A Roma l’omaggio a Bendini

La pittura informale dell’artista bolognese è ripercorsa attraverso un’esaustivo percorso dagli anni Cinquanta ai Duemila

«Testa» (1958) di Vasco Bendini
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Fino al 19 giugno, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea omaggia, nel centenario della nascita, Vasco Bendini, con la mostra antologica «Ombre prime», curata da Bruno Corà. Morto nel 2015, Bendini era nato a Bologna e presso la locale Accademia di Belle Arti era stato allievo di Giorgio Morandi.

L’imprinting morandiano sarà la nota che riemergerà in più momenti del tragitto tra le «ombre prime» della pittura, mediante un espandersi di nebulose tonali sul piano, o l’enuclearsi di essenziali e corposi segni neri. Degli anni ’50 sono le cosiddette «teste» che Francesco Arcangeli, tra i primi esegeti di Bendini, definì le «veroniche».

La mostra prosegue con lavori degli anni ’60, dei cicli «Senso operante» e «Sentimento come storia», giungendo agli anni Duemila. È tutta pittura di sensibilità informale: dell’Art autre Bendini fu in Italia uno dei pionieri, nonché uno dei più colti interpreti. La sua arte si abbeverava infatti alle fonti della filosofia (occidentale e orientale), nonché della chimica e della fisica.

Dalle scienze il bolognese aveva tratto il principio dell’essenza corpuscolare e ondulatoria della materia, quindi della sua sostanziale illusorietà: le sue fantasmatiche fluttuazioni sul piano trovavano quindi un appiglio anche oggettivo. L’informale di opere del 1968 come «Mille e una notte» o «Una delle duemila parole», o i grandi piani delle carte incollate su tela è ciò che l’artista chiamava «realismo organico», consapevole del fatto che la materia è astratta in sé.

Nel 1973 Bendini aveva lasciato Bologna per Roma, dove aveva già esposto alla Galleria L’Attico in personali nel 1959, 1961, 1963 e, presentato da Giulio Carlo Argan, nel 1966. Due anni dopo Maurizio Calvesi introduceva con un testo critico una sua mostra a Palazzo Taverna.

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