barceló al Mic-Museo Internazionale delle Ceramiche si fonda sull’eterna fascinazione del dialogo tra passato e presente.

Attraverso una personale rilettura delle origini dell’arte fittile, in un gioco di richiami e opposizioni che si espande fuori dalle convenzioni, l’artista spagnolo (1957) rende omaggio a un museo unico, il cui patrimonio si impone nel mondo. «Miquel Barceló. “Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume”», aperta dal primo giugno al 6 ottobre, è la prima antologica italiana incentrata sul ruolo della ceramica nella poetica del poliedrico artista.

L’ampia monografica, curata da Irene Biolchini e Cécile Pocheau Lesteven, è stata appositamente pensata dall’autore, che ha scelto di far dialogare pezzi emblematici della sua produzione con alcuni capolavori antichi. Il progetto di allestimento prevede, infatti, una grande installazione nella sala dedicata alle manifatture dell’epoca d’oro della «faïence» locale (XV-XVI secolo) e una sorta di disseminazione quasi mimetica nelle vetrine delle altre sezioni museali.

Affermatosi negli anni Ottanta per la sua pittura gestuale, vicina alle declinazioni della Transavanguardia e del Neoespressionismo, il versatile Barceló ha a lungo sperimentato anche diverse tecniche ceramiche, esprimendo la stessa tensione espressiva e una straordinaria coerenza formale. Dopo le prime esperienze condotte in Mali con la terracotta Dogon negli anni ’90, l’artista si è poi legato particolarmente all’Italia, lavorando nei laboratori ceramici di Vietri.

Qui, con l’assistenza della bottega di Vincenzo Sartoriello, ha realizzato quella che sinora è la sua opera monumentale più importante, il rivestimento per una grande cappella nella Cattedrale gotica di Palma di Maiorca. Si tratta di oltre 300 metri quadrati di argilla il cui repertorio fantastico è evocato dalle opere in mostra, oggetti ibridi dalle forme metamorfiche che rimandano a una biologia fantastica.

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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