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A Sharjah la città di oggi e di domani

Alla Triennale di Architettura oltre 30 progetti alla ricerca di modelli alternativi di relazione tra l’uomo e la natura, comprese le pratiche indigene

Alla Sharjah Architecture Triennial partecipa anche la grande opera realizzata da aborigeni Ngurrara (nella foto, impegnati a Pirnini nel 1997). In alto, una vista di Sharjah. Foto di K. Dayman. © Ngurrara Artists and Mangkaja Arts Resource Agency. © Sharjah Architecture Triennial, 2019

Sharjah (Emirati Arabi Uniti). Trenta chilometri a nord di Dubai sorge la capitale culturale degli Emirati Arabi: Sharjah. Una città dalla complessa eredità storica che, nel corso dei secoli, ha assunto il ruolo di multietnico porto commerciale. Ragione per cui, a differenza degli altri Emirati, vanta un’accentuata diversità culturale, all’interno di un denso e intricato tessuto urbano, in cui passato e presente convivono fianco a fianco.

Questo novembre, la città (anche nominata Capitale Mondiale del Libro 2019) ospita la prima edizione di un’ambiziosa rassegna triennale chiamata a riflettere sull’architettura e l’urbanizzazione in Medio Oriente e nel Sud del mondo. Dal 9 novembre all’8 febbraio, la Sharjah Architecture Triennial mette in scena i lavori e progetti di oltre 30 architetti, artisti, ingegneri, attivisti, performer, musicisti e antropologi in due principali location: la scuola Al-Qasimia e il vecchio mercato Al Jubail, entrambi ristrutturati per ospitare la rassegna. «Sharjah presenta un paesaggio urbano unico e in rapida evoluzione: per questo crediamo che l’Emirato rappresenti il sito ideale per esplorare lo stato dell’architettura e dell’urbanistica sia a livello locale che nell’ambito della regione Menasa (Middle East, North Africa and South Asia, Ndr)», dichiara Sheikha Hoor Al Qasimi, presidente della Triennale.

Riflessione, quella sull’architettura, intimamente legata al discorso sui cambiamenti climatici e lo sfruttamento delle risorse naturali. «La mostra, afferma il curatore Adrian Lahoud, preside della School of Architecture al Royal College of Art di Londra, indaga le molteplici modalità con cui l’architettura è in grado di modellare la nostra coesistenza con gli altri nel contesto della crisi climatica globale». E, continua, «con un programma gratuito e aperto al pubblico, speriamo di favorire il dibattito e mettere in dubbio il modo in cui si è soliti pensare al proprio ambiente urbano, e come esso possa modificarsi per meglio rispaestupondere ai nostri bisogni».

Fra i progetti più interessanti, quello del duo Cooking Sections (Alon Schwabe & Daniel Fernández Pascual), che prende spunto dai sofisticati metodi agricoli delle società beduine: i due designer hanno concepito per Sharjah (e altre città collocate in ambienti aridi) un nuovo modello di giardino urbano non irrigato. Appositamente per la Triennale, inoltre, viaggerà da Fitzroy Crossing, una cittadina dell’Australia occidentale, all’emirato sul Golfo Persico la «Ngurrara Canvas II»: un enorme dipinto realizzato nel 1997 da un gruppo di aborigeni Ngurrara, allo scopo di rivendicare una porzione del Gran Deserto Sabbioso contro il Governo australiano. Progetto, quest’ultimo, che rivela l’impegno da parte degli organizzatori della Triennale nel tessere insieme architettura, sostenibilità ecologica e ricerca di modelli alternativi di relazione tra l’uomo e la natura, ispirati a pratiche indigene.

Tappa imperdibile in un tour di Sharjah è la Sharjah Art Foundation (Saf), che ogni due anni ospita la celebre Biennale d’arte contemporanea (l’ultima edizione si è tenuta la primavera scorsa). Dal 2 novembre, la fondazione prosegue la riflessione su territorio e architettura avviata dalla Triennale con una personale dell’artista libanese Marwan Rechmaoui. In mostra tre serie di lavori che documentano la parabola urbanistica di Beirut attraverso l’indagine dei cantieri e delle fondamenta di edifici cittadini. Dal 14 al 16 novembre, inoltre, ritorna «Focal Point», l’annuale fiera del libro d’arte della Saf: con un focus, per questa edizione 2019, su fanzine e fumetti.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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