Al Jewish Museum la storia perduta dell’arte razziata

Parte del percorso espositivo è anche una ripresa originale del processo di Norimberga

«La sala dei martiri», al Jeu de Paume di Parigi. © Archives du Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères-La Couneuve. Cortesia del Jewish Museum
Viviana Bucarelli |  | New York

È l’agosto del 1944 quando la brigata francese del comandante Alexander Rosenberg fa saltare in aria le rotaie per bloccare la corsa del treno numero 40.044 su cui si pensava che le forze naziste dirette in Germania tenessero degli ostaggi. Una volta aperte le porte dei vagoni del treno, però, con enorme sorpresa, i militari non trovano una sola anima viva bensì un tesoro di opere d’arte. Rosenberg, senza fiato, vede sfilare davanti ai suoi occhi i quadri con cui era cresciuto, di cui era sempre stato circondato nelle stanze della casa e dello studio di suo padre, Paul Rosenberg, uno dei più grandi mercanti d’arte della storia.

Da Parigi il gallerista si era trasferito nel ’40 a New York, non prima di aver cercato di mettere in salvo le sue opere nascondendole nel caveau di una banca di Bordeaux. I nazisti avevano tuttavia fatto irruzione nella banca e se ne erano impossessati; pur avendole catalogate come «arte degenerata» conservarono gelosamente i dipinti. Che ora si trovavano su quel treno. Una vicenda straordinaria che catturò l’immaginazione di Hollywood e ispirò anche un film del 1964, «The Train», diretto da Arthur Penn, e con Burt Lancaster nel ruolo principale.

Tra le 400 opere che viaggiavano su quel treno, il comandante Rosenberg in particolare trovò «Gruppo di personaggi» del 1929 di Pablo Picasso, «Bagnanti e Rocce» di Cézanne e «Minette» di Camille Pissarro, tra le opere più significative della collezione di suo padre. Ci sono anche loro in «Afterlives: Recuperare la storia perduta dell’arte razziata», la mostra che il Jewish Museum, fino al 9 gennaio, dedica ai tesori rubati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Il loro valore storico artistico ed estetico è evidente, ma l’iniziativa dedica soprattutto grande spazio, nelle didascalie e nei testi, alla storia e alle vicissitudini attraversate dalle opere durante la guerra e nei decenni successivi.

Sono 53, tra cui appunto alcuni Picasso, Matisse, Cézanne, oltre a Courbet, Pissarro, Chagall, Bonnard e Franz Marc, insieme a un’ottantina di oggetti trafugati da sinagoghe poi distrutte, e materiali d’archivio, fotografie e oggetti ritrovati grazie alla Jewish Cultural Reconstruction, cui si aggungono alcune opere d’arte contemporanea commissionate appositamente per la mostra.

Parte del percorso espositivo è anche una ripresa originale del processo di Norimberga in cui si ribadisce la gravità dei reati commessi dalle truppe naziste con il saccheggio di opere d’arte. Alcuni documenti sono particolarmente sconvolgenti, come un libro di Dachau con l’annotazione dettagliata delle persone sterminate in quel luogo. Non è grandissima questa esposizione del Jewish Museum, ma è imperdibile.

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