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Musei

AFRICA | Musei: si cambia modello

In questi anni sta emergendo una nuova generazione di operatori, intraprendenti e preparati

Lo Zeitz Museum of Contemporary Art a Città del Capo

Nel 1992 Alpha Oumar Konaré, presidente del Mali, annunciava che l’Africa doveva «uccidere» il modello occidentale di museo. Un vero e proprio manifesto per ribaltare i rapporti tra Africa e Occidente, rivolto soprattutto all’Icom che egli stesso presiedeva, e tuttavia rimasto perlopiù inascoltato, con l’unica eccezione del dossier del 2018 di Bénédicte Savoy e Felwine Sarr sulle restituzioni, per il quale non sono più Governi e musei africani a dover dimostrare la proprietà di un’opera, bensì è la Francia (o chi per essa) chiamata a provare la legittimità delle acquisizioni.

L’Africa è ricca di musei, oltre i «celebri» Zeitz Mocaa di Città del Capo, Musée des Civilisations Noires a Dakar e il recente Palais de Lomé in Togo: molti sono quelli «coloniali», aperti da metà Ottocento in poi per promuovere la cultura e il mercato europei, proprio mentre, in un curioso sincronismo, i musei etnografici del Vecchio Continente si riempivano di oggetti provenienti dalle colonie. Sull’onda dei movimenti indipendentisti africani, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso i musei hanno vissuto una fase di rilancio e ibridazione.

Per esempio nel 1966 Léopold Sédar Senghor, presidente poeta del Senegal, e André Malraux, ministro della Cultura francese, inaugurarono sul litorale della capitale africana l’ormai mitico Musée Dynamique in occasione del Festival mondial des arts nègres, a cui seguirono diverse mostre, tra cui Picasso, Soulages e il senegalese El Hadji Sy (1954), presente a Documenta 2017.

In questi anni sta anche emergendo una nuova generazione di operatori nel campo dell’arte, intraprendenti e preparati, grazie al lavoro dei dipartimenti universitari di Museologia, come quello della University of the Western Cape a Città del Capo, e di istituzioni alternative, come il Centre for Contemporary Art e l’African Artists’ Foundation (Aaf) di Lagos in Nigeria, e la Raw Material Company a Dakar.

Il fondatore dell’Aaf, Azu Nwagbogu (1975), è fra i sostenitori di un nuovo approccio alla collaborazione fra tutti gli attori dello scenario africano: maggiore fiducia nei propri mezzi, meno fiere e progetti pensati per nutrire l’autostima dei curatori, uso della rete e del digitale per coinvolgere i giovani (circa il 60% della popolazione). Ma chi può investire in questi nuovi progetti? Certo, cinesi e coreani sono sempre pronti quando si tratta di costruire nuovi edifici sul suolo africano, e poi? Inoltre, il modello delle biennali può continuare a funzionare anche qui?

Un nodo centrale è far uscire i musei da quella distorta dinamica di scambio che i politici locali ancora mettono in atto con gli investitori: con lo Zeitz Mocaa, per esempio, gli interventi di imprenditori e costruttori europei hanno trasformato l’antico porto della città in un unico, indefinito luogo di shopping e fruizione culturale dai toni molto chic.

Sovvertire questo paradigma è la sfida per i musei africani, ma anche per quelli europei, chiamati ad affrontare il problema «restituzioni», questione etica ancor prima che legale, e nel frattempo a facilitare un accesso diretto alle proprie collezioni, prendendo in esame un nuovo modello di museo università: un luogo e una soluzione in grado di tenere insieme esigenze diverse, economiche, di ricerca interdisciplinare, di creazione di un immaginario condiviso tra artisti, curatori, storici, imperniato sulle collezioni fisiche e digitali, anche mentre queste sono ancora in Europa.

L'autrice dell'articolo, Clémentine Deliss, è curatrice e docente della Hochschule für bildende Künste, Amburgo



AFRICA

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Clémentine Deliss, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020



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