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Agnès B in piazza Basquiat

Dopo Pinault, Vuitton e Cartier, anche la stilista apre una sua fondazione per l’arte. Si chiama La Fab. e la prima mostra è dedicata alla sua collezione

Agnès b. davanti all’ingresso della sua fondazione. © La Fab.

Non è né nel centro di Parigi (dove aprirà la Collection Pinault) né nel borghese ovest parigino (come la Fondation Vuitton) e nemmeno nel quartiere degli artisti di Montparnasse (dove si trova la Fondation Cartier) che agnès b. ha scelto di aprire la sua La Fab. La stilista ha scelto il quartiere della Street art, il 13mo arrondissement, giovane, misto, con i suoi grattacieli modernisti degli anni Settanta, gli incubatori di start up e la Bibliothèque nationale de France, ma dove mancava ancora un centro d’arte.

Siamo in place Jean-Michel Basquiat. Una felice coincidenza: la prima opera che agnès b. ha acquistato per la sua collezione, che oggi ne conta più di 5mila, è stato proprio un disegno di Basquiat del 1983. «Non amo la moda. La moda passa, con l’arte è un’altra cosa», sostiene Agnès Troublé, in arte agnès b., 78 anni. La stilista che quarant’anni fa inventò l’intramontabile snap cardigan.

La Fab. (che del resto non è una fondazione ma un «fondo di dotazione», ente non profit senza sussidi statali) ha aperto le porte al pubblico il 2 febbraio al piano terra di un palazzo moderno dell’architetto Augustin Rosenstiehl e multiuso, che comprende anche case popolari e un asilo. Al suo posto avrebbe dovuto aprire l’ennesima catena di abbigliamento. Ci è voluto un anno e mezzo di lavori per trasformarlo in centro d’arte.

Si è trasferita qui anche la Galerie du Jour, nata nel 1984, che ha lasciato la centralissima rue de Quincampoix. Agnès b. ha curato in prima persona la prima mostra del suo nuovo centro d’arte, come ha fatto con tutte le altre. Il suo titolo è «L’Harditesse» («L’Audacia»): «Per me essere audaci significa osare senza essere del tutto sicuri di sé, spiega. Ho voluto trattare il tema in tutte le sue forme, ho l’impressione di aver scritto una dissertazione visiva». Gli ampi spazi (1.400 metri quadrati), con colonne color sabbia, sono sobri, minimalisti: «Contano solo le opere d’arte».

Per le pareti sono state scelte gradazioni di bianco che esaltano i volumi. Sono allestite le «Spirals» (2010) di Louise Bourgeois, opere di Gilbert & George, disegni di Frédéric Bruly Bouabré e Douglas Kolk, una serigrafia di John Giono (1991), un plexiglas giallo di Keith Haring (1981), un disegno a inchiostro di Man Ray, un Damien Hirst, dono dell’artista. Le fotografie sono firmate Andy Warhol, Nan Goldin, Robert Mapplethorpe, Dennis Hopper, Roman Cieslewicz, William Eggleston. Lungo il percorso, la «Milly’s Maserati» (2004) di Madeleine Berkhemer, «Sails» (1956) di Alexander Calder e un neon bianco di Claude Lévêque (2009). In tutto 150 opere.

Non c’è cronologia: «Sono le affinità che orientano il percorso». Nel programma de La Fab. c’è di far ruotare le opere della collezione con un ritmo di tre mostre all’anno. Agnès b., che avrebbe voluto frequentare l’Ecole du Louvre, si porta dentro la passione per l’arte dai viaggi in Italia con il padre quando era bambina. Ha iniziato a collezionare opere di artisti sconosciuti poi diventati celebri, ma non si fa consigliare da nessuno. Sceglie «sullo slancio del momento: questa collezione è come un grande collage che mi porto dentro da sempre, ha aggiunto. Il mondo dell’arte è spesso chiuso su se stesso, mentre a me piace condividere».

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020



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