Al Madre la natura viene ripensata (ad arte)

Due mostre su ecologia, impegno sociale e creazione per effettuare un cambio di paradigma sulla nostra visione del mondo

Un fotogramma del video «BETHESDA» (2020) di Francois Knoetze
Olga Scotto di Vettimo |  | Napoli

La relazione umanità-natura è al centro dell’indagine che Kathryn Weir e la curatrice associata Ilaria Conti affrontano in «Rethinking Nature» (dal 17 dicembre al 2 maggio), mostra che prevede approfondimenti di artisti e ricercatori «di geografie e sensibilità diverse». L’esposizione inaugura un nuovo format del museo «in cui il concetto di mostra incontra quello di piattaforma multidisciplinare», spiega Kathryn Weir, direttrice artistica del Madre, museo regionale della Fondazione Donnaregina presieduta da Angela Tecce.

Un cambio di paradigma non è più procrastinabile: la natura va guardata come soggetto, non come oggetto. Ma come costruire nuovi scenari di futuro mentre si è immersi in un’attualità distopica? Già posto dalla Weir nella mostra «Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud» (fino al 21 febbraio), in «Rethinking Nature» il quesito assume una valenza diversa: «Presentando progetti che uniscono saperi ancestrali a pratiche di attivismo, il percorso espositivo offre interpretazioni alternative della natura». In mostra, le opere di più di 30 artisti italiani e internazionali indicano nella visione colonialista ed eurocentrica le radici del depauperamento delle risorse naturali.

Tra i tanti lavori esposti, da ricordare due nuove produzioni del sudafricano Francois Knoetze («Bethesda_defrag» 2021) e dell’irlandese Sam Keogh («Fortnite» 2021); il video «The upcoming Polar Silk Road» (2021) di Elena Mazzi (entrata di recente nella collezione del museo) ispirato dal progetto cinese di una nuova rotta nell’Artico resa possibile dal cambiamento climatico; «TeleGuaiana» (2019) di Niccolò Morinato; «The Skin of Labour» di Adrián Balseca (Ecuador), che indaga lo stravolgimento dell’ambiente causato dall’estrazione della gomma in Amazzonia; «Karikpo Pipeline» (2015) di Zina Saro-Wiwa (Nigeria), che richiama le tradizioni della cosmologia Ogoni tramite una danza con maschere sui resti delle infrastrutture petrolifere dell’Ogoniland (delta del Niger), e «Silueta de arena» (1978), video di Ana Mendieta in cui la silhouette dell’artista nella sabbia scompare dolcemente portata via dall’acqua: poetico e auspicabile presagio o inesorabile destino dell’umanità?

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