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Al cinema a Villa Adriana e Villa d'Este

Per Andrea Bruciati «le Villae non sono banali location o cornici all’evento, ma raccontano l’arte attraverso i loro spazi vivi»

Un'immagine da «Il racconto dei racconti», 2015, di Matteo Garrone

Dopo la prima edizione, tenutasi nel dicembre scorso, torna a Villa Adriana e a Villa d’Este la rassegna cinematografica «Villae Film Festival», curata da Andrea Bruciati, direttore delle Villae. Sotto il titolo «Quando l’arte è in movimento», i due siti Unesco ospiteranno la manifestazione che prevede, oltre alla visione dei film, incontri con registi, produttori, artisti e curatori. Dal 16 al 19 settembre a Villa Adriana saranno proiettate pellicole girate nell’area archeologica, come «Dagobert» (1984) di Dino Risi, «Titus» (1999) di Julie Taymor e «Notizie degli scavi» (2010) di Emidio Greco.

Dal 20 al 27 settembre sarà invece Villa d’Este a presentare una selezione di titoli i cui registi hanno in comune una profonda connessione con il mondo dell’arte figurativa, come Matteo Garrone («Il racconto dei racconti», 2015), Andy Warhol («Lonesome cowboys», 1968), Pier Paolo Pasolini («La ricotta», 1963). Andrea Bruciati illustra le peculiarità della rassegna: «Le Villae non sono banali location o cornici all’evento, ma raccontano l’arte attraverso i loro spazi vivi: luoghi che incarnano e sostanziano l’evento.

Se il concetto di proiezione, attraverso frammenti residuali immaginifici, è quanto di più connaturato possa esserci al sito di Villa Adriana, Villa d’Este, con il complesso programma iconografico e il sistema di significati che si svelava al più raffinato visitatore, è per eccellenza il luogo dove l’opera d’arte si offre allo sguardo e all’interpretazione del suo fruitore. Il suo giardino era luogo di meraviglia dove, fra alberi e un mirabolante numero di sculture antiche, l’apparire improvviso di fontane e il rumore dell’acqua che si faceva musica portava il visitatore a essere coinvolto in uno “spazio altro”, multisensoriale. Così, oggi, le moderne forme di rappresentazione in movimento, come la proiezione di filmati d’arte, porteranno i visitatori di questo luogo incantato in una dimensione del tutto nuova
».

Intanto, prosegue sino al 30 settembre presso il Centro accoglienza di Villa Adriana la mostra «60/20 Villa Adriana tra Cinema e Unesco», l’esposizione multimediale che raccoglie suggestioni visive di film italiani e stranieri girati nell’area archeologica, dalle prime pellicole qui ambientate negli anni Sessanta, come «Il Colonnello Von Ryan» di Mark Robson (1965), sino a «Smetto quando voglio. Masterclass» di Sydney Sibilia (2017).

«La mostra nasce per una felice concomitanza di due anniversari che riguardano Villa Adriana, spiega ancora Andrea Bruciati: i sessant’anni dalla prima pellicola cinematografica girata nell’area archeologica (“Il sangue e la rosa” di Roger Vadim del 1960) e i venti anni dall’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco».

In questa fase in cui il pubblico sta ritornando nei luoghi della cultura e nei musei, la mostra «è un’occasione per tutti per rileggere questo luogo in modo inedito e creare una nuova forma di racconto. Il cinema ci offre innumerevoli chiavi di lettura per interpretare e usufruire delle Villae tiburtine in modo non convenzionale.

Muovendosi alla ricerca di una diversa narrazione in nome di una «renovatio» che idealmente collega il boom economico all’auspicata rinascita del Paese dopo l’esperienza del Covid, il progetto evidenzia come intorno agli anni Sessanta, alle prese con una nuova generazione di pubblico, con la genesi di nuovi temi, luoghi e forme del racconto, il cinema abbia nello specifico designato Villa Adriana quale set d’eccellenza, ridisegnandola.

In questo senso la mostra è quanto mai attuale, in un momento di riappropriazione identitaria dei luoghi per nuovi contenuti di senso. È forse questo il momento più adatto per riscoprire i tesori del nostro patrimonio più prossimo, di aprire uno sguardo attento e aperto a nuove suggestioni, alle quali la curatrice, Francesca Roncoroni, ed io abbiamo riservato la massima attenzione
».

Arianna Antoniutti, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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