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Mostre

Al MaXXI nel cerchio della spiritualità

19 artisti contemporanei in cerca di risposte che la tecnologia non può dare

«Mandala» (2003) di Kimsooja. Cortesia dell’artista, Collezione Paolo Vicentini, Milano e Galleria Raffaella Cortese, Milano

Roma. Dal 17 ottobre all’8 marzo il MaXXI ospita una mostra nel cui titolo è compreso il simbolo universale del cerchio, «O Della materia spirituale dell’arte». Il curatore, Bartolomeo Pietromarchi, direttore di MaXXI Arte, spiega di aver voluto un titolo in cui una parte fosse muta eppure comprensibile a chiunque si chiedesse quanto si è chiesto lui: «Esiste ancora un’esigenza spirituale alla base delle istanze dell’arte?».

Ha provato a rispondere con la selezione di 19 opere d’arte contemporanea (di John Armleder, Matilde Cassani, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Elisabetta Di Maggio, Jimmie Durham, Haris Epaminonda, Hassan Khan, Kimsooja, Abdoulaye Konaté, Victor Man, Shirin Neshat, Yoko Ono, Michal Rovner, Remo Salvadori, Tomás Saraceno, Sean Scully, Jeremy Shaw e Namsal Siedlecki) e di 17 reperti etruschi e romani provenienti da Musei Vaticani, Museo Nazionale Romano, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e Musei Capitolini. «Dalla storia ci viene la profondità del tempo, spiega Pietromarchi, che incrocia lo spazio ampio dei discorsi attuali sullo spirituale nell’arte. Ho pensato fosse necessario trovare le tracce e le radici di questa ricerca tra spirito e materia, e siccome siamo a Roma, ho iniziato con la storia di Roma».

Ma lo spirituale non è una qualità della materia?

La materia senza spirito, e lo spirito senza materia, non sono niente. E questo è uno degli argomenti che ho affrontato nella conversazione, riportata nel catalogo Quodlibet, svolta con Andrea Carandini. Avevo cercato un grande archeologo, ho trovato anche un grande pensatore. Nel suo ultimo libro, Antinomia ben temperata, approfondisce proprio il tema della necessità di conciliazione tra gli estremi spirituali e materiali.

L’arte non è da sempre una delle vie della ricerca spirituale?

Sì, ma ho evitato gli estremi formalistici di pura astrazione e smaterializzazione, per individuare quelle personalità del mondo artistico internazionale che abbiano saputo sublimare in interrogativi sulla spiritualità, specifici presupposti sociali di definizione di un’identità, capaci quindi di partire dal particolare per giungere all’universale.

Come nasce questa mostra?

Nasce da un confronto su questo tema tra la presidente della Fondazione MaXXI, Giovanna Melandri, e la storica dell’arte e giornalista Lea Mattarella (scomparsa nel 2018, Ndr). La mostra è dedicata a lei.

Percepisce una nuova richiesta di spiritualità?

Percepisco l’impossibilità della tecnologia di corrispondere a tutto ciò che sfugge a una cultura deterministica. La tecnologia ha spodestato l’ideologia e la teologia, ma l’arte può e deve dire la sua. L’alternativa è quella prospettata da Pasolini, che previde che saremmo diventati schiavi delle macchine che ci dovevano liberare. Questa non è infatti una mostra sulla tolleranza religiosa, ma sulla libertà.

È sempre più diffusa nelle mostre la commistione metastorica di opere di periodi diversi…

Sì, ma dipende da come si fa. In alcuni casi, anche eclatanti, queste mostre sono delle location. Se invece la sottrazione della narrazione storiografica è assunta come elemento strutturante della mostra, avviene che opere anche lontane nel tempo disvelino significati simbolici inesplorati, che si situano al di là del tempo, dando a queste opere un’ulteriore possibilità.
Il catalogo riporta anche testi di Raffaella Frascarelli, archeologa e collezionista d’arte contemporanea, del filosofo Stefano Catucci, dello storico dell’arte Riccardo Venturi e del francescano, filosofo e tecnologo Paolo Benanti, che spiega, in una conversazione con Eleonora Farina, che «l’uomo, nella sua identità, è un essere spirituale» che non potrà mai rinunciare al «simbolico».«È l’assunto fondamentale della mostra», conclude Pietromarchi.

Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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