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Aiuto, il mercato è «flippato»

Un'indagine sul malaffare nel mercato dell’arte

Una veduta del porto franco del Lussemburgo

«Numerosi sono i risvolti che ritengo allarmanti; uno, in particolare, è il modo in cui l’arte è stata trasformata in merce e soprattutto in investimento»: lo dichiara Georgina Adam al termine del suo viaggio allucinante nel Dark Side of the Boom, l’attuale sistema commerciale dell’arte. Ma l’arte è sempre stata merce e ha sempre rappresentato una forma di investimento.

Il fatto è che ai tempi in cui il Guercino stilava i suoi meticolosi ed esosi contratti, basati sul numero di teste dipinte o dei materiali utilizzati, o in cui Raffaello e Bernini mettevano in piedi floride e prolifiche «factory» per far fronte al numero di richieste e bruciare i rivali, e Rembrandt faceva quasi rima con «brand», la geografia economica era assai più ristretta. Diciamo, per capirci, che la Cina era già una grande potenza, ma da quelle parti non si comprava arte «contemporanea».

La globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità degli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento esponenziale di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno scatenato i «virus» da sempre latenti in un bene voluttuario che nei secoli ha mantenuto la sua capacità di conferire status, prestigio, potere e anche persuasione, soprattutto in una società iconofaga; l’analfabetismo di ritorno che la contraddistingue e che moltiplica l’ignoranza ha portato alle stelle l’arte che richiede meno cultura e che si ammanta di maggior glamour, ovvero quella prodotta dai contemporanei in quantità industriali. E la traballante aspettativa di vita (culturale, estetica) dell’arte contemporanea ha come logico esito l’affermazione di un mercato puramente speculativo, basato su acquisti e rivendite a ritmi vertiginosi, il cosiddetto «flipping»; così l’oggetto dello scambio perde il connotato di «merce» per somigliare sempre più a un prodotto puramente finanziario.

I prezzi sono evidentemente folli, ma, come dice l’economista Olav Velthuis, intervistato da Georgina Adam, «dipendono sostanzialmente dal numero di milionari interessati a esibire l’arte come trofeo. Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza».

L’attesa traduzione italiana del libro di Georgina Adam, editorialista del «Financial Times» e  di «The Art Newspaper», figliazione in lingua inglese di «Il Giornale dell’Arte», basato su incontri ravvicinati di varia pericolosità con collezionisti, operatori di mercato, consulenti, artisti e altri esemplari della fauna che dimora, indistruttibile e mutante, nel mondo dorato dell’arte, traccia con dovizia di esempi una diagnosi terrificante, in cui le patologie vanno dalla diffusione dei porti franchi in cui vengono ricoverate opere sia per tenerle lontane da occhi indiscreti di esattori delle tasse sia perché se ne fanno e se ne comprano così tante che non si sa più dove metterle; e poi la falsificazione, il plagio (sintomo, tra l’altro di una preoccupante povertà di idee da parte degli artisti), le manovre in asta (e l’opaco sistema delle garanzie) e altre piacevolezze.

Tra queste, il fatto che ogni segmento del sistema espositivo e divulgativo dell’arte contemporanea, che sia una fiera o una mostra in un museo, una biennale o magari anche un libro (armi letali certi cataloghi ragionati), non sia che una piattaforma per il mercato. Chiedersi se ormai gli artisti producano solo per soddisfare la domanda, appiattendosi su tipologie espressive dettate dal mercato (ma lo stesso si potrebbe dire delle scelte curatori) è oggi particolarmente inutile.

Ma visto e considerato che la monnezza è sotto gli occhi di tutti, perché non si interviene con regole, codici e drastici provvedimenti? Perché nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato, spiega la Adam, sino a raggiungere un giro d’affari intorno ai 50 miliardi di dollari tra il 2015 e il 2016, l’arte «è una bazzecola rispetto agli altri beni di lusso, che rappresentano un settore da 253 miliardi di dollari all’anno. È improbabile che i governi vogliano impiegare energie e risorse per prendersi questo impegno».

E poi, ve le vedete le gallerie esporre, per dirne una, i listini prezzi? Eppure sarebbe un passo importantissimo. Come corredare un libro di un indice analitico, la cui assenza è l’unica pecca di questo volume: eppure i nomi celeberrimi, da Knoedler a Damien Hirst, da mettere all’indice costellano un testo che si legge con lo stesso perverso piacere autolesionista con il quale guarderemmo un film dell’orrore.

Dark Side of the Boom. Controversie, intrighi, scandali nel mercato dell’arte, di Georgina Adam, traduzione di Nicoletta Poo, 254 pp., Johan & Levi, Milano 2019, € 23,00

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero , giugno 2019


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