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Opinioni

A soffrire non è l’arte, sono gli artisti

Tre domande a Ilvo Diamanti sul futuro del sistema culturale

Ilvo Diamanti. Foto tratta da Wikipedia

Sociologo, politologo, saggista, analista di quanto accade nella società, dei comportamenti e dei flussi elettorali, direttore scientifico dell’istituto Demos & Pi, nato a Cuneo nel 1952 e di casa a Caldogno vicino a Vicenza, Ilvo Diamanti è professore di Sistema Politico Europeo all’Università e presidente dell’Istituto superiore per le industrie artistiche di Urbino (Isia). In questa veste ha partecipato a un videomessaggio del Comune di Urbino sui 500 anni dalla morte di Raffaello.

Professore, la situazione provocata dal Coronavirus può avere effetti sull’arte paragonabili, in qualche misura, a crisi del passato? Magari quella di natura politica che attraversava la penisola italiana nel periodo in cui moriva il pittore di Urbino e negli anni a seguire?
Ogni crisi ha necessariamente determinato dei problemi non sull’arte quanto sugli artisti. Il problema è che l’arte a volte non ha neppure bisogno degli artisti, è autoesplicativa: gli avvenimenti «eccezionali» producono in sé effetti che oggi diremmo «spettacolari» o, per usare un altro termine, «sorprendenti», non facili da raccontare. Anche la natura in sé è arte, come lo è la tragedia, è una rottura della normalità. Però l’artista ha bisogno di condizioni nelle quali può esprimere la propria opera, ha bisogno di luoghi, di contesti, di sostegni, di risorse. La crisi sempre e dovunque ha determinato problemi, almeno per quanto posso capire perché non sono uno specialista. Lei ha citato Raffaello: allo stesso tempo l’arte (a volte, senza bisogno di parole, senza bisogno di rincorrere la razionalità, in quanto tale) ci dà un’evocazione, una rappresentazione, ci dà un’idea. E uso volutamente queste parole. La tragedia può lasciare un segno attraverso la mano o le parole o le immagini dell’artista. Io che faccio l’analista, non l’artista, mi rendo conto che le mie parole saranno sempre al di qua dei limiti di qualsiasi tragedia, di qualsiasi «emergenza».

A suo giudizio l’ente pubblico, lo Stato, deve sostenere l’arte e la cultura in questo scenario?
In realtà è l’arte che può darci aiuto e conforto, purché non sia un semplice rispecchiamento, purché sappia dare alla tragedia un colore, un senso, un suono, benché dare un senso sia sempre difficile... È l’arte che ci aiuta in tempi come questi. Ho seguito le visite virtuali fatte e promosse da molti musei e mi hanno dato consolazione. Ma sicuramente ora serve l’aiuto dello Stato: senza un intervento a sostegno degli artisti è difficile per loro ripartire perché non rispecchiano le logiche del mercato, tanto più in tempi in cui anche il mercato ha seri problemi.

L’esperienza diretta dell’arte è stata necessariamente limitata e a molti tuttora manca.
A me manca Urbino. Da circa trent’anni insegno anche a Parigi e lì si capisce perché Raffaello possa essere nato e cresciuto proprio a Urbino: in un contesto meraviglioso viene più facile esprimere le tue doti, se quelle doti le hai e se possiedi gli strumenti. Ogni anno, aprendo i miei corsi a Parigi, quando spiego agli studenti che ho cattedra a Urbino, mi guardano un po’ perplessi. Ma quando aggiungo che è la città di Raffaello, «la ville de Raphael», allora tutti annuiscono e sorridono.

Stefano Miliani, edizione online, 8 giugno 2020



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