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Addio al magistrato dell’Archeologia rubata

La scomparsa di Paolo Giorgio Ferri, protagonista delle inchieste sui «predatori d'arte»

Paolo Giorgio Ferri

Domenica 14 giugno si è spento improvvisamente a Roma all’età di 72 anni il giudice Paolo Giorgio Ferri, ex sostituto procuratore di Roma, già «esperto per i rapporti internazionali e i recuperi» del Ministero per i Beni culturali, protagonista di oltre 15 anni d’inchieste sui «predatori d’arte», con oltre 2.500 persone indagate e fondamentali recuperi di opere italiane dall’estero. Ferri è stato una figura fondamentale nella lotta al traffico illecito di beni archeologici scavati illegalmente e ha avuto un ruolo importante nella restituzione di capolavori del Getty Museum all’Italia nel 2007.

La sua prima inchiesta sull’«archeologia rubata», come definiva il mercato clandestino di reperti scavati di frodo nella Penisola, è del 1994. In pensione Ferri ha continuato a farsi promotore di una più ampia ed efficace collaborazione internazionale per bloccare il flusso di traffici spesso gestiti da mafie e terrorismi e a lottare per una revisione della legislazione italiana affinché prevedesse pene adeguate all'entità culturale ed economica dei crimini contro il patrimonio. L'Associazione Nazionale Archeologi si augura che le future generazioni di archeologi e magistrati raccolgano il suo testimone e portino avanti la sua opera.

Tra il 2009 e il 2010 Ferri è stato il pm del processo a Marion True, l'ex curator del Getty Museum accusata di ricettazione aggravata e associazione a delinquere con diversi mercanti, tra cui Robert Hecht, Giacomo Medici, Gianfranco Becchina e Robin Symes, e di aver acquistato per il museo reperti archeologici di comprovata provenienza da scavi illeciti in Italia. «Il Giornale dell’Arte» ha pubblicato tutti i resoconti delle udienze: al nostro corrispondente da Roma Federico Castelli Gattinara venne infatti eccezionalmente concesso di entrare in aula.

Conosceva personalmente Ferri anche il nostro collaboratore Fabio Isman, giornalista specializzato in arte depredata nonché autore del volume I predatori dell'arte perduta. Isman si è rivolto spesso a Ferri per le sue inchieste per «Il Giornale dell’Arte»:

¡Es una trampa madrileña!
Il «tradimento dei chierici»
Diario di un tombarolo

Lo ha poi interpellato per l’intervista «Il pugno di Ferri», in cui l'ex pm ripercorre tutta la sua vita.
L’ultimo contributo di Ferri a «Il Giornale dell'Arte» è quello dedicato alla Collezione Torlonia.

Il ricordo di Fabio Isman per Paolo Giorgio Ferri

Paolo Ferri è stato un magistrato coraggioso, un autentico galantuomo, un grande amico. Lo era diventato dopo che l'avevo conosciuto per le sue indagini sulla razzia di reperti archeologici scavati di frodo in Italia e spesso venduti di contrabbando ad almeno 47 tra i maggiori musei del mondo. Un’inchiesta complicata e audace. Audace perché Ferri avrebbe potuto fare molta più carriera dedicandosi a ben altri temi e perché affrontava per la prima volta l’argomento: nessuno insegna qualcosa di beni culturali a chi studi per diventare magistrato.

A questo si aggiungeva il fatto che Paolo non aveva mai svolto indagini internazionali. Ricordava: «La prima rogatoria mi richiese quasi un mese, e dovetti ricorrere all'esperienza di un maresciallo dei "Carabinieri per l'arte"». Alla fine ne scriveva almeno una alla settimana, aveva imparato la differenza tra un «askos» e una «kylix»; si era impadronito dei meccanismi più nascosti e dissimulati del mercato nero internazionale dei grandi tesori archeologici. Ebbe coraggio, grande coraggio. E anche tanta umiltà. Volle aver subito accanto a sé un paio di archeologi, Daniela Rizzo e Maurizio Pellegrini, che lo aiutassero; dopo ne chiamò tre tra i più famosi per la stagione degli Etruschi, ben scelti come esperti e periti: Fausto Zevi, Giovanni Colonna e Gilda Bartoloni.

Grazie a lui, è stato possibile comporre un archivio di almeno 20mila oggetti scavati di nascosto e contrabbandati dal nostro Paese. Grazie a lui nel 2007 ne tornarono in Italia alcune decine di tale importanza che furono esposti al Quirinale. Grazie a lui è stato condannato l'unico grande «trafficante» nella Penisola, Giacomo Medici, a otto anni di reclusione e 10 milioni di euro da rifondere allo Stato, per i danni provocati al patrimonio culturale. Uno dei maggiori nomi dell'archeologia mondiale, Sir Colin Renfrew, un giorno mi disse: «Beati voi, che avete un giudice come lui»; e Ferri, contraccambiava: «Sir Colin, per me, è come un padre putativo».

Pensando alla vecchiaia aveva comperato, e ristrutturato, un delizioso appartamentino sulle mura di Alghero, davanti a quel mare che entrambi amiamo. Purtroppo ha avuto poco tempo per svolgervi quella pesca subacquea che tanto amava. Le sue indagini le ha raccontate, e insegnate, per mezzo mondo ma, ancor più che ai loro pregi, preferiva guardare ai loro limiti: «Conosciamo circa il 30 per cento di quanto è successo. E le poche restituzioni avvenute, riguardano forse il 3 per cento di quanto è stato portato via: hanno un valore soprattutto simbolico. I musei sono nati per educare: non possono educare anche all'illegalità». Perché il giudice Ferri era animato da una profonda moralità.

Quando ho detto che non c'era più a chi aveva lavorato con lui, li ho sentiti scoppiare in lacrime. Un carabiniere del Nucleo Tutela culturale lo ha definito: «l'unico che era accanto a noi, a compiere le perquisizioni». Paolo Ferri ha aperto una strada: speriamo che non venga abbandonata; perché da trovare, e da capire, resta ancora moltissimo.

Fabio Isman, edizione online, 15 giugno 2020



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