Aiuto, il mercato è «flippato»

Un'indagine sul malaffare nel mercato dell’arte

Una veduta del porto franco del Lussemburgo
Franco Fanelli |

«Numerosi sono i risvolti che ritengo allarmanti; uno, in particolare, è il modo in cui l’arte è stata trasformata in merce e soprattutto in investimento»: lo dichiara Georgina Adam al termine del suo viaggio allucinante nel Dark Side of the Boom, l’attuale sistema commerciale dell’arte. Ma l’arte è sempre stata merce e ha sempre rappresentato una forma di investimento.

Il fatto è che ai tempi in cui il Guercino stilava i suoi meticolosi ed esosi contratti, basati sul numero di teste dipinte o dei materiali utilizzati, o in cui Raffaello e Bernini mettevano in piedi floride e prolifiche «factory» per far fronte al numero di richieste e bruciare i rivali, e Rembrandt faceva quasi rima con «brand», la geografia economica era assai più ristretta. Diciamo, per capirci, che la Cina era già una grande potenza, ma da quelle parti non si comprava arte «contemporanea».

La globalizzazione,
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