Addio a Letizia Battaglia, fotografa per «pura passione»

L’omaggio di Roberta Valtorta a una donna combattiva e coraggiosa, ma anche amante del bello

Letizia Battaglia in una foto di Cristina Sartorello
Roberta Valtorta |

Anche Letizia Battaglia se n’è andata. Icona del reportage italiano e internazionale, è rimasta attiva fino all’ultimo momento, fino all’ultimo momento desiderosa di parlare, comunicare, dire le sue ragioni, sotto il suo buffo ma ben deciso caschetto di capelli rosa, con la frangia fino agli occhi attenti, un po’ stanchi e un po’ ancora bambini, con la sigaretta tra le dita, la voce roca che vuole dire, come tutti l’abbiamo vista e sentita.

Nata a Palermo nel 1935, è stata non solo una fotografa combattiva e coraggiosa, ma anche un’attivista politica, come a onorare e ad agire un cognome che parla chiaro: Battaglia. Inizia a lavorare nel 1969 per il quotidiano «L’Ora» di Palermo, una collaborazione che, dopo un periodo trascorso a Milano, a partire dal 1974 porta avanti per molti anni, e che ha fatto di lei una narratrice puntuale della dura realtà della città e di tutta la Sicilia, terra meravigliosa tormentata dalla mafia, dal clientelismo politico, dalla povertà e dalla crudeltà.

Ma se questo difficile racconto è ciò che l’ha resa nota a livello internazionale, Letizia Battaglia è stata anche narratrice della bellezza della città di Palermo, del significato profondo delle feste, delle tradizioni, e infine anche, e in modo appassionato, della condizione femminile nel Sud.

Sempre nel 1974 fonda con Franco Zecchin l’agenzia Informazione fotografica. È il cupo periodo che conosciamo come «anni di piombo», che vede l’Italia precipitare nel terrorismo e la Sicilia divenire sempre di più preda della speculazione edilizia, più profondamente e tragicamente di come già era accaduto con il «sacco di Palermo», dell’egemonia del clan dei Corleonesi e degli assassinii mafiosi di Peppino Impastato, Piersanti Mattarella, del giudice Cesare Terranova, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: tutti momenti dolorosi e gravi della politica e della società italiana che Battaglia testimonia con le sue immagini in un bianco e nero crudo, luttuoso. Nel 1979 è cofondatrice del Centro di Documentazione Giuseppe Impastato.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta si dedica anche alla politica, diventando consigliera comunale con i Verdi e assessora con la giunta Leoluca Orlando, mentre nel 1991 viene eletta all’Assemblea regionale siciliana. Lo stesso anno fonda la rivista «Mezzocielo», realizzata da sole donne.

Il fotoreportage, sua passione e sua spontanea vocazione, sua voce, potremmo dire, è sempre stato per lei un strumento immediato di impegno civile, un impegno che è durato fino al 1992, anno degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quando decide di interrompere il suo lavoro di fotoreporter realizzando lavori fotografici dedicati all’ambiente e alle donne e alle bambine e soprattutto concentrandosi su attività di cooperazione, sensibilizzazione, divulgazione, sempre nella sua città, dalla quale si allontana solo per un periodo vissuto a Parigi, dal 2003 al 2005.

Letizia Battaglia ha sempre inteso il suo lavoro di fotografa e, va sottolineato, di fotografa donna, come un atto di ribellione verso l’ingiustizia e l’illegalità e come una missione sociale, civile e dunque culturale. Una missione che è culminata nel 2017 nella creazione del Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, sede espositiva, archivio, biblioteca, fortemente voluti da lei per la sua città.

Battaglia ha ricevuto riconoscimenti internazionali importanti quali il Eugene Smith Grant per il fotogiornalismo ex aequo con Donna Ferrato, nel 1985, il Mother Johnson Achievement for Life, nel 1999, L’Erich Salomon Prize nel 2007, il Cornell Capa Infinity Award, nel 2009, e sono davvero molti i libri dedicati alla sua opera (Diario, 2014, Letizia Battaglia. Antologia, 2016 e Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita, 2019, i più recenti e importanti) e numerose le mostre che hanno fatto conoscere e amare il suo lavoro.

La più significativa degli anni recenti è quella ospitata dal MaXXI di Roma tra il 2016 e il 2017, della quale è giusto osservare il titolo: «Letizia Battaglia. Per pura passione»,un’ampia antologica che ha condotto il pubblico in un percorso di immagini dalle proteste di piazza a Milano negli anni Settanta al volto di Pier Paolo Pasolini, dai reportage sui crimini della mafia ai ritratti delle bambine del quartiere della Cala a Palermo, alle  processioni religiose, fino allo scempio delle coste siciliane e ai volti di Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino al boss Leoluca Bagarella.

Questa grande mostra ha significato l’accoglimento da parte di un grande museo di arte contemporanea di un tipo di fotografia che in precedenza non era considerato arte: il reportage, anzi, più esattamente, il reportage di lotta. Una scelta istituzionale che si inscrive in quel processo in corso da almeno cinquant’anni che definiamo di artificazione, che ha condotto la fotografia, ogni tipo di fotografia, dentro l’ambito dell’arte, senza più differenze tra produzioni professionali e «utili», nel caso del reportage all’informazione, e opere nate da una vocazione più coscientemente e intenzionalmente artistica. È accaduto così che l’impegno civile e la «pura passione» si siano fatti arte.

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