Adesso Alinari è un servizio pubblico

Il nuovo presidente Giorgio Van Straten anticipa il futuro della Fondazione della fotografia

Stefano Miliani |  | Firenze

È un romanziere di salda reputazione e sa gestire le istituzioni culturali, Giorgio van Straten. Fiorentino, 65 anni, tra i vari incarichi è stato presidente dell’Orchestra regionale della Toscana, consigliere nei Cda della Biennale di Venezia e della Rai, soprintendente del Maggio Musicale, ha presieduto l’Azienda speciale di Palaexpo a Roma e dal 2015 al 2019 ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura a New York. Figura per più aspetti inconsueta, anche traduttore e saggista, da fine settembre presiede la Faf, Fondazione Alinari per la Fotografia istituita dalla Regione Toscana.

Quali sono i primi impegni da affrontare?

Da un lato abbiamo un archivio con un nucleo storico iniziale che ha più di 150 anni; allo stesso tempo la fondazione che deve gestirlo è una start up e va messa in piedi. Nella mia lunga esperienza di gestore di istituzioni culturali non mi è mai capitato di dover costruire qualcosa dalle fondamenta. Ci sono due percorsi da seguire in parallelo. Da un lato prendere l’archivio in corsa con meccanismi che non possono essere interrotti, per esempio la vendita delle immagini e dei diritti connessi; dall’altro la fondazione va strutturata con attenzione, senza fretta, e individuando gli spazi adeguati. È una sfida impegnativa.

Villa Fabbricotti, la sede individuata dalla Regione, non può però contenere tutto.

A Villa Fabbricotti non entra tutto, è fuori discussione. Può essere sede dell’archivio, della biblioteca, di laboratori e uffici, ma credo che il museo vero e proprio debba essere collocato altrove, non in quella zona decentrata. Tanto più che la villa non ha un facile accesso dalla strada. Per il museo non si può prescindere da un confronto con il Comune con cui vanno individuati gli spazi. Ho qualche ipotesi in mente, però prima ne devo parlare con il nuovo presidente della Regione Eugenio Giani e con l’amministrazione di Palazzo Vecchio.

Lungo quali linee deve muoversi la Fondazione Alinari, con i suoi cinque milioni di immagini?

Anzitutto si tratta di cinque milioni di oggetti, non solo di fotografie; il patrimonio comprende anche apparecchi fotografici, libri, album, per cui le immagini potrebbero essere addirittura di più. Un patrimonio come questo va gestito in tre direzioni. Una è commerciale ed è di sostegno economico alle funzioni più strettamente culturali. Nel momento in cui fornisco un servizio e, come giusto, lo faccio pagare, ricavo margini di reinvestimento nelle attività culturali: chi usa le immagini per motivi promozionali, pubblicitari ed editoriali deve contribuire ai costi della fondazione. Il secondo livello riguarda la ricerca e lo studio: bisogna facilitare l’accesso degli studiosi all’archivio, non considerarli come un’altra tipologia di cliente bensì qualcuno interessato insieme a noi a valorizzare il bene. Il terzo punto è promuovere questo patrimonio nei confronti della comunità nazionale, regionale e locale. Oltre agli strumenti digitali come il sito abbiamo tutte le condizioni per candidare il futuro museo storico della fotografia a un ruolo nazionale e internazionale.

Come funzioneranno i diritti sulle immagini?

Quella dei diritti è una questione molto complessa, che riguarda l’autore, il proprietario del negativo, il soggetto ritratto eccetera. Piuttosto che da questo io partirei dalla parola «servizio»: se fornisco immagini digitalizzate, se ho fatto di queste immagini un catalogo al quale si può attingere, è giusto che chi le utilizza paghi la giusta quota. Su questo punto esistono idee differenti: alcuni sostengono per esempio che tutto debba essere messo a disposizione gratuitamente, io sono convinto che la posizione corretta sia quella che ho appena sostenuto.

I sindacati confederali auspicano che il personale rimasto, che ha una sua competenza, venga riassunto.

La Regione ha comprato l’archivio, non l’azienda né un suo ramo. La Fondazione non può assumere direttamente ma deve procedere attraverso una selezione aperta: chi ha specifiche capacità professionali ha certo le carte in regola, ma deve partecipare alla selezione, che è pubblica, e vincerla.

La Alinari di Claudio de Polo aveva commissionato campagne fotografiche per esempio a George Tatge. Riprenderanno?

Si può sempre incrementare l’archivio in molti modi: per esempio acquisendo materiale storico, come ha fatto spesso De Polo. E si possono commissionare campagne per attualizzare settori specifici. Si può pensare anche di far interagire artisti contemporanei e patrimonio fotografico. Credo che in primo luogo la Fondazione debba però valorizzare l’archivio.

Come reperire i fondi? La Regione ha garantito finanziamenti fino al 2022.

Intanto attraverso i diritti sulle immagini, come dicevo. Poi penso che la Regione possa valutare, in base a progetti concreti, se incrementare le cifre previste anche oltre il 2022. Inoltre possono partecipare altri soggetti pubblici e privati. Il contributo regionale permette di coprire i costi della struttura. Serviranno investimenti per le sedi. Per le attività e i progetti si possono trovare interlocutori e sponsor: ci sono tante forme per sostenere la Fondazione. Certo va ripresa la tradizione del produrre mostre.

Come scrittore lei ha affrontato spesso il tema della memoria, basti citare romanzi come «Generazione» o «Il mio nome a memoria». Lavorare sull’archivio Alinari significa anche confrontarsi con una memoria storica.
Ovviamente la memoria è una componente della letteratura, non solo nel mio caso. Ed è parte integrante della realtà dell’archivio. Credo che, utilizzando gli strumenti digitali, si possano raccontare storie sia per far arrivare l’archivio Alinari al di là degli addetti ai lavori sia per contribuire alla conoscenza del nostro passato e quindi della nostra identità.

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